Dobbiamo rassegnarci a squilibri demografici che peggiorano di anno in anno o un’inversione di tendenza è possibile? Riguardo alla popolazione, dal 2014 in calo, l’inversione è da escludere. Ma le nascite potrebbero smettere di diminuire e forse anche aumentare. Stiamo, anzi, entrando in una fase favorevole perché ciò possa avvenire. Alessandro Rosina ne evidenzia le condizioni.
La questione demografica ha conquistato posizioni centrali nel dibattito pubblico. L’Italia si riempie sempre più di anziani e si svuota sempre più di giovani, con impatto sulla società, sulla forza lavoro, sui conti pubblici. Dobbiamo rassegnarci a squilibri che peggiorano di anno in anno o un’inversione di tendenza è possibile? Riguardo alla popolazione, dal 2014 in calo, l’inversione è da escludere. Ma le nascite potrebbero smettere di diminuire e forse anche aumentare. Stiamo, anzi, entrando in una fase favorevole perché ciò possa avvenire. Proviamo a vedere a quali condizioni.
Le dinamiche passate
Il numero delle nascite tra i residenti in un paese dipende, come ben noto, dal numero di donne in età riproduttiva e dal numero medio di figli per donna. Rispetto all’azione combinata di tali due fattori possiamo suddividere le dinamiche recenti del nostro paese in tre fasi.
Fino al 1995 la riduzione è riconducibile sostanzialmente alla accentuata diminuzione del numero medio di figli per donna, sceso sotto 2 a fine anni Settanta, sotto 1,5 attorno alla metà degli anni Ottanta, sotto 1,2 nel 1995. Le nascite, in corrispondenza, da oltre un milione a metà degli anni Sessanta, apice del baby boom, e oltre 800 mila nel 1975, sono crollate a 526 mila nel 1995.
Dal 1995 al 2010 inizia una fase di ripesa, favorita anche dall’immigrazione, che porta il tasso di fecondità congiunturale a 1,45. Le nascite arrivano nel 2008 a 577 mila (circa 50 mila in più rispetto al 1995). Ma per la prima volta le dinamiche risultano opposte all’interno del territorio italiano: l’aumento risulta sensibile nell’area centrosettentrionale (da 1,05 a 1,5) mentre continua la riduzione nell’area meridionale (da 1,41 a 1,37).
Nella terza fase, che va dall’apice delle Grande recessione ad oggi, il numero medio di figli per donna torna a diminuire (da 1,44 a 1,14 nel 2025). Qui, però, entra in modo rilevante in campo anche il fattore strutturale, ovvero la riduzione della popolazione in età riproduttiva. In questa fase i due elementi con diretto impatto sulle nascite agiscono in modo concomitante e sfavorevole. Ne consegue un crollo continuo: nel 2013 viene toccato il record negativo di sempre, nel 2015 si scende sotto 500 mila, nel 2022 sotto 400 mila, nel 2025 il dato registrato è poco sopra 350 mila.
Per avere un’idea dell’azione del fattore strutturale, basti pensare che nel 2024 il numero medio di figli per donna è stato pressoché uguale al 1995 (1,19), ma si sono ottenuti molti meno nati (370 mila contro 526 mila). Nel 1995 erano al centro della vita riproduttiva i nati a metà anni Sessanta (la parte finale dei Baby boomers). Nel 2024 i potenziali genitori sono i Millennial, nati nella fase di baby bust. La corrispondente riduzione delle donne tra i 30 e i 35 anni (fascia in cui si colloca l’età media al parto) è riportata in figura 1.
La ripresa possibile
Stiamo ora entrando in una quarta fase, quella dell’arrivo al centro della vita riproduttiva della Generazione Zeta, che comprende i nati nella seconda fase sopra delineata, quella in cui fecondità e nascite sono state in ripresa.
Si apre quindi una potenziale finestra demografica positiva, in cui il fattore strutturale è sostanzialmente disattivato e il numero di nati torna a dipendere di fatto solo dalla fecondità. Detto in altri termini, se il tasso di fecondità rimarrà quantomeno costante, le nascite smetteranno di diminuire. Se invece salirà, sarà in grado di rialzare direttamente le nascite, senza il vento contrario del depotenziamento quantitativo delle età riproduttive.
Queste due situazioni trovano riscontro nelle previsioni demografiche Istat. La prima corrisponde allo scenario “basso” (il più sfavorevole tra quelli proposti), che ipotizza un tasso di fecondità sostanzialmente stabile sotto 1,2. In tal caso le nascite si manterrebbero attorno al valore osservato nel 2025 fino all’orizzonte del 2040.
Per la seconda situazione si può prendere come riferimento lo scenario “mediano”, che ipotizza un numero medio di figli che da valori sotto 1,2 sale a 1,34 nel 2040, portando le nascite sopra 400 mila. Ma con una fecondità che salisse a 1,5 si potrebbe anche arrivare a circa 450 mila nati nello stesso orizzonte (quasi 100 mila in più rispetto al 2025).
E’ importante però fare una precisazione. Come abbiamo detto, la fase favorevole per la consistenza dei potenziali genitori, in cui entriamo nei prossimi 15 anni, deriva dal periodo di aumento della fecondità tra il 1995 e il 2010. Quel periodo, però, è anche stato l’unico in cui la fecondità del Nord e del Sud hanno avuto dinamiche opposte: la prima in ripresa, la seconda in diminuzione. Inoltre, L’Italia settentrionale, a differenza di quella meridionale, tende a compensare le basse nascite con maggior capacità attrattiva dal resto del paese (oltre che dall’estero).
La finestra favorevole non riguarda, pertanto, il Mezzogiorno, come evidenzia la figura 2.

Nulla di scontato
Due aspetti appaiono, in particolare, decisivi.
Il primo riguarda il passaggio da una lettura puramente quantitativa della questione demografica alla capacità di costruire condizioni favorevoli per le nuove generazioni nelle età in cui si concentra la formazione della famiglia.
L’età, in particolare, attorno ai trent’anni è diventata, soprattutto per le donne, sempre più una fase di forte tensione biografica tra consolidamento lavorativo, ricerca di autonomia abitativa, costruzione della vita di coppia, incertezza reddituale e possibile scelta di avere figli. In Italia tale tensione risulta accentuata da salari giovanili relativamente bassi, da persistenti differenze retributive di genere e da una condizione occupazionale femminile più fragile rispetto ai principali paesi europei (Rosina A., ”La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano la crisi demografica italiana”, Chiarelettere 2025).
A ciò si aggiunge una persistente asimmetria nei carichi di cura. La difficoltà di conciliare lavoro e genitorialità continua infatti a gravare soprattutto sulle donne, in un contesto nel quale servizi insufficienti, limitata flessibilità organizzativa e debole condivisione maschile del lavoro di cura aumentano il costo della maternità in termini professionali, economici e personali (Save the Children, “Le equilibriste”, 2026; Istat, Rapporto annuale 2026).
Il secondo aspetto riguarda il Mezzogiorno. L’attenuazione del vincolo strutturale non interesserà, come abbiamo visto, allo stesso modo tutte le aree del paese. È proprio qui, però, che investimenti efficaci su lavoro femminile e strumenti di conciliazione potrebbero produrre i maggiori benefici. Agire nel Mezzogiorno significa, infatti, non solo contrastare il calo delle nascite, ma anche ridurre la continua perdita di capitale umano giovane verso il Centro-Nord e l’estero.
Nulla, quindi, di automatico. E senza una riduzione degli squilibri territoriali e di genere, il rischio è che la nuova fase finisca per amplificare ulteriormente le diseguaglianze demografiche del paese: da un lato contesti più forti capaci di trattenere e attrarre giovani generazioni; dall’altro territori sempre più fragili progressivamente impoveriti sia nelle nascite sia nelle energie necessarie per costruire sviluppo futuro.
