Verso un approccio organico alla questione Rom

Andrea Stuppini, Enrico Di Pasquale, Chiara Tronchin

I numeri della presenza Rom in Italia.

In realtà, quando si parla di comunità Rom, si fa riferimento a gruppi molto diversi tra loro per lingua, cultura e storia. Una distinzione più corretta, seppur non esaustiva è quella tra Rom, Sinti e Caminanti (RSC)¹.

Considerando le difficoltà nel censimento di queste popolazioni, i dati più attendibili sono quelli stimati dal Consiglio d’Europa (140 mila) e dal Ministero del Lavoro (130-150 mila), intorno allo 0,25% della popolazione. Tra questi, circa la metà è di nazionalità italiana e l’altra metà, pur essendo straniera, è generalmente stanziale.

Secondo le poche fonti ufficiali disponibili, si possono distinguere tre gruppi principali:

  • un primo gruppo di circa 50-70 mila persone, cittadini italiani, presenti in Italia da oltre 600 anni e distribuite su tutto il territorio nazionale;
  • circa 70-90 mila Rom balcanici (extra-comunitari) arrivati negli anni ’90 a seguito della disgregazione della ex-Jugoslavia e stabilitisi principalmente nel Nord Italia;
  • un gruppo di più recente migrazione composto di Rom di nazionalità romena e bulgara (cittadini europei) e presenti prevalentemente nelle grandi città (Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Genova).

A questi si aggiungono i Rom irregolari, il cui numero non è stabilito ufficialmente, presenti nei numerosi insediamenti non autorizzati.

Il processo di integrazione

A livello europeo, il punto di svolta sulla strada dell’inclusione di RSC si ebbe nel 2011, con la comunicazione della Commissione relativa al Quadro europeo per Strategie Nazionali di integrazione Rom². L’Italia adottò la propria Strategia nel 2012, designando come coordinatore nazionale l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali).

La strategia italiana identifica tre questioni fondamentali, con l’obiettivo di compiere passi significativi entro il 2020. In primo luogo la questione abitativa: il sistema dei “campi”, peculiarità tutta italiana, ha dimostrato tutti i suoi limiti in termini di marginalizzazione ed esclusione sociale, alti costi e scarsa efficacia.

Caso emblematico quello di Roma, citato nell’ultimo rapporto del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite³, in cui si invita l’amministrazione a «revocare tutte le misure di sicurezza restrittive imposte all’interno degli insediamenti rom, perché segreganti», proprio mentre viene annunciata la costruzione di un nuovo insediamento.

Il trasferimento delle famiglie in appartamenti o prefabbricati, già allo studio o in opera in alcune regioni, risulta sicuramente problematico ed ha prodotto finora risultati ambivalenti, ma è una alternativa preferibile al degrado dei campi, tanto peggiore quanto più è grande la loro dimensione.

Le altre due questioni sono scuola e lavoro.

Sul primo punto, la valutazione effettuata nel 2016 dalla Commissione europea sull’attuazione delle Strategie nazionali[4] sottolinea che le politiche di integrazione scolastica dei Rom sono ancora oggetto di un approccio poco organico, molto diversificate a seconda del contesto locale. Le misure sono piuttosto frammentarie, spesso inserite nei progetti nazionali in materia di integrazione degli studenti stranieri.

Per quanto riguarda l’inclusione lavorativa, nonostante siano state avviate numerose iniziative per favorire l’accesso al lavoro, la formazione professionale, l’inserimento in stage e tirocini, manca ancora un coordinamento delle politiche a livello nazionale, in grado di dare organicità ai singoli progetti.

In particolare, il Rapporto nazionale sull’inclusione lavorativa e sociale dei Rom in Italia[5] pubblicato nel 2012 dalla Casa della carità di Milano evidenzia come appena un terzo dei Rom in età lavorativa sia occupato, e di questi oltre un quarto sia senza contratto.

A questo proposito, si sta cercando di riprodurre in Italia il programma Acceder, attivo in Spagna già dal 2000, ovvero una agenzia per l’impiego che realizza attività di intermediazione occupazionale tra aziende e lavoratori (prevalentemente di origine Rom).

Nel biennio 2016/2017, la Commissione europea ha finanziato il progetto PAL[6], coordinato dall’Università di Leuven (Belgio) e articolato in 12 paesi Ue (in Italia vi partecipano Fondazione Leone Moressa, Comune di Reggio Emilia e Consorzio Innopolis), finalizzato proprio a favorire l’analisi, lo scambio di buone pratiche e l’attuazione di campagne di sensibilizzazione in ambito educativo e lavorativo.

Come evidenziato dalla valutazione 2016 effettuata dalla Commissione, sul fronte dell’inclusione scolastica e lavorativa dei Rom in Italia c’è ancora molto da fare. Chiaramente la questione abitativa continuerà ad occupare gran parte del dibattito pubblico, ma per una effettiva inclusione sarà necessario definire un quadro organico di finalità e individuare i soggetti in grado di perseguirle, possibilmente in collaborazione attiva con i beneficiari.

Note

¹ UNAR, Strategia Nazionale d’inclusione di Rom Sinti e Caminanti, 2012-2020.

² COM(2011) 173 final

³ CCPR – International Covenant on Civil and Political Rights – 119 Session (06 Mar 2017 – 29 Mar 2017)

[4] COM (2016) 424

[5] Casa della Carità, Rapporto nazionale sull’inclusione lavorativa e sociale dei Rom in Italia, Milano, 2012

[6] http://projectpal.eu/

image_pdfimage_print