Lo spopolamento della montagna è un fenomeno oramai secolare, inarrestabile fino ad oggi, minacciosa per le risorse ambientale, culturali ed economiche di vasta parte del territorio, e per l’equilibrio dello sviluppo dell’intero Paese. Ce ne parla, nel primo di tre articoli, Marco Breschi, che alla sua esperienza di studioso1 aggiunge quella di sindaco di un piccolo comune di montagna. E che sostiene la necessità di una osmosi tra Città e Montagna perché, in futuro, l’una avrà sempre più bisogno dell’altra, e viceversa.
Quasi tutti i Paesi europei, in primis quelli mediterranei, hanno raggiunto livelli di natalità così bassi che, senza immigrazioni, porteranno al dimezzamento del numero di abitanti entro la fine del secolo, come certificano i quadri prospettici elaborati da numerosi Centri statistici nazionali e internazionali.
Esistono, però, in tutta Europa vasti territori dove il futuro demografico è il presente. Nel nostro Paese è sufficiente salire verso le montagne, soprattutto nelle numerose valli del lungo Appennino e delle aree interne delle due isole maggiori. Lassù la proporzione di anziani è quella attesa verso il 2100, un quarto di nonni sono figli, gli adulti in deciso calo, i bambini quasi un’eccezione, le famiglie numerose una rarità. Queste valli, pari ad oltre un terzo dell’intera superficie nazionale, stanno andando incontro alla desertificazione demografica nel pressoché generale disinteresse della grande politica e del governo, che fa poco o nulla per cercare di invertire la direzione.
Ancora oggi, soprattutto nel Meridione e nelle valli più lontane dell’Appennino settentrionale e centrale, continua la fuga degli abitanti, stanchi di non essere ascoltati e sempre più privi di servizi fondamentali (su tutti, sanità, scuola e trasporti). Emigrazione e bassa natalità conducono all’inevitabile declino della popolazione. Il sistema Paese non può rinunciare ad un terzo del suo territorio, non foss’altro che per motivi semplicemente egoistici. Le metropoli, le città, le pianure, la prima collina avrebbero intorno un territorio vuoto e abbandonato destinato a “franare” verso il basso con le acque non più controllate, i declivi sempre più fragili, i boschi inaccessibili e incombenti, gli animali selvatici di ogni tipo, ma anche con la drammatica perdita di un patrimonio umano, storico e ambientale.
Il tempo a disposizione per evitare il tracollo prima demografico e poi totale è poco, il breve torno di una-due generazioni. Soluzioni facili non esistono, tuttavia il futuro non è un destino prefissato, ma un risultato delle nostre azioni nel presente.
La necessità di un deciso cambio di rotta
In Italia, la situazione è critica in molti dei numerosissimi piccoli comuni dell’entroterra, ormai vicini alla desertificazione. E, in mancanza di misure adeguate, ben oltre la metà del territorio nazionale rischia di svuotarsi. In epoca moderna, non ci sono molti esempi di popolazioni in declino che possano permetterci di comprenderne le cause, di valutarne le conseguenze, di suggerire rimedi. Qualche interessante spunto lo possiamo trarre dai numerosi casi di società duali, cioè con ampie zone in declino o in ristagno demografico, per l’emigrazione verso l’estero o verso la parte più sviluppata del paese. Le vaste terre alte e marginalizzate dell’Appennino, con tutte le regioni del Mezzogiorno, ognuna con le sue ben note peculiarità, sono parte di questo mondo duale. La montagna ha fortemente contribuito ai flussi di emigrazione verso le Americhe; verso l’Europa nel secondo dopoguerra; verso il Centro-Nord più sviluppato negli anni ’50 e ’60; verso larga parte delle città e pianure negli ultimi decenni. Tuttavia, nei centosessantacinque anni dall’Unità, il divario dal resto dell’Italia non si è colmato, contrariamente a quanto è avvenuto in Paesi duali dove i flussi migratori hanno contribuito a moderare il distacco delle regioni di partenza da quelle di arrivo. All’opposto, le valli degli Appennini sono entrate in una spirale di profonda decrescita. Se nel passato la parte più debole del Paese era dotata di un ampio numero di abitanti, oggi e soprattutto domani, è destinata a fare i conti con un vuoto demografico amplificato da un continuo stillicidio di giovani che, ancora, lasciano la montagna: indubitabile riflesso del distacco delle terre alte e remote dalla frontiera della innovazione socio-economica.
Una strategia insufficiente
La Strategia nazionale per le aree interne (Snai), comparsa per la prima volta nel 2014, ha sottolineato la necessità di una politica territoriale ad hoc per migliorare la qualità dei servizi e creare condizioni favorevoli anche nei territori più marginali. Da allora queste aree sono state oggetto di varie analisi e attenzioni che però, almeno finora, non sono servite a mettere in campo politiche vincenti. Indubbiamente ci vogliono tempi lunghi e politiche durature. Investire nei territori non vuol dire dare un po’ di assistenzialismo, spesso in termini di risorse finanziarie poco più che briciole, ma garantire opportunità in più. Chi vive in Montagna ha la netta sensazione che la strada intrapresa sia ben diversa come, del resto, ha certificato di recente l’attuale Governo in un documento ufficiale. L’ultimo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, prendendo atto dell’irreversibilità del processo di spopolamento di alcune aree emarginate, ha puntualizzato che non possono essere però abbandonate a sé stesse, anzi “hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita2” . Le terre alte e marginalizzate con il loro scarso valore intrinseco sono ritenute pressoché improduttive e fonte, anzi, di oneri per la comunità per cui l’alta politica, facendo poco o nulla, sembra essersi arrogata il diritto di sopprimerle, mentre la protesta della gente di montagna si perde nel vuoto, e la politica dice a chiare lettere a chi vive nelle aree più fragili che, al più, li accompagnerà, come si fa ad un funerale, ad una dipartita socialmente dignitosa. La gente di Montagna ha però il diritto di dissentire, di ricordarsene agli appuntamenti elettorali e, soprattutto, di sognare e lavorare per un destino diverso dalla irreversibilità del processo di spopolamento sfuggendo alle narrazioni semplificate di quanto sta succedendo in Montagna.
È urgente un nuovo sistema normativo…l’esempio del pellet
Chi scrive vede in nuce interessanti e nuovi fermenti. Il punto è far sì che attecchiscano senza trascurare alcune esigenze stringenti da parte di chi vive oggi in Montagna, e sono spesso anziani. Quassù si percepiscono con forza alcune contraddizioni che possono sembrare piccole, quasi insignificanti, ma che, se non corrette, complicano inutilmente la vita quotidiana e il precario equilibrio tra necessità e risorse. Un semplice esempio, frutto del vissuto diretto: il pellet.
Un’insistita propaganda, che ha trovato effettivi riscontri pratici tra le famiglie, ha facilitato la diffusione delle stufe a pellet come sistema di riscaldamento e di produzione di acqua calda sanitaria a svantaggio della tradizionale stufa a legna. Un cambio tra l’altro incentivato attraverso bonus e sovvenzioni (quali, ad esempio, il Conto Termico) per accelerare la sostituzione di impianti obsoleti con modelli più efficienti e a biomassa. Lungo un simile percorso volto a contenere il ricorso a energie fossili (gas e gasolio) è ritenuto del tutto incomprensibile avere riportato (dal 1° marzo 2024) l’IVA sul pellet dal 10% al 22%. Una scelta subita dalla popolazione di Montagna, in particolare laddove non è disponibile il gas metano che, seppur più inquinante, beneficia di un livello d’IVA al 10% (e, prima, al 5%). Si tratta indubbiamente di una piccola questione che, oltre a comportare un esborso aggiuntivo (non trascurabile per una famiglia di anziani con una sola pensione), è percepita come una prova provata del ridotto interesse della “politica” nei confronti della popolazione che vive in alto. Questo piccolo esempio è il pretesto per segnalare un’occorrenza sentita quotidianamente da chi vive in montagna, ovvero che molti interventi e molte norme sono calate dall’alto senza alcuna reale conoscenza dei problemi locali, quando invece occorrerebbe un sistema normativo calibrato sulle esigenze reali della gente che oggi è costretta a convivere con norme penalizzanti e assurde in ogni settore.
Lo scambio tra Montagna e non-Montagna e un nuovo paradigma culturale
Col tempo la Montagna è stata relegata ad una sorta di marginalità politica, economica, sociale e persino culturale. Si è affermato, lento ma inesorabile, un senso di subalternità fra le comunità delle aree marginalizzate che è chiaramente avvertito da chi continua ancora a viverci. Un turismo mordi e fuggi, che toglie più di quanto lasci, una sottrazione sistematica di prodotti del bosco e del sottobosco (funghi, mirtilli, lamponi e castagne) priva di adeguate forme di compensazione, legislazioni punitive e bizantine che penalizzano chi vi abita in nome di un errato senso di rispetto ambientale, un uso irrispettoso della proprietà privata, una tassazione che non avvantaggia in alcun modo aziende e privati, un abbandono generalizzato degli ambienti forestali, hanno reso le aree appenniniche poco appetibili agli investimenti ed ai progetti rigenerativi e le hanno trasformate in parchi giochi e terre di libero accesso per metropolitani stressati.
Eppure la Montagna vanta crediti incommensurabili: risorse energetiche ed ecosistemiche, ambienti incontaminati, di cui ci sarà un gran bisogno per il futuro, nonché valori estetici, ricreativi e culturali. Tutti questi beni e benefici, materiali e immateriali, dovrebbero costituire una immensa risorsa per il sistema metropolitano, sempre meno attrattivo e vivibile, e dovrebbero essere valorizzati e non sviliti o usati impropriamente.
Non esiste alternativa seria ad una potente inversione culturale, che abbandoni l’idea meramente strumentale delle terre appenniniche e le consideri nuove opportunità di vita e di sviluppo, in nome di un rinnovato patto di coesistenza rispettosa e costruttiva. Questo nuovo patto dovrebbe condurre ad una coscienza e ad un processo sempre più serrati di osmosi tra città e Montagna perché in futuro l’una avrà sempre più bisogno dell’altra e viceversa. Della necessità di un tale nuovo processo culturale, che sempre più distintamente viene percepito e sostenuto dal basso, cioè dalla gente comune, dovrà farsi carico, ad ogni livello, una politica più responsabile che abbandoni l’elettoralismo e le leggi dei grandi numeri, con i connessi algoritmi, e che guardi al futuro ed al bene collettivo.
Note
1I tre articoli sono una rielaborazione del saggio di Marco Breschi e Giovanna Gonano, Resistere per il futuro degli Appennini, Forum, Udine, 2025
2Presidenza del Consiglio dei Ministri, Piano Nazionale Strategico per le aree interne (PNSAI), marzo 2025, p. 46

