Analizzando le serie storiche dell’ISTAT, emerge un’interessante evoluzione del mercato del lavoro femminile in Italia, dal 1861 a oggi: a fronte di straordinarie conquiste sociali, giuridiche ed educative, il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro dall’Unità d’Italia ai giorni nostri è rimasto sostanzialmente invariato; il gap di genere, dal punto di vista quantitativo, è ancora un problema attuale come emerge dall’analisi di Massimiliano Scarnà.
Introduzione
Nel film I soliti sospetti uno dei protagonisti osserva che, per comprendere un fenomeno apparentemente caotico (nello specifico sta parlando della sua scrivania), occorre guardarlo “da una certa distanza”. L’evoluzione del lavoro femminile in Italia sembra rispondere alla stessa logica. Se ci si concentra su singoli periodi storici emergono profonde trasformazioni: il riconoscimento di nuovi diritti, l’accesso all’istruzione, l’ingresso nelle professioni, la progressiva emancipazione economica e sociale.
Figura 1 – Donne in condizione professionale per settore economico (valori % sul totale)

Fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT
La letteratura economica e sociologica ha ampiamente documentato questi cambiamenti. Tuttavia, osservando la storia della presenza femminile nel mercato del lavoro lungo un arco temporale di oltre 160 anni (vedi Figura 1) affiorano regolarità meno evidenti. Il quadro che emerge, infatti, è diverso da quello che si percepisce osservando soltanto singole fasi storiche. Usando i dati dei censimenti e i valori delle rilevazioni annue dell’ISTAT, abbiamo preso in considerazione la popolazione femminile attiva in condizione professionale sul totale. Essa comprende gli occupati e i disoccupati ed esclude dal computo le persone in cerca di prima occupazione. Dal 1861 al 1961 i dati sulla popolazione attiva fanno riferimento alle persone di 10 anni e più, dal 1971 al 1991 a quelle di 14 anni e più e dal 2001 a quelle di 15 anni e più. Fino al 1961 viene ripresa la ricostruzione effettuata dall’ISTAT nel 1965 (cfr. Annali Statistici, 1965). Per gli anni successivi si fa riferimento ai dati censuari, così come pubblicati. L’apparente paradosso per cui i disoccupati “hanno un settore”, dipende dalla logica di fondo dei censimenti fino al 1961: il settore economico non veniva assegnato alla persona in base al lavoro che stava svolgendo nel momento del censimento, ma in base alla sua “condizione professionale” principale, che tiene conto del suo passato lavorativo o della sua ricerca di lavoro. Ecco perché, senza le persone in cerca di prima occupazione, ha senso parlare di un settore economico di chi cerca lavoro. L’indicatore misura la percentuale di donne nel mercato del lavoro e dunque fornisce una proxy del gender gap.
Alcuni trend di lunghissimo periodo
Dalla figura e dai dati emergono alcuni elementi che meritano di essere analizzati brevemente.
Un primo aspetto riguarda l’industria, che non diventa mai il principale sbocco occupazionale femminile. Nella serie storica raggiunge il valore di circa il 10% nel 1981 per poi diminuire. Diversamente da quanto avvenuto in molti paesi dell’Europa nord-occidentale, l’industrializzazione italiana fu relativamente tardiva e inizialmente concentrata nel Triangolo industriale (Piemonte, Liguria e Lombardia), estendendosi al resto del Paese solo nel secondo dopoguerra (cfr. Zamagni, 2007). Questo suggerisce che, nel caso italiano, l’aumento dell’occupazione femminile sia stato sostenuto soprattutto dall’espansione del settore terziario più che dalla manifattura industriale. Inoltre, una parte importante della produzione tessile continuò a svolgersi a domicilio o in forme protoindustriali, limitando l’assorbimento delle donne nella grande fabbrica (cfr. De Bernardi e Ganapini, 2010). I servizi, dunque, sono il settore che ha davvero dato alle donne una possibilità per ciò che riguarda la loro vita lavorativa. anche perché si sviluppano in concomitanza con l’espansione dello Stato sociale: (scuola di massa, sanità pubblica, assistenza, burocrazia, commercio) e non sono in concorrenza con quello maschile, ma complementari. È nei servizi che le donne hanno trovato una collocazione “accettabile” socialmente.
In conclusione, se la quota di partecipazione femminile al mercato del lavoro è cresciuta di appena il 2,1% in oltre un secolo e mezzo, ciò non significa che le donne siano rimaste ai margini dell’economia, ma che il tipo di lavoro è radicalmente cambiato. Come evidenziato dai dati ISTAT e dalla ricostruzione storica di Vera Zamagni, nel 1861 le donne erano massicciamente impiegate nell’agricoltura e nella protoindustria tessile, ma in condizioni che oggi definiremmo di sfruttamento: salari di sussistenza, nessuna tutela sociale, altissima mortalità infantile e un carico di lavoro domestico insostenibile. Il lieve incremento percentuale odierno non riflette quindi un’emancipazione quantitativa, ma una trasformazione qualitativa: il lavoro femminile si è spostato dai campi e dalle fabbriche ai servizi e agli impieghi qualificati, con diritti e tutele un tempo impensabili. Tuttavia, la persistenza di un divario di genere e la difficoltà di conciliare carriera e famiglia dimostrano che la strada verso una piena parità è ancora lunga,
Per saperne di più
Annali di Statistica. Sviluppo della popolazione italiana dal 1861 al 1961. ISTAT, Roma, 1965
De Bernardi, Alberto; Ganapini, Luigi. Storia dell’Italia Unita. Garzanti Libri, Milano, 2010
De Panizza, A. (a cura di). Storia demografica dell’Italia dall’Unità a oggi. Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), 2023.
Olivetti Claudia. The Female Labor Force and Long-run Development: The American Experience in Comparative Perspective. Boston University and NBER, 2012
Tedoldi, Leonida. Storia dello Stato italiano: Dall’Unità al XXI secolo. Editori Laterza, 2018.
Zamagni, Vera. Introduzione alla storia economica d’Italia. Il Mulino, 2007.
Storie di dati – Le trasformazioni dell’italia. ISTAT, Roma, 2026