La precipitosa caduta della natalità sembra continuare anche nel 2026, stando ai dati dei primi mesi. Il governo ne è sicuramente molto preoccupato, ma le misure prese fino ad oggi per contrastare la tendenza, scrive Steve Morgan, appaiono molto blande.
Nel giro di due settimane, Xi Jinping ha ospitato due personaggi impegnativi: Donald Trump e Vladimir Putin. I modesti risultati dei due incontri sono stati vagliati dagli analisti, ma non hanno rivelato novità di rilievo: la navigazione dei tre leader procede di conserva, apparentemente sicura quella di Xi, in acque assai più turbolente quelle di Vladimir e di Donald. Neodemos s’interessa di popolazione e società, e non perde di vista un protagonista occulto e potente nelle relazioni internazionali: la demografia. Nel prossimo quarto di secolo (2025-2050), secondo le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite1, la popolazione in età attiva (20-65 anni) della Cina scenderà del 22% (quasi 200 milioni in meno) mentre negli Stati Uniti continuerà ad aumentare del 5,4% (10 milioni in più). Lasciamo da parte la Russia, che tuttavia perderà il 10% della sua popolazione attiva nello stesso spazio di tempo, ma che è un partner minore nel club delle grandi potenze. In Cina, la recessione demografica si prospetta con una gravità e rapidità inattesa, e ineguagliata in altri paesi. E’ naturale che il faro internazionale rimanga puntato sulla prima immediata causa: la caduta delle nascite. La demografia degli Stati Uniti, pur con una natalità in frenata (ma tuttora a livelli più elevati di quella europea), appare relativamente stabile, e può contare su flussi di immigrati capaci di attenuare eventuali squilibri nel mercato del lavoro. Ė invece impossibile che questo possa avvenire in Cina, sia perché “chiusa” verso l’esterno, sia per le gigantesche dimensioni che dovrebbero assumere eventuali (ma impensabili) flussi riequilibratori. Le relazioni tra dinamica demografica e cambio economico sono complesse, ma un’amputazione così rilevante del capitale demografico della Cina preoccupa fortemente i governanti e il loro indiscusso capo, che pur si trincerano dietro nuove parole d’ordine.
Nascite in picchiata anche nel 2026?
Il 2025 si è chiuso, dopo il modesto rimbalzo del 2024 (dovuto in parte alle prospettive favorevoli per i nuovi nati nell’anno del “Drago”)2, con un nuovo record negativo di nascite, scese a 7,92 milioni, 17% in meno dei 9,52 milioni del 2024, e 12% in meno rispetto ai 9 milioni del 2023. Le prime avvisaglie per il 2026 fanno prevedere un’ulteriore caduta: nel primo trimestre dell’anno le nascita sono scese del 3,4% (rispetto allo stesso periodo del 2025) nella “piccola” provincia meridionale di Heinan, e del 7-8% nelle “non piccole” città di Tianjin e Suzhou. Significativo è il fatto che molte città e contee abbiano smesso di pubblicare dati mensili sulle nascite, a ulteriore prova che nei regimi autocratici la demografia è un argomento politicamente molto “sensibile”. Il tasso di riproduttività è sceso a 0,9 figli per donna, e solo la Corea del Sud, tra i grandi paesi, ha una riproduttività più bassa.
Per dare un’idea di quanto inattesa sia la velocità di caduta della natalità, i sette milioni e mezzo di nascite prevedibili nel 2026, sono un milione abbondante in meno di quelle previste appena due anni fa dalle citate proiezioni delle Nazioni Unite.
La bassissima riproduttività riguarda tutte le province della Cina, anche il Tibet (1,78 nel 2023) che detiene la prima posizione (Fig. 1).

Politiche di sostegno alle nascite… senza crederci troppo
Ė possibile che i governanti cinesi si rendano realisticamente conto che la mano dura – che ha permesso, con la politica del figlio unico, di ridurre rapidamente la natalità – non sia granché utile per convincere centinaia di milioni di coppie ad avere uno o due figli in più. Nonostante la consueta retorica a favore della natalità, le misure prese finora appaiono abbastanza blande. Nel maggio 2025 si sono presi provvedimenti per sburocratizzare il matrimonio, consentendo alle coppie di sposarsi in qualsiasi parte del paese, anziché solo nel proprio luogo di residenza. Questo ha reso più facile l’unione per le centinaia di milioni di migranti che vivono abitualmente a grande distanza dai luoghi di residenza. Il cambiamento ha funzionato, e c’è stato un sensibile aumento dei matrimoni nella seconda parte del 2025, seguito però da una caduta del 7,2% nel primo trimestre del 2026 (anno su anno), con un minimo storico di 1,99 milioni di unioni. Insomma, rimbalzo e caduta di natura congiunturale, senza duraturi effetti strutturali. Non diversamente da quanto accaduto nel 2021, quando la Cina ha introdotto un periodo di “riflessione” obbligatorio per le coppie in fase di divorzio, generando una forte riduzione iniziale, seguita da un consistente rimbalzo.
Altre iniziative riguardano il parto e l’infanzia. Dal 2026 il parto ospedaliero è privo di oneri, così come gratuite sono l’assistenza durante la gravidanza e il puerperio. Inoltre, un numero crescente di governi locali, spendono somme rilevanti per favorire la fecondazione in vitro e per l’inseminazione artificiale. Un’altra misura, fortemente criticata, riguarda invece la tassazione dei contraccettivi con un’aliquota IVA del 13%, revocando la precedente esenzione in vigore da quando la Cina ha introdotto l’IVA a livello nazionale nel 1993. Non molti anni addietro, nel 2022, la National Health Commission ha chiesto che vengano ridotti gli aborti non “essenziali sotto il profilo medico”. Infine il governo ha introdotto, a partire dal 2026, un sussidio annuale per l’assistenza all’infanzia di 3.600 yuan cinesi (500 dollari) per ogni bambino di età inferiore ai tre anni.
Contentiamoci della “nuova normalità”!
Le misure sopra citate non costituiscono certamente una vigorosa politica demografica, ma tutt’al più un insieme di provvedimenti di natura sociale migliorativi per coppie, donne e infanzia (salvo l’Iva sui contraccettivi). È poi assai dubbio che le esortazioni a fare più figli possano avere effetti, nonostante i (modesti) sostegni messi in campo, e per varie ragioni. La prima è la clamorosa contraddizione di un regime che ha imposto alle coppie la regola del figlio unico, e che all’improvviso, capovolgendo un quarantennio di politica, chiede che se ne facciano di più. L’autorevolezza dei nuovi appelli, di segno contrario, ne risulta incrinata. Ma la seconda ragione è che i giovani sono altamente scolarizzati, vivono sempre più numerosi in contesti urbani, sono fortemente connessi col resto del mondo, e vivono ancor oggi in ristrettezze materiali, nonostante i grandi progressi dell’economia. È assai dubbio che la retorica governativa possa avere presa su di loro. La Figura 2, riguardante le intenzioni riproduttive di un ampio campione di studenti universitari, parla chiaro. Quattro studentesse su dieci non intendono avere figli, tre su dieci vogliono un solo figlio; tre su dieci ne vogliono due o più, o sono incerte.

Rimane attuale il generico indirizzo adottato nel XX Congresso: “concentrarsi nella strategia per costruire un paese forte, per ottenere un ringiovanimento (“rejuvenation”) della nazione, migliorando la strategia per lo sviluppo della popolazione nella nuova era, comprendendo, adattando e guidando la popolazione verso la nuova normalità. Occorre sforzarsi per migliorare la qualità della popolazione, mantenendo un’adeguata natalità e un’adeguata dimensione della popolazione, e accelerare lo sviluppo delle risorse umane di buona qualità, in sufficiente quantità, perseguendo una struttura ottimizzata, e una distribuzione ragionevole, cosicché la modernizzazione della Cina possa avanzare, sostenuta dallo sviluppo dell’alta qualità della popolazione”. Il fatto è che a tre anni di distanza, si è assai lontani dalla adeguata natalità prospettata e che la nuova normalità finisca per essere assai dolorosa.
Note
1Variante media” della proiezione, population.un.org
2Si veda anche Massimo Livi Bacci, Cina: si chiude l’anno del Drago, “Neodemos”, 20 Dicembre 2024