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Procreazione medicalmente assistita in Italia: ieri, oggi, domani

Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è in rapida crescita in tutto il mondo e anche in Italia, dove riguarda circa il 4% dei parti. Per l’azione congiunta di molti fattori (aumento al ricorso, ritardo nella fecondità, facilitazioni legislative e abbattimento di costi) il fenomeno potrebbe crescere ancora e attestarsi tra l’8 e il 15% verso metà secolo. Forse troppo, come notano Gustavo De Santis, Alessandra Burgio, Cinzia Castagnaro, Daniele Vignoli e Agnese Vitali.

In Italia, il ricorso alla PMA, o procreazione medicalmente assistita, è in crescita, e si stima che ormai interessi oltre il 4% dei parti (fig. 1), con quote ben più alte, ovviamente, per le neo madri più anziane (Burgio et al 2025a,b). Beninteso, la crescita si osserva in tutto il mondo, almeno laddove i dati sono disponibili, pur se i confronti sono difficili, perché non sempre i contesti sono comparabili, le definizioni analoghe, e le rilevazioni esaustive e affidabili. In ogni caso, il fenomeno è globale.

I motivi sono tanti, ma i principali sono i seguenti:

1) la posticipazione della procreazione. Con riferimento all’Italia, ad esempio, si può notare nella fig. 1 che l’età media delle madri al parto, che già era elevata nel 2002 (30,5 anni) è da allora ulteriormente cresciuta fino a 32,6 anni nel 2024 (e 32,7 stimati nel 2025), nonostante il bassissimo numero di figli per donna, sceso (stabilmente?) a meno di 1,2. Anche in epoca storica l’età media al parto era relativamente elevata, ma ciò era dovuto al fatto che le donne facevano molti figli, e gli ultimi, di ordini elevati, nascevano forzatamente in età “mature”. La differenza è che oggi si diventa madri in età molto avanzata, con un’età media alla nascita del primo figlio che sfiora ormai i 32 anni (in crescita). Questo ritardo alla partenza rende difficile raggiungere il numero di figli desiderato spingendo sempre più coppie a cercare aiuto nella medicina e nella tecnologia;

2) il miglioramento delle tecniche mediche, un po’ meno invasive per le donne rispetto al passato, seppur ancora impegnative, e più efficaci, caratterizzate da tassi di successo mediamente crescenti (v. ad es. Cozzani et al 2025);

3) la crescente accettabilità e democratizzazione tra gruppi sociali e territori di interventi di questo tipo, dovuta in parte alla loro stessa crescente diffusione.

Diritti, costi e definizioni

Almeno altri tre elementi giocano un ruolo importate in questo campo. Il primo è ciò che è consentito. In Italia, la PMA è regolata dalla legge 40 del 2004, le cui maglie, inizialmente molto strette, sono state successive allargate da sentenze della Corte Costituzionale, che, ad esempio, hanno rimosso il limite di produrre al massimo tre embrioni e consentito la crioconservazione degli embrioni, la fecondazione eterologa e la diagnosi genetica preimpianto. 

Il secondo è legato al costo dell’operazione. In Italia, dal 31 dicembre 2024, la PMA è inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza: i trattamenti omologhi sono gratuiti, quelli eterologhi calmierati a circa 1.500€, e l’accesso è garantito fino ai 46 anni della donna. Al di fuori di questa rete “protetta” (ma limitata, e con lunghe file d’attesa, come ormai in tutti i campi della sanità pubblica), il costo degli interventi è decisamente più alto, stimabile a circa 5.000€, pur se con altissima variabilità, in funzione dei centri cui ci si rivolge e del tipo di intervento.

Infine, bisogna prestare attenzione alle definizioni: qui intendiamo PMA in senso ampio, riferendoci a qualunque intervento volto a favorire le nascite, e quindi non solo trattamenti di riproduzione assistita (ART) come la fecondazione in vitro (FIV), l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI), la diagnosi genetica preimpianto e la crioconservazione di embrioni e gameti, ma anche l’inseminazione assistita e i trattamenti ormonali come ad esempio l’induzione dell’ovulazione. 

E in futuro?

Alla luce della crescita recente del fenomeno, che in Italia è documentabile con un minimo di precisione solo dal 2013, in una recente pubblicazione ci siamo chiesti che cosa ci fosse da attendersi per il prossimo futuro (Burgio et al 2026). In tale esercizio di proiezione ci sono almeno tre componenti da tenere sotto controllo.

Il primo è l’evoluzione della propensione a usare la PMA, che, come è intuibile e come mostra la fig. 2, dipende molto dall’età della donna (e anche da altri fattori, come ad es. l’ordine di nascita, che però, per semplicità, abbiamo ignorato). Per le nostre previsioni abbiamo introdotto tre scenari evolutivi (linearmente) fino al quinquennio 2045–49:

N: nessuna crescita della propensione (mantenimento dei valori osservati/stimati nel 2023)

M: crescita, ma moderata, e cioè rallentata rispetto alla crescita del periodo 2013–23

R: crescita rapida, agli stessi ritmi del periodo 2013–23

Il secondo elemento è l’evoluzione dell’età media al parto: come si intuisce dalla fig. 2, più le future madri in Italia ritarderanno la loro fecondità, più il fenomeno della PMA si diffonderà. Anche in questo caso abbiamo previsto gli stessi tre scenari di crescita: N (nessuna), M (moderata) e R (rapida).

Il terzo elemento è la distribuzione per età delle future donne in età riproduttiva: più saranno mature, più a far figli saranno donne di età elevata e quindi con forte probabilità di ricorso alla PMA. In questo caso ci siamo basati sulle previsioni Istat della popolazione residente.
I risultati di questo esercizio sono riassunti nella tab. 1.

Quel che emerge è che l’invecchiamento della popolazione (cioè, delle potenziali madri) dovrebbe pesare poco o nulla, perché la struttura per età delle donne in età riproduttiva è già oggi molto anziana. In questo scenario “NN” (nessuna crescita dei due fattori considerati, età media al parto e propensione al ricorso alla procreazione medicalmente assistita) la quota delle nascite con PMA al 2045–49 dovrebbe essere intorno al 4,3%, praticamente come oggi.

Gli altri due fattori considerati, però, ragionevolmente non resteranno costanti ai livelli osservati nel 2023, ma continueranno a crescere. I loro effetti dovrebbero essere comparabili, come si vede al di fuori della diagonale principale della tabella. Nel caso di scenario “MM”, e cioè di crescita moderata di entrambi, la quota delle nascite PMA potrebbe raddoppiare rispetto a oggi, e arrivare all’8%. E nel caso “RR” di crescita rapida di entrambi (età media al parto e ricorso alla PMA), globalmente, i nati con PMA potrebbero salire fino al oltre il 15%.

PMA: opportunità o incentivo al rinvio?

Questi risultati vanno presi con molta cautela, evidentemente. Ma ci dicono che siamo avviati su una strada di crescente medicalizzazione delle nascite, conseguente anche al patologico ritardo dell’entrata in gravidanza. Questo comporta aumento di costi, di stress individuale, di pressione sul sistema sanitario (pubblico e privato), e, a causa dell’età genitoriale avanzata, anche di rischi per la salute, per la madre e per il bambino (a questo fine, le età ideali per la gravidanza pare che siano quelle tra 26 e 30 anni, almeno secondo Huang et al 2025). Lo stesso inserimento della PMA nei Livelli Essenziali di Assistenza può rappresentare un’arma a doppio taglio, soprattutto se non è accompagnato da adeguate campagne informative sulla salute riproduttiva e sugli effetti dell’età sulla fertilità, sia femminile sia maschile. Da un lato, infatti, garantire l’accesso alla PMA è fondamentale per aiutare le coppie con problemi di infertilità ad avere i figli desiderati; dall’altro, presentarla implicitamente come una soluzione sempre disponibile ed efficace potrebbe alimentare una falsa rassicurazione e favorire ulteriori rinvii: «tanto c’è la PMA». Ma la PMA non annulla i limiti biologici legati all’età. La letteratura medica mostra che, nelle donne, la fertilità comincia a diminuire già verso la fine dei vent’anni, cala più rapidamente dopo i 35 e si riduce in modo particolarmente marcato intorno ai 37-38 anni; negli uomini, il declino inizia verso la fine dei trent’anni e diventa più significativo tra i 40 e i 45 anni.

Aiutare i casi singoli di difficile conseguimento della genitorialità è un conto, ma il sostegno della fecondità in Italia, se lo si vuole attuare, richiede un cambio di direzione, a cominciare dall’età al primo figlio, che, con le giuste condizioni e prospettive di vita per i giovani, dovrebbe cominciare a scendere, e non di poco.

Per saperne di più

Burgio A, Castagnaro C, De Santis G, Vignoli D, Vitali A (2026) The future of births via medically assisted reproduction in Italy: Scenarios to 2050, PLoS One 21(7): e0354135. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0354135

Burgio A, Castagnaro C, Vignoli D, Vitali A (2025a) The contribution of medically assisted reproduction to total, age-, and parity-specific fertility in Italy. Human Reproduction 40(10):1972–1979. https://doi.org/10.1093/humrep/deaf137

Burgio A, Castagnaro C, Vignoli D, Vitali A (2025b) La procreazione medicalmente assistita: una via aperta alla genitorialità, Neodemos,

Cozzani M et al (2025) Socioeconomic differences in ART treatment success: Evidence from Italy. Demographic Research 53(20): 611–628. https://doi.org/10.405.4/DemRes.2025.53.20

Huang L, Sauve R, Birkett N, Fergusson D, van Walraven C (2014) Risk Assessment of Adverse Birth Outcomes in Relation to Maternal Age. PLOS ONE, 9(12): e114843. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0114843 

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