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L’Italia senza immigrazione

Il 26 ottobre l’Istat ha diffuso il comunicato sui cittadini non comunitari in Italia. Quest’anno l’Istituto Nazionale di Statistica ha dedicato ampio spazio a quanto avvenuto nei primi mesi del 2020 durante i quali il nostro Paese ha fronteggiato la prima ondata di Covid 19. Secondo Cinzia Conti e Salvatore Strozza questi dati consentono anche di capire in quale contesto si è collocata la recente regolarizzazione.

Il blocco delle migrazioni

La diffusione dell’epidemia da Covid-19 ha portato molti paesi a chiudere le frontiere sia in entrata che in uscita; questi provvedimenti hanno avuto inevitabilmente conseguenze rilevanti sui flussi migratori verso il nostro Paese. In realtà il rallentamento dei flussi verso l’Italia era iniziato già prima della pandemia. Tra il 2018 e il 2019 si era registrata una flessione del 26,8% nel numero dei nuovi permessi di soggiorno rilasciati a cittadini dei Paesi Terzi. La tendenza alla diminuzione è proseguita nei primi due mesi dell’anno e poi si è straordinariamente intensificata a seguito dei provvedimenti restrittivi della mobilità e delle migrazioni.

Nei primi sei mesi del 2019 erano stati rilasciati oltre 100 mila nuovi permessi di soggiorno mentre nello stesso periodo del 2020 ne sono stati registrati meno di 43 mila, con una diminuzione del 57,7% rispetto all’anno precedente.

I mesi che hanno fatto registrare la contrazione maggiore sono aprile e maggio (rispettivamente del 93,4 e dell’86,7%), tuttavia già a gennaio e febbraio si era registrata una sensibile diminuzione dei nuovi ingressi che per entrambi i mesi sfiora il 20%, in linea con la tendenza alla diminuzione avviatasi dal 2018.

Per alcune collettività la diminuzione è stata superiore alla media: in particolare per quelle provenienti nell’ordine da India, Marocco e Ucraina Albania e Bangladesh (Tab.1). Colpisce in particolare che, mentre per le altre collettività appena citate si registra a giugno una contrazione meno evidente rispetto ai mesi precedenti, per i cittadini indiani la diminuzione resta al di sopra del 90% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

A livello territoriale la diminuzione è stata generalizzata anche se ha colpito le diverse regioni in misura differente. In termini relativi la regione che ha registrato la diminuzione più rilevante è l’Umbria (-71,6%) seguita dalla Calabria (-68,2) e dall’Emilia Romagna (-68,0%). Più contenuti i cali in altre regioni come Lazio (-40,0%) e Molise (-32,0%). In termini assoluti è però la Lombardia a fare registrare il calo più ampio nei primi sei mesi dell’anno: -14.655 nuovi permessi.

Colpiti i ricongiungimenti familiari, ma anche i lavoratori stagionali

Tutte le tipologie di permesso relative alle diverse ragioni dell’ingresso e della presenza sul territorio italiano hanno risentito della chiusura delle frontiere e del rallentamento dell’attività amministrativa nelle prime fasi del lockdown, anche se con intensità diverse. La motivazione di ingresso più rilevante, quella per ricongiungimento familiare, ha visto una contrazione del 63,6%, mentre i permessi per richiesta asilo sono diminuiti del 55,5% (Tab.2).

A seguito della politica adottata rispetto ai decreti flussi, il lavoro costituisce un motivo quasi residuale di ingresso nel nostro Paese. Nei primi sei mesi del 2020 gli ingressi per lavoro rispetto al primo semestre dell’anno precedente sono diminuiti del 60%: sono entrati solo 2352 cittadini non comunitari con permesso di lavoro. Il lavoro dipendente è la motivazione che ha “tenuto” di più con una diminuzione complessiva nel semestre del 57,4%. All’opposto i permessi per lavoro autonomo sono diminuiti del 74,5% (ne sono stati rilasciati 48, erano 188 nel 2019).

Rilevante, per le ricadute sul nostro sistema produttivo, il calo degli ingressi per lavoro stagionale che ha risentito particolarmente della chiusura delle frontiere: nei primi sei mesi del 2019 erano stati rilasciati 2.158 nuovi permessi per questa motivazione, nel 2020 ne sono stati rilasciati 753 (-65,1%). Se si considera ad esempio l’Emilia Romagna, che è la regione in cui si era registrato nei primi sei mesi del 2019 il maggior numero di permessi per lavoro stagionale, si osserva nello stesso periodo del 2020 una diminuzione del 90%. È da sottolineare che in questo caso specifico la diminuzione più elevata (-97,6%) tra il 2019 e il 2020 si è registrata nel mese di giugno, quando le restrizioni alla mobilità si erano già allentate.

Pandemia e (im)mobilità

La pandemia che stiamo vivendo ha sconvolto la quotidianità degli individui e della collettività sovvertendo regole, abitudini, tendenze che ormai costituivano la “normalità”. In quella che era considerata la “società fluida”, l’“epoca globale”, il tempo dei blurring boundaries, è calato un elemento imprevedibile che ha ricostruito steccati e rimarcato confini in maniera immediata e totalizzante. I dati pubblicati dall’Istat parlano di una situazione migratoria impensabile in altre condizioni. Nessuno, anche tenendo conto del successo dei movimenti nazionalistici in alcuni paesi europei, avrebbe mai potuto prevedere una riduzione così drastica dei movimenti migratori per un periodo di tempo così lungo. La regolarizzazione varata con il decreto legge del 19 maggio 2020 (art. 103 del D.L. n. 34/2020 noto come “decreto rilancio”) farà registrare nei prossimi mesi un aumento dei nuovi permessi concessi (per l’analisi delle domande presentate si rinvia a Bonifazi e Strozza sempre su Neodemos), ma in realtà si dovrà tenere conto che si tratta di autorizzazioni rilasciate a persone che erano già presenti nel nostro Paese. Sarà necessario aspettare i dati dei permessi di soggiorno che fanno riferimento all’interno anno 2020 per capire se dopo il lockdown le migrazioni si siano rimesse in moto e come. Sicuramente i dati del Ministero dell’Interno relativi agli sbarchi fanno pensare a una ripresa delle migrazioni, almeno per alcune motivazioni (nel caso specifico principalmente di quelle forzate). Si deve però tenere conto che non tutti gli sbarchi si tradurranno in una regolare presenza con permesso di soggiorno e che non abbiamo invece indicazioni su quanto stia avvenendo per altre forme di migrazione come quella familiare, per studio e per lavoro.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori, e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza

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