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Il declino delle nascite in Italia. A che punto siamo?

Sempre più spesso il declino delle nascite è al centro del dibattito politico. La nuova strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti parla di cratering birthrates (crollo dei tassi di natalità) come uno dei gravi problemi che affliggono l’Europa. Anche in Italia in occasione degli Stati generali della natalità a Roma l’allarme denatalità è stato ampiamente rilanciato dai mezzi di comunicazione, per poi passare nuovamente in secondo piano. In questo articolo Marcantonio Caltabiano prova a fare il punto della situazione confrontando le tendenze più recenti mostrate da diversi indicatori.

Numero assoluto di nati

Partiamo dal numero assoluto di nati, che di anno in anno tocca un nuovo minimo, scivolando dalle 502.000 nascite del 2014 alle 370.000 del 2024 (-26%). Questa tendenza, che ha e avrà un impatto importante sulla società italiana, è la conseguenza, purtroppo inevitabile, della diminuzione del numero di potenziali madri, oltre che della decrescente propensione ad avere figli. 

Infatti, man mano che le donne nate negli anni 1970 escono dall’età riproduttiva sono sostituite da generazioni meno numerose (nonostante il contributo dell’immigrazione dall’estero che accresce lievemente il numero di donne giovani rispetto alle coorti originarie di nate). Ad esempio, le trentenni al 1° gennaio 2004 erano circa 895.000 contro le 691.000 del 2014 e le 618.000 del 2024. A riprova di ciò, se applicassimo i tassi di fecondità per età del 2023 alla popolazione femminile del 2004 supereremmo abbondantemente i 500.000 nati.

Ad accrescere il pessimismo sul futuro, si noti come la stima mediana Istat delle nascite del 2024 nella previsione con base 2023 era pari a 381.000 contro le 370.000 effettive (con gli scostamenti negativi maggiori in proporzione in Marche, Molise, Sicilia e Puglia), ad indicare come la tendenza al declino sia più forte di quanto supposto anche recentemente. 

Tuttavia, la riduzione del numero di nati è fortemente rallentata negli ultimi tre mesi del 2025 per cui è disponibile una stima del bilancio demografico (giugno, luglio e agosto) rispetto ai cinque mesi precedenti (-1,6% medio contro -7,6% medio). Si tratta probabilmente di una variazione che non avrà impatto sulla tendenza complessiva del 2025, ma in ogni caso ci permette di ricordare che una ripresa delle nascite non apparirà mai come un numero di nati in crescita, visto l’effetto deprimente del numero decrescente di donne, ma piuttosto come una diminuzione meno intensa delle nascite rispetto al passato.

Numero medio di figli per donna

Per avere un indicatore più affidabile delle tendenze recenti nella propensione ad avere figli dobbiamo rivolgerci al tasso di fecondità totale, che non risente della struttura per età della popolazione. Anche qui la tendenza è fortemente negativa, tanto che nel 2024 si è toccato il minimo storico, con 1,18 figli (ovvero se la propensione ad avere figli restasse costantemente pari a quella del 2024 una generazione di donne avrebbe in media questo numero di figli, ovvero poco più di uno ciascuna, conducendo – in assenza di movimenti migratori – ad un dimezzamento della popolazione).

Tuttavia, il tasso di fecondità totale risente delle variazioni dell’età media al parto, nel senso che in periodi in cui l’esperienza della maternità viene posticipata (anticipata) questo indicatore diminuisce (aumenta) temporaneamente per alcuni anni, pur restando invariata la propensione ad avere figli. E questo è quello che sta accadendo in Italia. Infatti, l’età media al primo figlio è cresciuta da 30,7 nel 2014 a 31,9 nel 2024, quella al secondo figlio da 32,3 a 33,2.  

Per ovviare a questo difetto sono possibili due strade, la prima è provare a correggere il tasso di fecondità totale per tener conto di questa distorsione, la seconda è elaborare misure per generazione di nascita.

Tra tutte le possibili correzioni mostriamo qui l’indicatore proposto da Bongaarts e Feeney (1998), che pur con i suoi limiti fornisce un’utile misura alternativa. 

Come si vede il TFT corretto per gli effetti del posponimento della maternità è più elevato di quello osservato, ma comunque molto basso, al di sotto di 1,40 figli per donna.

Fecondità per generazioni

Se invece analizziamo la fecondità per generazioni, questa ha il grosso limite di essere conosciuta in maniera completa solo per quelle donne che hanno concluso la loro vita riproduttiva, ovvero intorno ai 50 anni, quindi le nate nel 1974. Per le generazioni più giovani bisogna invece ragionare su ipotesi più o meno attendibili.

Limitandoci alla parte osservata dei tassi di fecondità per età possiamo costruire la figura 2 che mostra le differenze per età tra la fecondità cumulata della generazione 1960 e le generazioni successive.

Come si può osservare dalle differenze negative fino ai 30 anni, le donne nate negli anni 1970 e 1980 hanno avuto una fecondità più tardiva di quelle nate nel 1960, ma sono riuscite a recuperare tra i 30 e i 45 anni una parte delle nascite posticipate, riducendo in maniera importante le differenze con la generazione 1960. Inoltre, per le generazioni di donne nate tra 1970 e 1985 la fecondità è rimasta abbastanza stabile nel tempo, mentre per quelle nate nel 1990 e, soprattutto, nel 1995 si evidenzia un nuovo importante posticipo. Infatti, le differenze con la generazione del 1960 si ampliano e, senza un recupero significativo delle nascite rinviate, il numero totale di figli sarà molto basso e molto ampia la quota di donne senza figli, anche superiore al 30% (Neodemos 2025 – La fecondità in Italia: misure di periodo e per generazione). Sarà quindi decisiva per una ripresa delle nascite in Italia la possibilità per le trentenni di oggi di recuperare le nascite posticipate, colmando la differenza tra fecondità desiderata ed effettiva, percorso che nel contesto attuale appare però non così semplice. 

Nord e Mezzogiorno: due mondi a parte

Se effettuiamo il raffronto tra la fecondità delle donne nate nel 1960 e quella delle generazioni successive in maniera distinta tra Nord e Mezzogiorno (figure 3 e 4) otteniamo risultati molto diversi (non mostriamo le regioni del Centro che hanno tendenze simili a quelle del Nord). 

Nel Nord il recupero post 30 per le nate nel 1980 e 1985 è molto più marcato, grazie al contributo delle madri straniere, riportando i valori del numero medio di figli per donna prossimo a quello della coorte 1960, mentre nel Mezzogiorno la discesa è ininterrotta e il recupero minimo (tuttavia qui le donne nate nel 1960 hanno avuto un numero medio di figli ancora intorno a due). Quello che è comune alle due ripartizioni è però il forte posponimento della maternità per le nate nel 1995 già descritto in precedenza, che nel Nord rappresenta un’inversione di tendenza mentre nel Mezzogiorno la continuazione di un trend preesistente.

Il sentiero stretto delle politiche

In conclusione, come scritto più volte su (Neodemos 2024 – Giorgia, Viktor e la demografia), sebbene costose e con effetti spesso limitati, le politiche di supporto alla fecondità sono importanti per dare un segnale della volontà politica di investire su genitorialità e famiglie con figli. 

L’ostacolo principale è che, in società in cui l’età dell’elettore mediano cresce continuamente, la pressione più forte sulle priorità di spesa dei governi non può che essere quella di chi desidera rallentare o arrestare l’adeguamento dell’età pensionabile alla crescita della speranza di vita (e non solo per chi svolge attività molto gravose). Per questo motivo i margini finanziari per le politiche di supporto sono molto stretti.

Infine, si vuole anche ricordare che, per quanto possano essere efficaci le politiche di supporto, in assenza di un contesto sociale più favorevole ai genitori, in cui la maternità, la malattia di un figlio piccolo, un impegno familiare, non siano viste nell’ambiente di lavoro come un’interferenza alla produttività o una seccatura per i colleghi, l’essere genitori diventerà sempre meno attrattivo per giovani donne e uomini.

Bibliografia

Bongaarts, John, Feeney Griffith (1998). On the quantum and tempo of fertility. Population and Development Review 24 (2), 271–291.

Istat (2025). Fecondità per ordine di nascita.

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