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Terra e cibo: l’inizio di una rivoluzione?

L’adeguamento della produzione di cibo alla crescita della popolazione è avvenuto, nel tempo, con lo sviluppo della produttività e l’estensione delle terre poste a coltura e a pascolo. Massimo Livi Bacci sottolinea l’inversione di tendenza avvenuta dall’inizio del secolo, con la sensibile riduzione delle superfici a pascolo, che forse prelude ad una vera e propria rivoluzione del rapporto tra agricoltura e ambiente.

Se si escludono i periodi di gravi calamità, imputabili alla natura o alla dissennatezza umana – peraltro numerosi, e spesso prolungati – la Madre Terra è stata in grado di sfamare i suoi ospiti umani: qualche milione all’inizio dell’agricoltura, oltre otto miliardi oggi, in avvicinamento ai dieci miliardi previsti tra qualche decennio. O forse sarebbe più corretto dire che gli umani sono riusciti a sfamarsi con le risorse messe a disposizione dalla Madre Terra. Ma, in ogni epoca e in ogni luogo, una quota importante dell’umanità ha sofferto la fame col suo carico di malattie e di morti causate più dalle iniquità sociali che dalla mancanza di cibo. Oggi, nonostante la disponibilità di risorse conoscitive, scientifiche, e tecniche enormemente accresciute rispetto al passato, un abitante del pianeta su dodici soffre la fame o è malnutrito. La tecnologia è capace di colonizzare lo spazio, ma non di garantire un piatto di lenticchie a chi soffre la fame.

Meglio nutriti, ma non basta

Queste considerazioni non debbono oscurare il fatto che almeno a livello globale si sono fatti notevoli progressi nonostante che le disuguaglianze tra paesi, o tra strati sociali, continuino ad essere rilevanti. Al lordo degli sprechi, le disponibilità caloriche pro-capite giornaliere, nel 2024, sono prossime a 3000 kcal nella media mondiale, con un minimo in Africa (2500) e un massimo in America del nord (oltre 3500). Valori in sensibile crescita rispetto al 2000, quando erano rispettivamente pari a 2700, 2400 e 3400. Il progresso è confermato da una misura più sofisticata, denominata «indice di adeguatezza calorica della dieta» (Adesa), o il rapporto tra l’energia calorica contenuta dalla dieta effettiva ed il fabbisogno della popolazione considerata. Un rapporto pari al 100% implica che la dieta effettiva è sufficiente solo nell’astratto caso di perfetta uguaglianza di consumi dei componenti della popolazione, ma data la distribuzione asimmetrica delle risorse caloriche (a causa delle forti disuguaglianze tra persone), un rapporto del 100% implica che una notevole parte di questa rimane affamata1, e questo vale, di norma, anche per rapporti superiori, ma inferiori al 120%. A livello globale il rapporto è cresciuto da 113 nel 2003-05 a 125 nel 2022-2024, denotando un notevole progresso, ma l’indicatore rimane sensibilmente inferiore a 120 nell’Africa Sub-Sahariana e nell’Asia meridionale.

Dai dati emerge un graduale miglioramento dei livelli medi di alimentazione, ma con il permanere di forti disuguaglianze tra paesi e nei paesi, e un’incidenza ancora molto elevata degli affamati e dei malnutriti. Non basterà perciò che i sistemi agroalimentari producano un 20-25% di alimenti in più nei prossimi trent’anni, al ritmo della crescita demografica: dovranno fare di più per migliorare i livelli nutritivi là dove sono tuttora insufficienti, e abbassare le disuguaglianze.

Dall’inizio del secolo scorso ad oggi, nonostante che la popolazione sia quintuplicata di numero e sia meglio nutrita, i prezzi reali dei cereali (grano, mais e riso) – da cui proviene la maggior parte dell’apporto calorico dell’umanità– hanno tracciato un percorso discendente. L’andamento dei prezzi di queste derrate è una buona spia delle tensioni dei mercati, dell’abbondanza e della scarsità: con diverse oscillazioni, la discesa ha portato gli indici, nel 2020, a livelli tra un quarto e un terzo di quelli d’inizio ‘900. Proseguirà questo favorevole andamento nel futuro? Riusciranno i sistemi agroalimentari a soddisfare la domanda crescente? Continuerà a crescere la produttività del sistema?

Tre opzioni per il futuro

Le tendenze del passato illustrano le opzioni aperte per il futuro. La Figura 1 riporta – per il mezzo secolo appena trascorso – l’andamento dell’indice di produzione dei cereali (quadruplicato), quello dell’input di fertilizzanti (cresciuto di nove volte), e la superficie coltivata, praticamente invariata. Le stesse opzioni sono aperte per il futuro: l’espansione della produzione di cereali potrà essere ottenuta sia espandendo la terra da coltivare, sia attraverso l’intensificazione produttiva della terra già coltivata. Le due opzioni hanno però effetti potenziali diversi sull’ambiente. L’estensione delle coltivazioni accresce l’antropizzazione dello spazio, ma non occorre citare Malthus per comprendere che questo processo non può continuare per sempre; invero in molti paesi – in Bangladesh, per esempio – i limiti sono già stati raggiunti. 

La seconda opzione – intensificazione della produzione – dipende da molti fattori, ma soprattutto dal maggior uso sia di fertilizzanti e di prodotti chimici, sia di acqua per l’irrigazione. Generando così maggiore inquinamento dei suoli e delle acque, con le ben conosciute conseguenze negative.  

Una rivoluzione in vista? 

Dall’inizio di questo millennio, sia pure molto lentamente, una nuova tendenza sembra affermarsi. La quota di superficie terrestre abitabile dedicata all’agricoltura ha smesso di crescere e ha iniziato un lento declino. Si produce più cibo utilizzando meno spazio. Una rivoluzione rispetto alla tendenza storica lunga millenni, durante i quali conflitti, esplorazioni, bonifiche, deforestazione hanno messo a coltura e a pascolo porzioni sempre maggiori della superficie terrestre. La Figura 2 dà conto di questa storica inversione. Che però è la conseguenza di una sensibile diminuzione delle terre a pascolo, poiché l’allevamento oggi si fa sempre più nei ristretti spazi delle aziende agricole e sempre meno nei pascoli liberi. Mentre continua ad aumentare la superficie a coltura, ma in misura assai inferiore alla diminuzione della superficie dei pascoli. Hannah Ritchie e Max Roser hanno  scritto:2 “La tendenza storica a lungo termine all’espansione dei terreni agricoli non è destinata a continuare. Esistono modi per ridurre considerevolmente l’uso del suolo a fini agricoli. Infatti, passando a diete base vegetale, risparmieremmo grandi quantità di terreno grazie alla riduzione dei pascoli e dei terreni coltivati destinati all’alimentazione animale. Abbandonando i biocarburanti, libereremmo terreni attualmente utilizzati per la coltivazione di cereali, oli vegetali e altre materie prime. Migliorando la produttività dell’uso del suolo — sia utilizzando pascoli più efficienti sia aumentando le rese dei raccolti — possiamo continuare a produrre più cibo utilizzando meno terra. Si tratterebbe di un risultato straordinario se vogliamo preservare la biodiversità mondiale. La produzione alimentare è il principale fattore di perdita di biodiversità in tutto il mondo. Questo è stato vero per gran parte della nostra storia ed è vero ancora oggi.” In prospettiva, negli ultimi decenni del secolo, la popolazione mondiale arresterà la sua crescita e la domanda di cibo è destinata a rallentare.

Note

1Questo indicatore esprime la Disponibilità Energetica della Dieta (in inglese: Des, o Dietary Energy Supply, e cioè la disponibilità energetico-calorica pro capite per persona) in percentuale dell’indicatore Ader (che esprime il fabbisogno energetico-calorico di una determinata popolazione).

2  Hannah Ritchie and Max Roser, Half of the world’s habitable land is used for agriculture.

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