Gianpiero Dalla Zuanna e Asher Colombo illustrano le caratteristiche demografiche della bassissima fecondità italiana, in una prospettiva internazionale, e ne tratteggiano le cause.
Ormai da quarant’anni in Italia nascono meno di 1.5 figli per donna (Figura 1). Questo non vuol dire che il panorama della bassa fecondità sia lo stesso oggi rispetto agli ultimi anni del Novecento. Un libro recentissimo tratta in modo ampio questo temo, grazie anche a una nuova indagine campionaria, svolta a fine 2024 dall’Istituto Cattaneo, a un’ampia rassegna della ricerca demografica degli ultimi cinquant’anni, e ai risultati delle nuove ricerche dell’Istat sulle intenzioni di fecondità degli adolescenti, dei giovani e degli adulti (Pochi bambini. Cinquant’anni di bassissima fecondità italiana, di Gianpiero Dalla Zuanna e Asher Colombo, il Mulino, 2026). Il libro analizza a fondo le caratteristiche demografiche della bassissima fecondità italiana, e cerca di individuarne le cause, confrontando anche l’Italia con molti altri paesi.

Differenza fra fecondità desiderata e realizzata e aumento delle persone senza figli
Oggi come vent’anni fa, gli italiani realizzano appena metà della fecondità che dichiarano di desiderare (Tabella 1). È una proporzione molto più bassa rispetto a paesi come la Francia, la Svezia, la Germania e gli USA. Le prime protagoniste della bassissima fecondità italiana sono state le coorti nate fra il 1940 e il 1960, che hanno progressivamente e drasticamente diminuito la proporzione con tre o più figli. Nelle coorti successive – nate fra il 1960 e il 1985 – i terzi e quarti figli sono rimasti pochi, ma sono invece aumentate le persone senza figli (Figura 2 e Figura 3).
Questo incremento delle persone senza figli è la vera novità della fecondità italiana e di tutti i paesi ricchi del XXI secolo. Si tratta in grande maggioranza di persone senza figli per costrizione (childless) piuttosto che per scelta (childfree). Sono in aumento anche i giovani che consapevolmente non vogliono avere bambini, ma l’ostacolo maggiore alla genitorialità è la difficoltà a costituire una coppia stabilmente convivente, spesso a causa del basso reddito, della precarietà lavorativa, della difficoltà a trovare una casa. Coerentemente, le persone senza figli sono particolarmente numerose nel Mezzogiorno (Tabella 2).
Le quattro cause della bassissima fecondità italiana
In media, oggi come ieri gli italiani vorrebbero avere due figli. Le cause che impediscono a questo desiderio, maturato durante l’infanzia e l’adolescenza, di trasformarsi in fecondità effettiva sono di quattro tipi.
(1) A partire dagli anni Ottanta, l’Italia condivide con tutti i paesi ricchi e con un crescente numero di paesi poveri una drastica diminuzione della fecondità prima di trent’anni, ascrivibile a modifiche radicali della condizione femminile. Entrare in unione, sposarsi e avere figli sono considerati un’importante ragione di vita per una larghissima maggioranza di uomini e di donne, ma per le donne tale aspirazione fatica a conciliarsi con altri obiettivi che sono divenuti primari: studiare, lavorare, fare carriera, trovare tempo per se stesse. E in Italia tale conciliazione è particolarmente complicata, e si traduce in un ritardo particolarmente pronunciato nell’uscita dalla famiglia dei genitori e nell’ingresso nella prima unione.
(2) L’Italia condivide con gli altri paesi a bassissima fecondità l’insufficiente recupero delle nascite oltre i trent’anni. Ciò in parte è ascrivibile alla struttura antropologica della famiglia a legami forti, che caratterizza l’Italia come gran parte dei paesi a bassissima fecondità. La famiglia a legami forti da un lato sovraccarica le donne di impegni familiari e lavorativi, mentre il coinvolgimento maschile è ancora insufficiente; dall’altro – anche a causa di sistemi fiscali e di welfare poco favorevoli alle famiglie con figli minori – i genitori sono sovraccaricati di responsabilità per la riuscita sociale della prole. È il paradosso del familismo dell’Europa Meridionale e dell’Asia Sud-Orientale: tanta famiglia, ma un solo figlio, o al massimo due, per massimizzare le loro chance di mobilità sociale ascendente, e ostacoli materiali e psicologici molto alti alla decisione di avere il primo figlio. Oggi in Cina, Taiwan, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Spagna, Grecia, Portogallo… nascono meno di 1.3 figli per donna, proprio come in Italia. Questa bassissima fecondità si sta imponendo anche nell’America Latina (ad esempio in Cile, Portorico, Uruguay e Brasile meridionale), in altri paesi asiatici (come in molti stati indiani), e nei ceti più agiati dei paesi africani.
(3) I figli costano sempre di più, in termine di tempo e di denaro. Sono quindi emersi e si sono progressivamente stabilizzati vincoli alla procreazione che hanno generato una situazione per certi versi pre-moderna. Come accadeva prima dell’800, nell’Italia del primo quarto del nuovo secolo sono le persone più ricche, più istruite, residenti nelle aree economicamente più dinamiche ad avere i mezzi per formare una unione stabile e per avere un maggior numero di figli. Inoltre, il primo e il secondo figlio nascono più frequentemente all’interno di unioni in cui entrambi i partner lavorano stabilmente, e non più nella famiglia “classica” del Novecento, con l’uomo lavoratore e la moglie casalinga (Tabella 3). A ben guardare, questo radicale cambiamento delle differenze di fecondità fra le classi sociali, invertendo tendenze che persistevano da più di un secolo, accende una luce sulla possibilità di un futuro incremento della fecondità italiana. Infatti, se il legame fra fecondità e benessere economico è diventato positivo, incrementi del benessere delle coppie in età fertile potrebbero tradursi in un aumento della loro fecondità.
(4) Non sono solo i vincoli economici a deprimere la fecondità. Anche una visione cupa del futuro che attende al varco le nuove generazioni trattiene molte persone dall’avere un figlio (in più). Non a caso, in questi ultimi quindici anni la fecondità è diminuita un po’ in tutto il mondo ricco, anche nei paesi con un welfare familiare particolarmente generoso – come la Francia e la Svezia – che sono tuttavia ancora lontani dai bassissimi livelli della fecondità italiana. In un’indagine del 2025 in trenta paesi Ocse su campioni statisticamente significativi, Ipsos ha chiesto agli intervistati se si vive meglio oggi o si viveva meglio nel 1975. Forti maggioranze affermano di preferire il 1975. In Italia, il 47% sceglie il 1975, solo il 18% opterebbe per il 2025, mentre il 35% non si esprime. Prevale anche la convinzione che le persone fossero più felici nel passato: nella media dei trenta paesi, il 55% degli intervistati ritiene che il proprio paese fosse un luogo più felice nel 1975, solo il 16% percepisce nel 2025 un miglioramento dell’umore collettivo e il 29% non si esprime. L’Italia si distingue per un sentimento nostalgico ancora più marcato. Infine, in Italia le persone con più figli, e che desiderano averne di più, sono anche quelle che affermano di credere in Dio, indipendentemente dalla loro frequenza ai riti religiosi. Secondo la lettura proposta da Franco Garelli, non si tratta tanto dell’antico legame fra visione tradizionale del mondo e maggior fecondità, quanto piuttosto di una maggiore apertura e speranza verso il futuro, favorita dalla convinzione dell’esistenza di un Padre amorevole.
C’è un futuro per la fecondità italiana?
Alla luce dei risultati illustrati su questo libro, è difficile prevedere una rapida ripresa della fecondità italiana. Conforta osservare che non c’è un declino sensibile dell’aspirazione a costruire unioni e ad avere figli. Tuttavia, i vincoli materiali sono percepiti come una montagna molto difficile da scalare, a meno di non usufruire di cospicue e consolidate risorse, e non si intravedono schiarite nella percezione del futuro del mondo. Molto potrebbe dipendere da una robusta ripresa economica, che dovrebbe però riversarsi anche su un sostanziale miglioramento della condizione reddituale, di ricchezza e abitativa della gran maggioranza delle coppie in età fertile. Dovrebbero essere quindi attuate radicali riforme per rimuovere gli ostacoli materiali alla realizzazione dei desideri di fecondità. I giovani – uomini e donne – andrebbero aiutati ad accelerare il percorso di uscita dalla famiglia, a costruire una vita professionale stabile, ad avere buoni stipendi, a conciliare il lavoro retribuito con il lavoro di cura, a mettere su casa a costi ragionevoli. Se la condizione socioeconomica delle persone in età fertile migliorasse, anche il sentimento generale verso il futuro potrebbe migliorare.
Non c’è alcun meccanismo automatico che induca la ripresa della fecondità. Verosimilmente, senza cambiamenti di rilievo, anche nei prossimi anni in Italia la fecondità resterà molto bassa. Tuttavia, anche in Italia, la grande maggioranza dei giovani vorrebbe costruire nuove famiglie e avere più di un bambino, e sono specialmente gli ostacoli materiali a impedire a questo desiderio di divenire realtà. Quindi, la bassa fecondità non è un destino, ma le classi dirigenti dovrebbero mettere in capo alla loro agenda i giovani e le famiglie con figli, attivandosi di conseguenza, con politiche ampie e continuative, contratti di lavoro più attenti alla vita familiare, politiche abitative degne di questo nome. Se ciò accadrà, per le nuove generazioni, i benefici ottenibili nel costruire un’unione e nell’avere un (altro) bambino potranno essere percepiti come maggiori rispetto agli oneri connessi all’essere genitori: un salto nella luce, piuttosto che un salto nel buio.



