Otto milioni di persone hanno lasciato il Venezuela in fuga dalla povertà e dall’autocrazia, ospitati per lo più in Colombia, e nei paesi confinanti. L’accoglienza in questi paesi – scrive Steve S. Morgan – è stata improntata a una generosa solidarietà, ma la loro debolezza economica e istituzionale ha posto dei limiti ai processi di integrazione. L’incertezza politica dopo il rapimento di Maduro si riflette nell’incertezza dei venezuelani emigrati circa un possibile ritorno in patria.
Alla metà del secolo scorso il Venezuela – allora un piccolo paese con 5-6 milioni di abitanti – conobbe un periodo di sostenuta immigrazione, prevalentemente di origine europea. L’espansione della produzione di petrolio attrasse consistenti flussi migratori per le opportunità offerte dallo sviluppo dal comparto estrattivo e da quello delle costruzioni. Tra il 1950 e il 1960, Caracas raddoppiò la popolazione, passando da 700mila a un milione e 400mila abitanti, e il Venezuela costituì una mèta attrattiva per gli italiani: furono circa 200mila gli espatri – al lordo dei rientri – negli anni ‘501. Oggi gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) residenti in Venezuela sono 160mila: il nostro Ministero degli Esteri azzarda che i venezuelani di origine italiana superino addirittura un milione e mezzo, cifra senza dubbio grandemente esagerata. Questa premessa serve a ricordarci che quanto è avvenuto, o sta avvenendo, in Venezuela è di rilevanza e interesse anche per il nostro paese. E in Venezuela è avvenuto l’incredibile, che ha pochi riscontri nella storia degli ultimi due secoli.
Un paese svuotato
Secondo i rilievi delle Nazioni Unite, nel 1990 lo stock migratorio venezuelano (essenzialmente: cittadini venezuelani e persone nate in Venezuela) dimorante all’estero era pari a un paio di centinaia di migliaia di unità (1,1% della popolazione), cifra gradualmente aumentata nei successivi vent’anni fino a meno di 600mila (1,9%) nel 2010. La crisi economica e sociale durante gli ultimi anni del governo Chavez (morto nel 2013) e il loro aggravarsi sotto la presidenza del successore Maduro ha sospinto all’emigrazione una massa crescente di venezuelani: lo stock migratorio è salito a 760mila nel 2015, 5,5 milioni nel 2020, 8,3 milioni nel 2024 (Tabella 1). Attualmente quasi un venezuelano su quattro si trova all’estero! Paesi come la Siria e l’Ucraina soffrono diaspore dello stesso ordine di grandezza, ma sono devastati dalla guerra. In Venezuela non ci sono né guerre né conflitti armati interni, c’è – è vero – un regime autoritario, semi dittatoriale, oppressivo, un modello ben conosciuto nella storia latino-americana che però solo in Venezuela ha prodotto fughe di massa.
Dalla Figura 1 si può desumere la geografia della diaspora, in gran maggioranza interna al continente, ad esclusione degli Stati Uniti (le ultimissime valutazione parlano di 1 milione) e della Spagna (700mila; appena 17mila in Italia). La confinante Colombia ospita la quota più alta dell’intera diaspora, con 2,8 milioni, seguita dal Perù con 1,7, Stati Uniti, Spagna e Cile (circa 0,7 milioni ciascuno), Ecuador (0,45 milioni).
Se si escludono gli Stati Uniti e la Spagna, si tratta di una grande area, contigua territorialmente, stessa lingua, stessa cultura, stessa religione. Paesi che nel regime coloniale (terminato per il Venezuela nel 1811) facevano parte del Vicereame della Nueva Granada e che per un corto periodo di tempo (1819-31), sotto la spinta di Simon Bolívar, furono uniti nell’effimero stato della Grande Colombia.
Migrazione e solidarietà
L’esodo venezuelano è stato possibile per vari fattori. In primo luogo, come già accennato, per le affinità con i paesi di destinazione, che hanno attenuato quei sentimenti di ostilità verso il “diverso” che accompagnano i movimenti migratori ovunque e che gli europei ben conoscono. Forte solidarietà politica, almeno nelle prime fasi dell’esodo, è stata mostrata da gran parte dei governi dei paesi del continente (e anche fuori di esso). Questi paesi, d’altra parte, sono scarsamente attrezzati per poter controllare movimenti migratori di massa, hanno estese frontiere porose, deboli strutture per l’accoglienza, insufficienti opportunità di lavoro fuori dell’economia informale.
Le migrazioni attuali non seguono più i modelli e gli itinerari consolidati dalla metà del secolo scorso; sono divenute più intense e instabili. Dopo il 2010, la mobilità è enormemente accresciuta e “la migrazione è diventata imprevedibile, multidirezionale e sempre più difficile da gestire per i governi. I paesi hanno dovuto affrontare contemporaneamente l’integrazione dei profughi (principalmente venezuelani, haitiani, nicaraguensi e cubani), la migrazione secondaria dovuta al trasferimento di individui in cerca di nuove opportunità, la migrazione circolare e di ritorno e l’emigrazione delle classi medie frustrate”2. La spinta verso nord, e verso gli Stati Uniti, prima limitata al Messico e all’America centrale, si muove anche da sud, e si sono moltiplicati i transiti attraverso il Darien Gap, quei circa cento chilometri di tra Colombia e Panama, senza strade né comunicazioni, considerati intransitabili. I transiti di irregolari attraverso il Gap, stimati in poche migliaia all’anno fino al 2020, sono esplosi a diverse centinaia di migliaia dopo il 20223.
Continuità e discontinuità
Ciò che viene definito spirito di solidarietà si è tradotto in una regolarizzazione su larga scala, fornendo a milioni di venezuelani uno status giuridico temporaneo e opportunità di inclusione. Nel 2021, con quasi due milioni di venezuelani entrati nel paese, la Colombia ha varato un Estatuto Temporal de Protección, con scadenza nel 2031, che permette agli irregolari di cercare lavoro e di godere di benefici sociali (scuola, sanità). Simili provvedimenti, di minor durata, sono stati presi da altri governi; tuttavia questi risultati positivi, se non ancorati a istituzioni forti o a programmi di sviluppo a lungo termine, hanno una natura fragile. I permessi temporanei sono spesso scaduti senza offrire alle persone un percorso sicuro; i migranti hanno avuto spesso difficoltà ad accedere ai sistemi educativi e sanitari, i processi di integrazione sono risultati disomogenei. Queste debolezze stanno contribuendo ad alimentare la crescente imprevedibilità delle politiche migratorie.
Negli Stati Uniti la ricorrente Community Survey stima in cica 1 milione i venezuelani dimoranti nel paese nel 2025, arrivati per lo più nell’ultimo decennio. Gran parte di questi godevano di un Temporary Protected Status (TPS), che viene riconosciuto dal governo a profughi da conflitti, disastri naturali e altri eventi eccezionali, che pertanto non possono essere espulsi o deportati. La durata della protezione varia dai 6 ai 18 mesi, e può essere rinnovata, o tolta, dal governo con discrezionalità. Nell’ottobre 2025 lo status TPS è stato revocato da Kristi Noem, Secretary for Homeland Security, a mezzo milione di venezuelani, la cui situazione è quindi del tutto incerta, come incerta è la situazione del Venezuela dopo il rapimento di Maduro. Nel Settembre scorso è scaduto il TPS per i nicaraguensi, e il 3 febbraio scorso quello degli Haitiani. Nel complesso 1,3 milioni di immigrati negli Stati Uniti beneficiano del TPS, ma soffrono per la volatilità del loro status.
Il 2026 è iniziato sotto il segno dell’incertezza per milioni di migranti latinoamericani, e della regione caraibica, aggravata dalla volatilità, dalla discrezionalità – e arbitrio – delle politiche dell’amministrazione americana.
Note
1Antonio Cortese, Brevi note sull’emigrazione italiana verso il Venezuela, Neodemos, 9 Aprile 2019
2Diego Chaves-González, Valerie Lacarte, Andrew Selee, and Ariel G. Ruiz Soto, Rising Migration in Latin America and the Caribbean Has Ushered in a Volatile New Era, Migration Policy Institute, October 2, 2025,
3Caitlyn Yates and Juan Pappier, How the Treacherous Darien Gap Became a Migration Crossroads of the Americas, MPI, 20 Settembre 2023.

