In questo terzo e ultimo contributo, Marco Breschi completa il suo discorso sulla Montagna, avanzando proposte e idee utili per frenare lo spopolamento e rivitalizzare le aree montane. Tra queste preminenti l’idea di una “fiscalità di svantaggio”, e la rivalutazione del criterio di prossimità per i servizi sanitari, educativi e altri presidi sociali, per attenuare le difficoltà del vivere in montagna.
Una soluzione per invertire la crisi nelle zone della Montagna fragile e spopolata è l’adozione di una Zona Franca Montana (ZFM), peraltro contemplata dall’Unione Europea: un modo concreto per riportare un po’ di equità a queste terre dimenticate. Almeno finora, le azioni dei governi italiani per colmare il divario territoriale sono state a dir poco timide, anche quelle formulate nella recente Legge sulla Montagna (L. 131/2025) che, se va bene, sarà al più un’altra occasione persa: siamo ancora lontani da una reale fiscalità di riequilibrio il solo e vero intervento per rendere il territorio montano meno svantaggiato e perfino attrattivo. All’interno della ZFM andrebbero poi ricompresi i vantaggi fiscali riconosciuti ai pensionati che, oggi, vanno a risiedere in alcuni paesi esteri. Tra l’altro, un buon numero di pensionati tra i molti scesi a valle dispone ancora di una casa e, pertanto, potrebbe trarre vantaggio da una contrazione delle tasse sulla pensione.
Adottare una fiscalità di svantaggio
Per attuare una compiuta proposta di ZFM, poiché le risorse sono limitate bisogna delimitarne l’ambito con coraggio, e applicarla, in primis, alle zone in grave sofferenza e, verrebbe da dire, a partire proprio da quelle cui l’attuale governo ha garantito solo un bel funerale. Nel tratteggiarne i confini si deve andare oltre la rigida segmentazione amministrativa, estrapolando, se necessario, all’interno di un territorio comunale eventuali zone deboli cui riconoscere i benefici fiscali. Al contempo, per evitare aberrazioni, devono essere attivati attenti protocolli di controllo per verificare le condizioni di effettiva residenza. Il futuro di larga parte degli Appennini è legato ai flussi migratori e la ZFM, oltre ad essere un’operazione di equità in linea con il dettato costituzionale, è lo strumento più istantaneo per evitare che il vuoto demografico dei territori più isolati si estenda anche alle valli più accessibili. Un destino da contrastare in quanto se è vero che la vita di una comunità non è riconducibile alla sola demografia, è altrettanto vero che è difficile prospettare un futuro senza una popolazione.
Le risorse della montagna
In un mondo sempre più complesso, altre grandi questioni interagiscono con il fattore demografico. La più incalzante è il cambiamento climatico che sembrerebbe aprire inattese prospettive alle terre alte. La ricchezza di alcuni beni materiali primari – acqua, aria, ricambio CO2 – sono asset essenziali che richiedono l’adozione di politiche innovative orientate alla conservazione della biodiversità, degli ecosistemi, del capitale naturale e alla valorizzazione dei benefici offerti dagli ecosistemi alla società nel suo complesso. Non è, dunque, un caso che si stia registrando un crescente interesse verso i metodi di individuazione, classificazione, valutazione dei Servizi Ecosistemici offerti dai territori con interessanti progressi nel campo della ricerca seppure, almeno per ora, con poche ricadute nelle politiche pubbliche.
La prossimità come sistema rigenerante
È anche nella valorizzazione della prossimità il cuore della svolta culturale volta alla riscoperta dell’immenso patrimonio delle aree montane. Sulla base del principio della prossimità dovranno essere ridisegnati i servizi essenziali per impedire che lo spopolamento diventi irrefrenabile e per consentire a giovani, aziende e famiglie di scegliere un modello alternativo di vita e di lavoro.
Innanzi tutto la formazione scolastica dovrà far crescere i giovani in una scuola radicata nei territori, legata alle comunità di appartenenza e capace di interagire con le esigenze locali di carattere sociale, ambientale, culturale ed economico-imprenditoriale, senza trascurare l’interazione con altre realtà attraverso gli strumenti digitali. Eventuali piccoli numeri degli alunni potranno essere gestiti con il progetto educativo delle pluriclassi che costituiscono, come verificato in più realtà, un presidio territoriale e un cemento sociale infra e intergenerazionale.
Contemporaneamente si dovrà metter mano al modello sanitario. L’invecchiamento della popolazione pone sfide inedite in particolare nelle zone montane: su tutte la difficoltà a destinare alla sanità risorse pari al crescente aumento della domanda di prestazioni anche per il minore numero di potenziali caregiver. Non basta, però, limitarsi a rincorrere la domanda espressa, ma bisogna governarla per garantire equità, sostenibilità e universalismo proclamato e difeso (a parole) da tutti ma contradetto nelle scelte adottate (soprattutto negli ultimi anni) che hanno, di fatto, penalizzato il territorio. Lungo l’Appennino e nelle aree interne delle due isole maggiori, la non autosufficienza cresce più dei sistemi destinata a sostenerla (Residenze sanitarie assistenziali, Assistenza domiciliare integrata); le diseguaglianze territoriali restano profonde (durata e qualità della vita, buona salute, prevenzione); la disponibilità e l’utilizzo dei servizi sanitari varia in modo ingiustificato tra Regioni e all’interno di una stessa Regione. Inoltre l’indispensabile riorganizzazione del servizio socio-sanitario territoriale deve tenere conto che le persone anziane della montagna chiedono di arrivare alla loro fine nel “calore della propria casa”.

Il creare (come previsto nei vari piani PNRR) ambulatori e Case delle Comunità può, tuttavia, aumentare la frammentazione del servizio. La vera prossimità non è solo vicinanza fisica: significa continuità, multi-canalità e un “interlocutore” stabile, capace di rispondere lungo tutto il percorso assistenziale. Ovviamente il rapporto diretto e umano con il paziente va salvaguardato, però alcune prescrizioni ricorrenti, certificazioni, revisione piani terapeutici, monitoraggio possono essere svolte da remoto o, come sperimentato con successo, mediante le Cliniche mobili, piccoli presidi sanitari itineranti capaci di fornire assistenza medica generale, screening e perfino trattamenti di urgenza.

Su basi analoghe si regge la Giustizia di prossimità, che mira a portare i servizi giudiziari più vicini ai cittadini che abitano in centri di montagna. Essa si articola su una serie di sportelli locali (in qualche area già presenti) che fanno da tramite con il sistema giudiziario centralizzato e assistono gratuitamente i cittadini per pratiche e istanze semplificando iter dispendiosi. Anche in questo caso si tratta di uno strumento che aiuta a mantenere gli abitanti nei propri territori di origine e salvaguardarli da spostamenti inutili.
Di non minore importanza sono le botteghe di prossimità che si stanno pericolosamente rarefacendo. Chi le gestisce sono prevalentemente anziani, legati al proprio territorio di origine e fra i quali prevale ancora il senso morale di servizio alla cittadinanza. Purtroppo la mancanza di incentivi fiscali a questo tipo di negozi periferici impedisce di fatto il subentro di gestori più giovani, per cui è sempre più frequente imbattersi in paesi privi dei generi alimentari più indispensabili. Nei contesti più marginalizzati, una bottega o un emporio rappresentano veri e propri presidi, non solo commerciali, ma anche di comunità a sostegno delle rare popolazioni residenti. Infine le botteghe di prossimità potrebbero sostenere le filiere alimentari corte, con grandi vantaggi per le piccole aziende agro-silvo-pastorali dislocate nei territori circostanti, con ricadute benefiche sulla sostenibilità ambientale e sulla microeconomia locale.
Resistere per un nuovo futuro
Rinnovare non significa dimenticare tradizioni e attività del passato, peraltro forgiate sull’esperienza di generazioni e generazioni di gente appenninica, anzi occorre rimodularle ed adeguarle alle conquiste tecnologiche attuali. Certi lavori antichi sono stati riscoperti ed altri potrebbero essere nuovamente proposti in un connubio di continuità temporale e culturale. Nell’Appennino pistoiese, ad esempio, la castanicoltura ha consentito per secoli la sopravvivenza della gente di quassù; ebbene, nonostante il prezzo delle castagne e della farina dolce sia tutt’altro che basso, le filiere sono prossime al collasso, nel senso che mancano i metati per l’essiccazione delle castagne e i molini che le macinino. Così le castagne rimangono nei castagneti e vanno in pasto agli ungulati e paradossalmente siamo costretti ad importarle dall’estero, fresche o lavorate e spesso di qualità nettamente inferiore.
Stesso discorso vale per l’immenso patrimonio forestale, gestito finora con una logica poco illuminata e bloccato dall’estrema parcellizzazione catastale. A questo proposito urge una legislazione centrale di revisione del Catasto Terreni che si faccia carico del problema complessivo, tenendo conto del fatto che molti proprietari sono irreperibili o emigrati non di rado da oltre un secolo. I boschi hanno, oggi, bisogno di interventi continui e la loro oculata conduzione offrirebbe centinaia di posti di lavoro: a saper leggere a fondo le dinamiche ambientali, quella della gestione forestale è un’attività di sicurezza collettiva, perché abbandonare le aree boscate a sé stesse, compresi i reticoli idrici minori, significa esporre le pianure e, con esse, anche le aree metropolitane a rischi idrogeologici continui visti i cambiamenti climatici degli ultimi decenni.
In ambito agricolo e frutticolo sono ampi i margini di espansione, recuperando granaglie e grani antichi, ricreando frutteti con varietà rustiche e resistenti alle malattie parassitarie, per limitare l’uso degli antiparassitari, riprodurre i castagneti per innesto su polloni selvatici, introdurre una diversificazione delle colture valorizzando i sistemi biologici unitamente all’innovazione tecnologica: insomma considerare davvero l’agricoltura di montagna come una fornitrice di beni ecosistemici al servizio della collettività.
Una vera Rivoluzione Appenninica non potrà prescindere da una considerazione di fondo: qualunque innovazione si voglia fare per avviarci verso una Montagna nuova, non potrà essere mantenuto l’attuale sistema normativo, soffocante e assurdo, che inibisce le volontà più creative e inchioda le terre alte a parco giochi e, contemporaneamente, a museo delle cere. Invece si dovrà legiferare contemperando sapientemente le esigenze dell’ambiente con il laborioso, rispettoso e rigenerativo intervento dell’uomo perché, persistendo lo stato attuale, il declino della Montagna e delle montagne sarà davvero irreversibile e fra qualche decennio intorno alle città prospereranno solo boscaglie inaccessibili e animali selvatici.