Nel secondo dei tre articoli dedicati alla Montagna, Marco Breschi rinnova l’idea che, per quanto riguarda la montagna, ‘Piccolo può essere bello’, e afferma che un nuovo paradigma è imprescindibile. Occorre, cioè, riconoscere che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. Il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per uno sviluppo di qualità.
Da un punto di vista della meccanica demografica, la minaccia della desertificazione nelle terre alte e marginalizzate può essere scongiurata nell’immediato (vale a dire nei prossimi decenni) soltanto attraverso la leva dell’immigrazione. L’arrivo di giovani, di nuovi potenziali genitori, di coppie con figli, di pensionati con pezzi delle loro famiglie, oltre a infondere nuova linfa in territori asfittici, aiuterebbe a trattenere coloro che in queste terre vivono e vogliono mettere su famiglia, e permetterebbe alle attività economiche di sopravvivere e, perché no, anche di crescere e prosperare, come sta succedendo in pochi casi da analizzare, però, con grande attenzione.
Una rivoluzione amministrativa
Il risvolto demografico è la malattia più incombente nella Montagna fragile, e la leva demografica dell’immigrazioni da sola non basta. Prioritario è, innanzitutto, avere ben presente il ruolo fondamentale dei Comuni per il Paese, come è spesso richiamato dal Presidente della Repubblica, Mattarella. “La democrazia dei Comuni, la più vicina ai cittadini, è la radice basilare della democrazia del nostro Paese. Costituisce la prima linea delle istituzioni della Repubblica […]. I Comuni sono importanti per la tenuta sociale ed economica dei territori; rappresentano l’emblema delle diversità, ma anche la libertà e l’unità su cui si basa il nostro Paese. Investire su di loro significa investire sul futuro”.
Ecco alcune chiare e valide ragioni per evitare la scomparsa dei Comuni, anche di quelli più piccoli, e, all’opposto, agire per dare una conformazione più efficace e sostenibile al sistema dei comuni attraverso unioni, gestioni associate e convenzioni. Lo strumento tecnico-amministrativo offerto dalla fusione tra comuni non è la soluzione: riduce la democrazia, cancella la storia e, non ultimo, allontana ancor più i servizi dai cittadini. Più stimolante e promettente è, a prescindere dalla forma, fare le cose insieme. La grande politica (nazionale e regionale) sproni, anche con risorse ad hoc, i Comuni a fare gioco di squadra e a superare piccole e grandi rivalità. Attraverso lo stare insieme nella propria autonomia si avrebbe sinergia su servizi e infrastrutture, condivisione di competenze e conoscenze, capacità di guardare al futuro oltre i ristretti territori, opportunità di risparmio, di reperimento di personale qualificato e di ottimizzazione delle risorse. Nondimeno sarebbe di grande beneficio dare vita ad agili centri di competenze a sostegno degli enti locali della Montagna. Centri che, in stretta collaborazione con le Università e i vari operatori del territorio, potrebbero rilevare e analizzare i fabbisogni, supportare i processi di sviluppo locale e rafforzare la capacità di spesa, in particolare per quanto riguarda i fondi europei, statali e regionali. Potrebbero inoltre offrire affiancamento e formazione negli ambiti amministrativo, gestionale e tecnico, promuovere il miglioramento organizzativo degli enti e favorire l’adozione di tecnologie innovative nei processi di lavoro e nei servizi ai cittadini.
Con il gioco di squadra tra i comuni, salendo sui rispettivi campanili per guardare lontano, si crea anche una nuova e partecipata risposta alla complessità delle nuove sfide. Nel nuovo millennio le profonde crisi del sistema produttivo e del lavoro hanno spinto verso una riorganizzazione sociale complessiva. Sono emerse con chiarezza precarietà lavorativa e incertezza sul futuro. Senza un governo pubblico capace di garantire risorse e opportunità per tutti, i singoli e le famiglie hanno trovato soluzioni e strategie in ambito privato. Ne è derivato un accrescimento delle diseguaglianze sociali con un rischio maggiore di marginalizzazione e di esclusione sociale per coloro che non dispongono di risorse economiche, né di capitali relazionali.
Questo percorso sembra avere trovato una strana alleanza con il declino demografico. Laddove il declino è più forte, le conseguenze risultano evidenti. Guardiamo al pluridecennale calo delle nascite da una prospettiva non solo demografica. Le conseguenze di questa tendenza sono ben note in particolare a chi, giorno dopo giorno, lavora in settori che hanno a che fare con nascite, infanti, bambini e alunni. Pur tra resistenze, i reparti di neonatologia e di ginecologia, il sistema integrato di educazione dell’infanzia, l’intero ciclo della scuola primaria (le elementari) così come quello della scuola secondaria di primo grado (le medie) hanno vissuto processi di accorpamento e riorganizzazione. Le riduzioni hanno colpito soprattutto i territori meno abitati accentuando la disparità tra aree urbane, rurali e montane. La chiusura di presidi medici, di asili, di scuole elementari e medie hanno prima tolto posti di lavoro e hanno poi reso sempre più difficile la vita alle popolazioni dei tanti piccoli paesi dell’Italia.
Meno nati (in prospettiva: meno popolazione) significa, alla luce di un modello improntato alla concentrazione, solo diseguaglianza. Il declino è, però, così marcato che ha investito anche le zone forti: i processi di riorganizzazione stanno ormai colpendo alcune aree urbanizzate al punto che si impone un ripensamento negli stessi modelli utilizzati per fornire prestazioni e servizi ai cittadini.
Una diversa erogazione dei servizi
Per vedere ripartire il nostro Paese si deve rifuggire dalla logica aziendale, secondo cui per dare un servizio è necessario un numero minimo di utenti o ancor peggio di clienti. Alcuni servizi, su tutti istruzione e sanità, non sono un costo ma un investimento: incredibile è che bisogna dirlo oggi più di ieri.
Con il grande e innegabile successo dello strabordante e luccicante modello incentrato sul binomio città-industria, senza accorgersene è passato anche un altro paradigma dello sviluppo confacente al processo d’accentramento e alla logica dei numeri. Si è, infatti, radicato il principio che ‘grande’ è bello e funzionale. All’opposto, tutto ciò che era ‘piccolo’ voleva dire inefficiente e scarso. Una scuola primaria di paese, spesso con le sue pluriclassi, non poteva rivaleggiare con il vasto plesso scolastico e la nuova moderna organizzazione dell’insegnamento. L’ambulatorio medico di paese, vetusto emblema del processo ottocentesco di diffusione delle conoscenze sanitarie, non era in grado di competere con il grande ospedale tecnologico e superspecializzato. Eppure, avrebbe fatto molto comodo, in epoca Covid.
La visione ‘grande è meglio’ ha trovato un irresistibile alleato nel minore costo. Una logica diventata stringente quando, sotto l’incalzare di una spesa pubblica fuori controllo, è stata attuata una politica-amministrativa distorta con il risultato che i servizi essenziali si sono allontanati dai cittadini, trascurando il dettato costituzionale. La chiusura dei servizi primari ha accelerato il processo di spopolamento dei comuni più piccoli. Un’emorragia a tutto tondo, in parallelo agli sportelli bancari che continuano a chiudere, i telefonini che non prendono, la banda larga che resta un miraggio, la tv di Stato e non che ‘sfarfalla’, i bar, i negozi e le edicole che tirano giù la serranda e pure le pompe di benzina spariscono creando seri problemi ai residenti. Poi ci si stupisce se i piccoli comuni si spopolano e sembrano destinati a morire.
L’efficienza, l’efficacia, l’equità non sono però correlate all’ampiezza. Sempre più numerosi sono, infatti, gli esempi, che ‘Piccolo è bello’. Un nuovo paradigma è, dunque, imprescindibile.
Il riconoscimento che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. Il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per puntare verso l’alto e la qualità. Bisogna abbandonare la dittatura dei numeri e degli algoritmi che oggi è alla base di ogni scelta politico-amministrativa, altrimenti si distrugge la coesione sociale e si marginalizzano sempre più fino a farle scomparire culture millenarie che hanno sostenuto e arricchito per secoli il nostro Paese.
La vera e più difficile sfida è far sì che tutti, diciamo tutti, i nati dei prossimi decenni (un quarto in meno di quelli di oggi in tutta Italia) beneficino di un reale, vero, uguale ascensore sociale e culturale.
La Costituzione calpestata
Utilizzare il declino demografico per ridurre le diseguaglianze non è un cambio di orizzonte, bensì un ritorno all’origine. I nostri padri costituenti ci avevano, infatti, dato un programma, un impegno, un lavoro da compiere ma non ci siamo riusciti. L’articolo 3 dovrebbe essere sicuramente quello che rende la Costituzione viva e attuale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ecco, in molti comuni dell’Appennino, si è ben lontani da averlo raggiunto. Non a caso, la stessa Costituzione (art. 44) riconosce implicitamente la fragilità della Montagna nel disporre provvedimenti legislativi a favore delle zone montane. Resta, comunque, centrale il punto di “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare cure sanitarie a tutti, dare a tutti gli uomini e a tutte le donne la dignità di uomini e di donne. Il punto cardine è, dunque, arrivare al 2050 con una popolazione che vive in Montagna o, meglio, vive della Montagna. Tale possibilità è, ancora una volta, nelle parole della Costituzione.
Proviamo a calarle operativamente nella realtà. La Politica, anche la Buona Politica, non è stata in grado di attivare interventi efficaci per ridurre le diseguaglianze individuali e territoriali. Partendo da questa sconfitta, dalla complessità della sfida e dal ridotto tempo a disposizione ci sono strade possibili da percorrere.
