Popolazione mondiale:

Popolazione italiana:

Giovani (0-19 anni):

Anziani (64+ anni)

Occhio alle pensioni! Lo dice anche l’OCSE

E’ appena uscita l’ultima edizione di “Pensions at a Glance 2025’’, pubblicazione biennale dell’OCSE. L’indicazione principale, come osserva Giuliano Cazzola, rimane quella consueta: prolungare la durata della vita lavorativa, per alleggerire l’onere delle pensioni, particolarmente forte in un contesto minato dalla denatalità.

A cadenza biennale, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) pubblica Pensions at a Glance, un’analisi comparativa della situazione previdenziale dei principali paesi industrializzati. Il rapporto copre tutti e 38 i paesi membri, ma qui mi concentro quasi eslusivamente sull’Italia. Ebbene, per quanto riguarda noi, già nell’edizione del 2019, all’indomani del varo del dl n. 4/2019 che indeboliva la portata della riforma Fornero del 2011, l’OCSE richiamava la necessità di “dare priorità all’aumento dell’effettiva età di pensionamento”, collegandola alla durata media della vita, in crescita, e limitando i sussidi ai pensionamenti anticipati. 

Prolungare la vita attiva è un’esigenza anche del mercato del lavoro

La prescrizione non è variata in seguito ed è chiaramente enunciata anche nell’edizione 2025 di Pensions at a Glance. Si tratta di una misura necessaria se si vogliono aumentare i redditi da  lavoro e, di passaggio, alleggerire l’onere delle pensioni. Questi, si ricordi, grava soprattutto sulle generazioni più giovani, che devono affrontare le sfide economiche dell’invecchiamento, nell’immediato causa del rallentamento nella crescita dei loro redditi, e in prospettiva potenziale macigno su tutta l’economia italiana.

Per mobilitare le risorse lavorative non sfruttate e contrastare l’impatto tendenzialmente negativo dell’invecchiamento della popolazione sulla crescita del Pil pro capite, l’OCSE indica tre strade maestre:

1) ridurre drasticamente (di almeno due terzi) il divario occupazionale di genere 

2) attivare i lavoratori anziani in buona salute e 

3) promuovere l’immigrazione regolare.

Verso la quiescenza a 70 anni

L’Italia rientra nel ristretto gruppo di paesi in cui l’età “normale” di pensionamento potrebbe avvicinarsi alla soglia dei 70 anni nei prossimi decenni, e forse raggiungerla. A oggi, l’età legale per accedere alla pensione di vecchiaia in Italia è fissata a 67 anni, ma l’età media effettiva, pur se in rapida crescita negli ultimi anni, è più bassa, ed è pari a 64,6 anni. Gli effetti dei cambiamenti recenti si vedono: tra il 2001 e il 2024 il tasso di partecipazione al mercato del lavoro nella fascia di età 55-64 anni è più che raddoppiato, dal 28,2 al 61,3%, pur restando inferiore al valor medio europeo (figura 1).

Nonostante questi progressi, la spesa pensionistica in rapporto al PIL risulta ancora la più alta in Europa, collocandosi al 15,6% nel 2022 contro una media dell’11,4%. Nel 2036, tale rapporto dovrebbe raggiungere un picco del 17,3%, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7% in prospettiva più lunga.

È anche per questo che in Italia,  come altrove, l’età effettiva di pensionamento dovrà salire ancora. È la conseguenza di una dinamica demografica inesorabile: meno lavoratori attivi e più pensionati da sostenere = peggior indice di dipendenza. Da oggi al 2050 avremo circa 4 milioni di over 75enni in più mentre nei soli prossimi dieci anni oltre 6 milioni di lavoratori raggiungeranno l’età di per pensionamento.

E poiché l’OCSE non intravede possibili inversioni di tendenza nella denatalità, le sue previsioni sono di un forte calo della popolazione in età lavorativa (20-64 anni): oltre un terzo entro il 2060. In altre parole, ci saranno sempre più anziani a carico di una platea sempre più ristretta di contribuenti.

Con medie di questo genere…

Mentre la pensione di vecchiaia decorre, in media, a partire da 67,4 anni, quella della pensione anticipata comincia a 61,1. Succede però che in pensione di vecchiaia ci vadano in larga prevalenza le donne, mentre dell’anticipo si avvalgono in larga maggioranza gli uomini. La cosa non sorprende se si considera la permanenza in attività lavorativa, che per le lavoratrici è più breve (circa 28 anni, in media, contro circa 37 per i maschi): le donne sono quindi spesso costrette a restare al lavoro fino a età più elevate, a pena di percepire altrimenti una pensione troppo misera (o perderla del tutto).

Rimane però il fatto che la durata media della vita lavorativa, che si è allungata di 2,1 anni negli ultimi 10, arrivando a 32,8 anni nel 2024, è in pratica un dato “bisex”. Si noti, comunque, che questo allungamento non è un’eccezione italiana: negli ultimi dieci anni, la media europea degli anni lavorati è passata da 34,9 a 37,2 (+2,3). L’Italia quindi, segue questa tendenza generale, ma timidamente e partendo da una posizione di partenza più debole: non a caso si piazza al penultimo posto nell’Unione, prima della Romania.

La complessità dell’intervento

Per reggere l’urto dell’invecchiamento, non basterà innalzare per legge l’età di pensionamento. Servirà un deciso cambio di passo su occupazione dei lavoratori maturi, formazione continua, salute nei luoghi di lavoro e politiche attive che rendano possibile, e non solo obbligatorio, lavorare più a lungo. Aumentare l’età pensionabile senza creare condizioni reali di occupabilità rischia infatti di produrre una “terra di nessuno” fatta di disoccupati anziani, uscite anticipate penalizzanti e nuova pressione su altri strumenti di welfare, non pensati però per sostituire la pensione.

Dal 1996 (riforma “Dini”), l’Italia ha progressivamente introdotto il sistema contributivo, che lega l’assegno pensionistico a quanto effettivamente versato nel corso della vita lavorativa. Secondo le elaborazioni contenute nel rapporto, ormai oltre nove nuovi pensionati su dieci ricadono, in tutto o in parte, nel perimetro contributivo. Il principio è sacrosanto, ma la medaglia presenta anche un suo rovescio: con carriere discontinue, salari bassi e lunghi periodi di lavoro precario, il montante contributivo rischia di essere insufficiente a garantire assegni adeguati. Senza interventi mirati, la combinazione di popolazione più anziana e pensioni più “leggere” rischia di diventare esplosiva sul piano sociale.

Il divario di genere nelle pensioni

Una delle pagine più delicate del rapporto è dedicata al divario di genere nelle pensioni. In media, nei paesi OCSE le donne percepiscono assegni sensibilmente inferiori rispetto agli uomini, e anche in Italia il quadro resta critico, pur se il gap si è ridotto rispetto ai livelli di inizio anni Duemila (Figura 2).

Le cause sono note ma ancora lontane dall’essere risolte: carriere lavorative più brevi, maggiori periodi di inattività legati alla cura dei figli o di familiari (malati o anziani), diffusione più limitata della previdenza complementare, maggiore concentrazione in settori a bassa retribuzione. Tutti fattori che, nel lungo periodo, si traducono in assegni più bassi. Il divario è in parte controbilanciato dal fatto che le donne, che muoiono più tardi, rimangono in pensione più a lungo degli uomini: che ciò costituisca una compensazione sufficiente non è però scontato.

Per saperne di più

OECD (2025) Pensions at a Glance

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