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Il declino demografico prossimo venturo: un evento epocale che non appassiona nessuno. 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la paura di una crescita demografica senza precedenti diede vita a un grande dibattito. L’autore sottolinea come oggi, malgrado le tendenze demografiche in atto dovrebbero sollevare preoccupazione ben  maggiori, esse siano quasi totalmente ignorati non solo dalla  classe politica, ma anche dagli addetti ai lavori. 

Nel secondo dopoguerra il profilarsi di un’esplosione demografica di dimensioni senza precedenti dette vita a quello che è stato definito The Great Demographic Debate (Sinding, 2021). Promosso da scienziati di rilievo  come Fairfield Osborn (Osborn, 1948), William Vogt (Vogt,1949) e Rachel Carson (Carson,1962) sospinto da un movimento neomaltusiano di stampo ecologista, appoggiato dal movimento femminista della Sanger, alimentato dalla crescente disponibilità di proiezioni demografiche che mostravano come la popolazione dei paesi in via di sviluppo stesse crescendo a tassi senza precedenti a seguito di un declino del tasso di natalità inferiore a quello del tasso di mortalità, sostenuto dall’opinione di numerosi economisti convinti che la crescita demografica avesse un effetto negativo sulla crescita del PIL (Coale & Hoover, 1958) esso vide il governo americano, persuaso che la sovrappopolazione avrebbe aperto la strada al comunismo, schierarsi in prima fila e finanziare insieme agli alleati interventi volti a ridurre il numero delle nascite1.

Se The Population Bomb (Ehrlich, 1968), e The Limits to Growth (Meadows et al. ,1972) costituiscono i libri simbolo di quel dibattito, la prima Conferenza Mondiale sulla Popolazione che si tenne a Bucarest nel 1974 e alla quale parteciparono 135 paesi, fu il momento politicamente più rilevante. La proposta degli Stati Uniti che chiedevano l’impegno dei singoli paesi a fissare degli obiettivi di crescita demografica incontrò la vigorosa opposizione dei paesi del terzo mondo. Guidati da Unione Sovietica e Cina, essi sostennero con successo che ciò di cui vi era bisogno non erano pillole e preservativi, ma massicci aiuti economici, una tesi ben esemplificata dal Ministro indiano della Salute con lo slogan “lo sviluppo è il miglior contraccettivo”. 

Il decennio si concluse, tuttavia, con l’attuazione dei due più radicali, ma sotto molti aspetti estremamente diversi, interventi antinatalisti della storia, la campagna di sterilizzazione portata aventi in India durante lo stato di emergenza nazionale dichiarato dal Primo Ministro Indira Gandhi nel 1975 e la politica del figlio unico implementata dalla Cina a partire nel 1980.

La convergenza ideologica dei paesi capitalisti  e dei movimenti neomaltusiano ed  ecologista in tema di sovrappopolazione terminò nel corso degli anni ’80 per una serie di motivi. In primo luogo, il fallimento delle previsioni catastrofiche degli Ehrlich, vanificate dalla imprevista e, a dire il vero, imprevedibile rivoluzione verde (Ehrlich, P & Ehrlich A. , 2009); le critiche totalmente infondate che sommersero The Limits to Growth, bollato come fantascienza apocalittica; l’impatto del libro The Ultimate Resource pubblicato nel 1981 da Julian Simon, e nel quale, come suggeriva il titolo, la crescita della popolazione, lungi dall’essere un ostacolo alla crescita economica, era la soluzione alla scarsità delle risorse ed ai problemi ambientali. L’evento fondamentale fu però il voltafaccia dell’amministrazione americana che, sotto la pressione dei movimenti cristiani, dichiarò che le ONG straniere che volevano ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti dovevano certificare che non avrebbero eseguito o promosso attivamente l’aborto come metodo per la pianificazione familiare e questo anche quando utilizzavano fondi non statunitensi. A ciò si aggiunsero l’esplosione dell’ epidemia di AIDS che travolse tutte le altre preoccupazioni e portò alla riassegnazione delle risorse delle agenzie sanitarie, incluse quelle dedicate alla pianificazione familiare, alla lotta contro il nuovo virus e  la decisione del movimento ambientalista, del movimento femminista e dei gruppi per i diritti umani di prendere le distanze dal movimento neomaltusiano.

Così nella Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo, tenutasi al Cairo nel 1994, il “problema della popolazione” scomparve dall’ordine del giorno e il tema dominante divenne quello dell’uguaglianza di genere. Inizia così una fase di declino della grande demografia, quella cioè che si occupa delle tendenze della popolazione e dei suoi rapporti con la sfera economica.

In queste nuovo clima non sorprende quindi che neanche il concorde annuncio  da parte dei principali istituti di statistica internazionali che la lunga fase di crescita della popolazione umana stia  giungendo alla fine  UN DESA, 2004 e 2024; IIASA, 2024; Vollset et al. ,2020). passi quasi completamente inosservato. Di fatto, gli interventi sull’imminente declino demografico e sulle sue conseguenze si contano sulla punta delle dita. Inoltre mentre nel grande dibattito si registrò, come abbiamo visto, una quasi completa convergenza sull’idea che una pronunciata crescita demografica avrebbe avuto effetti negativi non solo sull’ambiente, ma anche sullo sviluppo socioeconomico e quindi sulla tenuta dei sistemi democratici, l’attuale dibattito sembra riproporre una netta contrapposizione tra chi  sottolinea  l’impatto negativo del declino demografico sulla sfera economica, sia pure con diversi livelli di pessimismo, e chi segnala i benefici che esso avrebbe sull’ambiente.  

Al primo gruppo appartengono i pochi economisti che hanno affrontato il problema. Il primo ad attrarre l’attenzione sul tema dell’implosione demografica e a discuterne le conseguenze economiche in un articolo comparso nel 2001 su Foreign Policy è stato Nicholas Eberstadt che lavora all’American Enterprise Institute. Piu recentemente vi sono stati interventi di Jesús Fernández-Villaverde, professore di macroeconomia presso l’Università della Pennsylvania e Dean Spears dell’Università del Texas a Austin, che Elon Musk, di cui sono note le posizione pronataliste, ha messo a capo del Population Wellbeing Initiative2. 

Se, come era facile prevedere, Dan Spears sostiene che l’imminente drammatica  contrazione della popolazione condurrà il nostro  Pianeta verso un futuro cupo, caratterizzato da una crescita economica più lenta e con meno innovazioni, (Spears, 2023), non molto più ottimistiche sono le considerazioni di Eberstadt (Eberstadt, 2001, 2024) che ritiene probabile che l’invecchiamento ed una prolungata contrazione della popolazione ostacoleranno la crescita economica e paralizzeranno i sistemi di protezione sociale. La differenza sta nel fatto che Eberstadt nutre qualche speranza che le forze di mercato producano miglioramenti della produttività che a loro volta alzeranno  il tenore della vita, in particolare negli Stati Uniti soprattutto se essi  faranno un maggior ricorso all’immigrazione, uno sprazzo di ragionevolezza che non sembra però in linea con le idee dell’attuale  restauratore  della Casa Bianca. Infine, sia pure con più moderazione, anche Fernández-Villaverde (Villaverde,2021 e 2022) ritiene che il declino demografico sia pericoloso per l’economia e che, al momento, non vi siano ricette disponibili per farvi fronte.

Poche le voci a favore di una contrazione della popolazione. Possiamo ricordare Population Connections, l’associazione fondata  da Paul Ehrlich nell’ormai lontano 1968 che si batte per un obbiettivo oggi del tutto irrealistico, la stabilizzazione della Popolazione mondiale.  

L’unica voce che, sia pure indirettamente, sembra schierarsi a favore di un declino demografico è  espressa in un paper firmato da 17 eminenti ricercatori di università americane, australiane e messicane ( Bradshaw et al, 2021). Diversamente dagli economisti citati in precedenza esso descrive l’orribile futuro che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi decenni a causa della crescita demografica che ci aspetta. L’impressionante lista di catastrofi naturali, ambientali e sociali che ci aspettano non può che suscitare una forte aspettativa per quella Terra meno popolata  di cui il paper non parla ma che,  come  sappiamo, è ormai dietro l’angolo.  

Mi sembra tuttavia che a questo punto sia fondamentale non limitarsi a denunciare i problemi ambientali che ci attendono nei prossimi due o tre decenni o analizzare quelli economici e sociali del decenni successi, ma cominciare a ragionare su come affrontare questa inedita situazione fin da subito. 

Note

1Per una più ampia analisi del dibattito, vedi Bruni, 2022, Cap. 3.

 2La notizia e riportata da Olivia Nater in un articolo pubblicato in Population Connection  (22-9-2023).

Riferimenti bibliografici

Bradshaw, C. J. A., Ehrlich, P. R., Beattie, A., Ceballos, G., Crist, E., Diamond, J., & Ripple, W. J. (2021). Underestimating the challenges of avoiding a ghastly future. Frontiers in Conservation Science, 1.

Bruni, M. (2022). China, the Belt and Road Initiative, and the century of great migration. Cambridge Scholars Publishing.

Carson, R. (1962). Silent spring. Houghton Mifflin.

Coale, A. J., & Hoover, E. M. (1958). Population growth and economic development in low-income countries: A case study of India’s prospects. Princeton University Press.

Eberstadt, N. (2001). The age of depopulation: Surviving a world gone gray. Foreign Affairs, 80(6), 2–8.

Eberstadt, N. (2024). Wanted: More babies: Why the end of the population explosion is a mixed blessing. Foreign Policy.

Ehrlich, P. R. (1968). The population bomb. Ballantine Books.

Ehrlich, P. R., & Ehrlich, A. H. (2009). The population bomb revisited. The Electronic Journal of Sustainable Development, 1(3), 63–71.

International Institute for Applied Systems Analysis. (2024). Populations of the future: Updated tool helps to visualize projections.

Meadows, D. L., Meadows, D. H., Randers, J., & Behrens, W. W. (1972). The limits to growth. Universe Books.

Osborn, F. (1948). Our plundered planet (2nd ed.). Pyramid Books.

Simon, J. L. (1981). The ultimate resource. Princeton University Press.

Sinding, S. (2021). Whatever happened to the population explosion? GMALL lecture.

Spears, D. (2023, September 22). The world’s population may peak in your lifetime: What happens next? The Business Times.

United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2004). World population to 2300. United Nations.

United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2024). World population prospects. United Nations.

Villaverde, J. (2021–2022). The demographic future of humanity: The trends. Public Discourse.

Vogt, W. (1948). Road to survival. William Sloane Associates.

Vollset, S. E., et al. (2020). Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100: A forecasting analysis for the Global Burden of Disease Study. The Lancet, 396(10258), 1285–1306

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