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Italiani bamboccioni: fino a quando?

Francesco Cottone, Elisabetta Santarelli

Sicuramente tutti ricordano la famosa definizione che l’ex ministro dell’Economia Padoa Schioppa diede nel 2007 dei giovani Italiani, in occasione della presentazione della Legge Finanziaria per il 2008. “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa”, disse con un misto di ironia e di brutalità, riferendosi alla norma che, prevedendo agevolazioni sugli affitti per i giovani under 30, avrebbe dovuto incentivarli a lasciare prima la famiglia di origine. Che sia stato ben accolto o no, il nuovo termine è diventato di uso comune. “Bamboccione” è un adulto (30 anni o più) che non è ancora andato via di casa, vive con i genitori, magari è fidanzato, ma non si sposa o, comunque, “non lascia il nido”.
 
Tardi e poco
All’estero siamo ben noti per questa caratteristica: non a caso, ci chiamano “mammoni”. Uno studio del 2001 condotto su 10 paesi europei mostrava che, nel 1994, tra gli individui di 30-34 anni la percentuale più elevata di coloro che vivevano ancora in famiglia era in Italia 67,6% contro valori ben più bassi degli altri paesi mediterranei, che pur ci assomigliano per cultura ed istituzioni (Aassve et al. 2001). Da una ricerca di Billari e Vitali (2007) su dati del 2004-05 emerge che 10 anni dopo le cose non sono molto diverse.
Ma anche quando escono di casa, i giovani italiani non tagliano il cordone ombelicale con la famiglia d’origine. Essi infatti, più di altri in Europa, restano a vivere vicino ai loro genitori e continuano a ricevere aiuti (sia materiali che economici) anche dopo essere andati a vivere da soli. In molti casi si tratta di aiuti fondamentali che permettono loro di acquisire la propria indipendenza: spesso consistono nell’acquisto della casa o nel contributo per pagare il mutuo.
L’indagine Famiglia e Soggetti Sociali dell’Istat, relativa all’anno 2003, consente di indagare approfonditamente queste caratteristiche del passaggio allo stato adulto (anche se solo per le donne sposate alla data dell’intervista, e con riferimento all’uscita dalla famiglia per matrimonio). Considerando le coppie sposate da non più di 10 anni, in cui la donna ha fra i 20 e 50 anni, si nota che il 3% delle coppie del campione è andato a coabitare con i genitori di lei quando si sono sposate, il 7% viveva nello stesso edificio e il 20% in un’abitazione vicina, distante meno di 1 km (Figura 1). Le stesse percentuali riferite alla distanza rispetto ai genitori di lui sono più elevate, ad indicare una leggera prevalenza dell’uso di andare a vivere vicino ai genitori del marito. Per quanto riguarda il supporto ricevuto, la figura 2 mostra che il 32% delle coppie ha ricevuto aiuti per la casa (per l’acquisto, la costruzione o l’affitto) da una o entrambe le coppie di genitori (13% solo dai genitori di lei, 14% dai genitori di lui, 5% da entrambi).
 
Bamboccioni, perché?
I giovani italiani sembrano dunque restare “bamboccioni” anche dopo essere andati via da casa. Le ragioni per le quali il sostegno dei genitori continua ad essere importante anche dopo aver conquistato l’autonomia sono molteplici: le difficoltà di ottenere un lavoro stabile e ben retribuito, l’elevato costo delle case e degli affitti, la mancanza di servizi per l’infanzia. Avere vicino i genitori può essere molto utile in caso di problemi economici o in previsione della nascita di bambini.
Tuttavia, anche i fattori culturali hanno la loro importanza, ovvero, come direbbe Padoa Schioppa, “gli Italiani sono sempre stati un po’ bamboccioni”. Da numerosi studi di storici, antropologi e sociologi emerge che i modelli di prossimità e supporto in Italia sono stati caratterizzati da elevata prossimità e sostegno materiale già a partire dal Medioevo. Questi modelli si sono trasmessi nel corso del tempo fino alle generazioni contemporanee.
La validità di queste teorie culturali è confermata da alcuni studi, che mostrano una corrispondenza fra modelli di prossimità abitativa tra generazioni nel passato e al giorno d’oggi. Ad esempio, nelle regioni del Sud il padre divideva la sua eredità in parti uguali fra tutti i figli che andavano a vivere per conto proprio, ma comunque vicino ai genitori, ed oggi nelle stesse regioni è per lo più diffuso l’uso di andare a vivere da soli, ma molto vicino alla famiglia di origine. L’Umbria, invece, è stata caratterizzata in passato da elevata co-residenza fra generazioni dovuta soprattutto alla larga diffusione del lavoro mezzadrie e è, tutt’oggi, fra le regioni con il più alto livello di co-residenza genitori-figli. Inoltre, importanti differenze emergono fra regioni con simili condizioni economiche: ad esempio, in Sardegna i giovani vanno via da casa più tardi e ricevono meno aiuti rispetto alla Sicilia, oggi come in passato (Santarelli e Cottone 2009), pur essendo entrambe caratterizzate da elevati livelli di disoccupazione.
 
 
Per saperne di più
Aassve, A., Billari, F.C., Mazzuco, S., Ongaro, F. (2001). Leaving home ain’t easy: A comparative longitudinal analysis of ECHP data. Rostock: Max Planck Institute for Demographic Research, WP-2001-38. http://www.demogr.mpg.de/Papers/Working/WP-2001-038.pdf
Billari, F.C., Vitali, A. (2007). Becoming an adult in different welfare regimes: an analysis based on the 2004-05 European Social Survey. Contributo presentato al convegno “Social exclusion and the changing demographic portrait of Europe”, Budapest, 6-8 Settembre. http://www.demografia.hu/SDT2007/Eloadas_PDF/Billari_Vitali.pdf
Santarelli, E., Cottone, F. (2009). Leaving home, family support and intergenerational ties in Italy. Some regional differences. Demographic Research, 21, 1, 1-22. http://www.demographic-research.org/volumes/vol21/1/
 

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