Nel 2024 pur se con dati al momento ancora provvisori, l’Italia ha registrato un nuovo minimo storico di nascite (meno di 370mila) e di fecondità (1,18 figli per donna). Il declino è in corso da tempo: Cinzia Castagnaro ne delinea per noi gli aspetti salienti.
Effetti strutturali e comportamentali
Dal 2008, anno di massimo relativo, a oggi le nascite in Italia si sono ridotte di un terzo: oltre 200 mila nascite in meno in soli 16 anni. Questa contrazione riflette la combinazione di fattori strutturali e di comportamento riproduttivo. I primi pesano per circa due terzi sul calo osservato: le donne residenti in Italia in età feconda (15-49 anni) sono diminuite di 2,4 milioni e, nell’anno più recente, quelle relativamente più anziane, tra 30 e 49 anni, sono quasi il doppio di quelle più giocani, tra 15 e 29. Mancano, dunque, i potenziali genitori. Il restante terzo dipende dal calo dellafecondità. L’innalzamento dell’età media al parto (32,6 anni nel 2024), e in particolare del primo figlio (31,7 anni), segnala un processo di posticipazione ormai consolidato, che limita la possibilità di avere figli successivi.
L’analisi congiunta dell’andamento della fecondità e dell’età media alla nascita del primo figlio nel periodo 1952-2023 evidenzia la profonda trasformazione dei comportamenti riproduttivi in Italia. Dopo la fase di elevata fecondità degli anni Cinquanta e Sessanta, il tasso di fecondità totale ha intrapreso un rapido declino, raggiungendo livelli inferiori alla soglia di rimpiazzo (cioè poco più di due figli per donna) già a metà degli anni Settanta e stabilizzandosi, negli ultimi decenni, su valori di “bassissima fecondità” (lowest-low fertility).
Parallelamente, l’età media alla nascita del primo figlio ha mostrato un incremento costante: da poco meno di 26 anni dagli anni Cinquanta alla metà degli anni Ottanta, fino a quasi 32 anni dei giorni nostri (figura 1).

La correlazione negativa tra le due serie è netta: all’aumentare dell’età media in cui si diventa genitori corrisponde una riduzione del numero medio di figli per donna. Tale relazione riflette un processo strutturale di posticipazione della genitorialità, che tende a comprimere le opportunità di avere figli di ordine successivo, riducendo quindi la fecondità complessiva.
In questo quadro, il rinvio della maternità non rappresenta infatti solo un mutamento di calendario, ma un vero e proprio cambiamento di intensità riproduttiva: la dilatazione temporale del percorso verso la genitorialità, se protratta oltre determinate soglie, si traduce sempre più spesso in una rinuncia involontaria alla procreazione, con implicazioni significative sulla sostenibilità demografica del Paese.
La fecondità per generazioni
Per comprendere appieno le trasformazioni della fecondità, conviene adottare una prospettiva per generazione, che consente di cogliere i comportamenti riproduttivi reali delle donne nel corso della vita, al di là delle fluttuazioni congiunturali che caratterizzano le misure di periodo. Mentre la fecondità di periodo presenta oscillazioni congiunturali, legate alle condizioni economiche e sociali del momento, quella per coorte rivela un trend in diminuzione costante e di lungo periodo (figura 2). Si passa dai 2,3 figli delle nate nei primi anni Trenta ai 2 figli delle generazioni dell’immediato dopoguerra (1945-49), fino ad arrivare a 1,44 figli per le donne nate nel 1980 — un valore stimato a completamento del loro ciclo riproduttivo.

A partire dalle generazioni nate nella prima metà degli anni Cinquanta, il calendario della fecondità ha subito una marcata e rapida posticipazione. Le nate negli anni Cinquanta hanno avuto il primo figlio in media a 27 anni, mentre per le nate nei primi anni Settanta l’età media alla nascita del primogenito è salita di circa quattro anni. Le donne della generazione del 1974, ultima ad aver completato la propria storia riproduttiva, sono diventate madri intorno ai 30 anni.
Questi profondi mutamenti temporali hanno modificato anche la composizione della discendenza finale per ordine di nascita. La posticipazione e la riduzione complessiva dei nati hanno comportato una contrazione dei secondi figli e, in misura ancora più accentuata, dei terzi e successivi. La fecondità di primo ordine è rimasta relativamente stabile fino alle coorti nate a metà degli anni Sessanta, per poi diminuire più sensibilmente nelle generazioni successive.
Il calo dei primogeniti, osservato in un’ottica longitudinale, riflette l’aumento costante della quota di donne senza figli. Se, tra le nate nel 1950, solo l’11% delle donne concludeva la propria vita riproduttiva senza figli, tra le nate negli anni Ottanta si stima che questa quota possa più che raddoppiare, superando il 25%.
L’aumento della quota di donne senza figli nelle generazioni più giovani pone interrogativi rilevanti sulle determinanti sociali, economiche e culturali di questo fenomeno e sulle prospettive evolutive della fecondità nei prossimi decenni. Ci si può allora chiedere se l’aumento delle donne senza figli sia davvero il frutto di una scelta consapevole oppure se, più spesso, rappresenti l’esito di condizioni economiche, lavorative o relazionali che impediscono di realizzare i propri desideri di maternità, trasformando il rinvio in una rinuncia, più che in una scelta.
Per saperne di più
Vignoli D. e Paterno A. (a cura di) (2025) Rapporto sulla popolazione. Verso una demografia positiva. Il Mulino,
Istat (2025), Indicatori demografici, Comunicato stampa 31 marzo 2025