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Dove muoiono gli italiani

Marzio Barbagli
morire in italia

L’Istat ha appena reso noto che nel 2015, in Italia, il 39,6% dei decessi è avvenuto in casa, il 42,6% in ospedale, il 5,7% in un hospice, il 9,2% in una residenza sanitaria assistenziale, il restante 2,8% per strada, nel luogo di lavoro o in carcere. Sono dati che i media non riportano mai e che gli studiosi (italiani) raramente commentano, perché considerati privi di interesse. Eppure, le più avanzate organizzazioni sanitarie dei paesi occidentali sostengono da molti anni che essi sono di grande importanza sotto due diversi aspetti. Innanzitutto, il luogo dove si esala l’ultimo respiro è un indicatore della qualità del fine vita. E’ largamente condivisa l’idea che, a parità di altre condizioni, è preferibile morire nel proprio letto, vicino ai propri cari, fra i colori, gli odori, i rumori consueti. Secondariamente, il posto dove si trascorrono le ultime settimane o le ultime ore ha rilevanti implicazioni economiche e influisce sulla distribuzione e l’uso delle risorse pubbliche disponibili. In alcuni paesi si è calcolato che almeno un quarto della spesa sostenuta dalle assicurazioni per la salute è assorbito dal 5% dei pazienti nell’ultimo anno di vita. Vi sono tuttavia, sotto questo aspetto, enormi differenze sia all’interno dell’Italia sia fra il nostro gli altri paesi che vale la pena esaminare.

Le differenze fra regioni

La tab.1 riporta la distribuzione del luogo del decesso in Italia, nel 2015, per regione di residenza dei defunti. Nel Mezzogiorno si muore molto più frequentemente in casa (58,6%) che nel Centro-Nord
(30, 7%). Le differenze fra queste due zone del nostro paese risultano ancora più forti prendendo come unità di analisi la regione e ancora maggiori scendendo a livello provinciale e comunale. In Campania, ad esempio, la quota dei decessi nella propria abitazione tocca il 69%, mentre in Friuli non supera il 24%. Nel comune di Enna sale al 75%, in quello di Cremona scende al 13%. Ma sarebbe un errore pensare che siamo di fronte al tradizionale divario fra Nord e Sud. Anche all’interno di queste due aree vi è una grande eterogeneità. In Toscana, ad esempio, sono morti nella propria abitazione il 40% dei residenti (e nella provincia di Pistoia il 51%), più che in Sardegna.

Un record italiano

La frequenza con cui si esala l’ultimo respiro nella propria abitazione varia moltissimo anche a seconda del paese in cui si vive. I migliori dati disponibili su 13 paesi ci dicono che la quota di ultraottantenni deceduti in casa varia dal 9% al 63%. La più bassa si trova in Canada, la più alta in Messico. L’Italia si trova al secondo posto in questa graduatoria, subito dopo il Messico, e ha la percentuale di decessi in abitazione più alta di tutti gli altri paesi: oltre una volta e mezzo più della Francia e della Corea, più del doppio degli Stati Uniti e della Repubblica ceca, il triplo dell’Inghilterra, il Galles, il Belgio, l’Olanda e la Nuova Zelanda, addirittura cinque volte più del Canada. Dati frammentari sulla Spagna e la Grecia fanno pensare che tali paesi assomiglino, sotto questo aspetto, più all’Italia che agli altri. Per quanto ne sappiamo, questa peculiarità dell’Italia, e degli altri paesi del Mediterraneo, esiste almeno dalla metà del Novecento¹

Fattori culturali

Le grandi differenze esistenti, riguardo al luogo del decesso, all’interno dell’Italia e fra il nostro e gli altri paesi sono dovute a numerosi fattori. Certamente al diverso regime di welfare per gli anziani. Nelle regioni centro settentrionali vi sono più servizi (residenze sanitarie assistenziali e hospice), in quelle meridionali prevale il ricorso al cash for care, ai trasferimenti monetari a favore di chi ha bisogno di assistenza (come l’indennità di accompagnamento), che, a parità di altre condizioni, favorisce i decessi in casa. Analogamente, l’Italia nel suo complesso ha minori servizi per questi strati della popolazione di altri paesi europei. Grande importanza hanno tuttavia anche i fattori culturali: la concezione della morte e la forza dei legami familiari, soprattutto quelli fra genitori anziani e figli adulti. Se i meridionali spirano più frequentemente nella loro abitazione è perché essi – come ha scritto quasi settanta anni fa Carlo Levi- sentono la morte “come un presente destino” e considerano l’assistere un moribondo nel proprio letto come il maggior segno del rispetto e dell’amore dei parenti nei suoi confronti. Se gli italiani muoiono in casa molto più spesso degli abitanti di altri paesi occidentali è perché hanno famiglie con legami forti e continuano ad essere convinti più degli altri che si debbano curare i genitori o il coniuge nel loro ambiente domestico fino alla fine.

Riferimenti bibliografici

Barbagli, M., Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri paesi occidentali, Bologna, Il Mulino, 2018.

Cohen, J. et al. Differences in Place of Death between Lung Cancer and COPD Patients: A 14-country Study Using Death Certficates, in “NPJ. Primary Care Respiratory Medicine”, 2017, pp.1-8.

Note

¹ Per questi dati si veda: M. Barbagli, Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri paesi occidentali, Bologna, Il Mulino, pp. 148-149 e 274-275.

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