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La stima dell’eccesso di mortalità: la lezione del passato

Marcantonio Caltabiano

In questi giorni difficili può essere d’aiuto ragionare su quanto avvenuto nel recente passato. In particolare la stima dell’eccesso di mortalità su base mensile può permettere di valutare meglio l’impatto di una epidemia sulla popolazione. Marcantonio Caltabiano discute i dati quelli dell’ultimo settantennio, dalla pandemia influenzale del 1918 a oggi.

In questi giorni difficili, mentre si discute su quando sarà raggiunto il picco epidemico, può forse esserci d’aiuto la lezione del passato. Non mi riferisco al passato lontano – quando le epidemie erano la regola e non l’eccezione (a questo proposito consiglio la lettura del bel libro di Lorenzo Del Panta, Le epidemie nella storia demografica italiana) – ma del passato recente, e in particolare degli ultimi settanta anni, dal secondo dopoguerra in poi.

Ci sono molti modi per studiare le variazioni della mortalità e i suoi picchi in un territorio. Un metodo semplicissimo, quasi naif, consiste nel confrontare i decessi avvenuti in un certo lasso di tempo (un giorno, una settimana, un mese) con quelli avvenuti nello stesso periodo dell’anno precedente. Per evitare l’influsso di oscillazioni casuali, dovute a numerosità ridotte o fattori di disturbo, è però preferibile usare come termine di paragone la media dei decessi avvenuti nel periodo di interesse in un certo numero di anni precedenti, ad esempio cinque o sette.

In figura 1 si presenta la variazione percentuale dei decessi mensili nel periodo 1955-2019 rispetto alla media dei decessi avvenuti nello stesso mese nel quinquennio precedente (non è possibile estendere ulteriormente il raffronto nel tempo perché i dati precedenti al 1950 sono basati su confini territoriali differenti).

Come si può vedere i picchi di mortalità superiori del 20% rispetto alla media del quinquennio precedente si ripetono con una certa regolarità, attenuandosi comunque a partire dagli anni ’70. I tre picchi più elevati corrispondono alle nevicate eccezionali del febbraio 1956 (+49%) e alle due ondate della pandemia influenzale del 1968-1969 (gennaio 1968: +49%, dicembre 1969: +70%). In particolare nel dicembre 1969 l’eccesso di mortalità rispetto alla media del quinquennio precedente è stato di circa 34.000 morti (82.000 decessi contro una media di 48.000) mentre nel gennaio 1968 è stato di circa 26.000 morti (52.000 contro 26.000).

L’effetto sulla mortalità dell’altra grande pandemia influenzale del dopoguerra, quella del 1957, è invece meno evidente in una analisi basata su dati mensili, in quanto l’eccesso di mortalità è si è distribuito su più mesi, tra il settembre e il dicembre 1957.

Spiccano poi i due picchi recenti, febbraio 2012 (+23%) e gennaio 2017 (+26%), legati ad una serie di fattori, tra cui una influenza stagionale più virulenta, un calo delle vaccinazioni tra i soggetti più a rischio, temperature più rigide della media.

I picchi dell’ultimo cinquantennio sono comunque lontanissimi da quelli di fine 1918: nell’ottobre del 1918 i decessi sono stati oltre cinque volte quelli dello stesso mese nel quinquennio precedente (figura 2).

Per comprendere meglio l’impatto demografico della crisi attuale (impatto che rammento è diverso da quello epidemiologico, in quanto comprende anche i decessi non direttamente legati alla pandemia) dovremo aspettare che l’Istat completi la raccolta dei dati comunali (certamente non tirando le somme su un foglietto, ma con una procedura informatizzata che prevede tutta una serie di passaggi per la verifica della qualità dei dati e richiede una puntuale collaborazione dei comuni). I primi dati parziali sono già stati resi disponibili nei giorni scorsi sul sito dell’Istat, ma sono da maneggiare con cura in quanto riferiti ad un numero limitato di comuni, non ancora rappresentativo a livello regionale o provinciale.

Chiudo con una valutazione dell’impatto della crisi sulle nascite: la lezione del passato ci insegna che a situazioni come quella attuale non corrispondono picchi delle nascite a nove mesi di distanza ma al contrario un rinvio dei concepimenti, dovuto alla situazione di forte incertezza. Possiamo quindi attenderci in autunno un altro duro colpo alla già bassissima natalità del nostro Paese.

Per saperne di più

Istat (2020). Dati di mortalità: cosa produce l’Istat.

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