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La politica demografica cinese: dal figlio unico al terzo figlio

A settant’anni dalla promulgazione della politica del figlio unico (PFU), la Cina sta sperimentando una vera e propria crisi demografica. Dal 2015 il governo ha superato la PFU nel tentativo di rilanciare la fecondità con l’obiettivo di interrompere l’invecchiamento tendenziale della popolazione. Bonifazi, De Rocchi e Panzeri spiegano il pregresso storico e le sfide che la demografia cinese dovrà affrontare nel futuro prossimo.

La popolazione cinese dagli anni ‘50 ad oggi

Nel giro di appena sei anni la Cina sembra aver completamente abbandonato la politica di controllo delle nascite attuata dalla fine degli anni settanta. Del resto, la Cina di oggi è sotto tutti i profili un paese molto diverso da quello che, dopo la morte di Mao Zedong e la sconfitta della Banda dei Quattro, si apprestava a lanciare nel 1978 con Deng Xiaoping le quattro modernizzazioni1. Secondo la dirigenza cinese, le modernizzazioni dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia, dell’industria e della difesa nazionale non potevano infatti realizzarsi senza un forte rallentamento della crescita demografica, che rappresentava ancora un fardello difficilmente sostenibile per un paese che voleva avviarsi lungo una strada di rapido sviluppo economico. Nonostante infatti il tasso di fecondità totale (TFT) fosse sceso dai 6,3 figli per donna registrati ancora nella seconda metà degli anni sessanta ai tre del quinquennio 1975-80, il tasso di crescita della popolazione si manteneva attorno all’1,5% annuo determinando una sostenuta crescita della popolazione (Fig. 1).

Valori che si sarebbero tradotti in un raddoppio nel giro di 45 anni di una popolazione che nel 1980 si approssimava già al miliardo. Timori che trovarono una loro traduzione numerica nelle previsioni effettuate nel 1978 da Song Jian, un esperto militare cinese che fu uno dei principali promotori della Politica del figlio unico (PFU), in cui veniva evidenziato come nel 2080 la popolazione avrebbe raggiunto i 4 miliardi di abitanti se si fosse mantenuto costante il TFT del 19752. Difficile pensare che una Cina con questi livelli di crescita della popolazione sarebbe stata in grado di arrivare ai risultati raggiunti in questi anni, anche se gli obiettivi della politica demografica erano ancora più ambiziosi fissando inizialmente un target di 1,2 miliardi di abitanti nel 2000. In realtà, a quella data la popolazione cinese raggiunse 1,27 miliardi di unità, ma l’obiettivo di fondo della politica demografica di rallentare e stabilizzare la crescita della popolazione appare oggi pienamente raggiunto.

Evoluzione ed impatto demografico e sociale della politica del figlio unico

I primi interventi di controllo della crescita demografica risalgono, in effetti, agli anni cinquanta e con maggiore determinazione all’inizio degli anni settanta. È però con la definitiva archiviazione del maoismo che la politica di limitazione delle nascite raggiunse il suo apice. Il discorso di Hua Guofeng all’Assemblea nazionale del popolo nel 1979 ne ha segnato l’avvio, con l’introduzione della PFU che attraverso benefici e penalità ha regolato per più di un trentennio la riproduzione delle coppie cinesi. In realtà, negli ultimi anni la limitazione a un solo figlio ha riguardato le famiglie non agricole che rappresentavano poco più di un terzo del totale, più della metà poteva invece averne un secondo se la primogenita era una bambina e il restante 10%, composto da minoranze etniche e abitanti in aree periferiche, anche un terzo3.

In ogni caso, dopo una prima fase di stallo nell’applicazione della PFU, anche per le proteste suscitate da un controllo così stretto sulla vita degli individui e delle famiglie, che determinò una risalita dei livelli di fecondità e dei tassi di crescita della popolazione, con gli anni novanta gli effetti della politica demografica appaiono con chiarezza. Il tasso di fecondità totale scese rapidamente  sotto la soglia dei 2,1 figli per donna (teoricamente compatibile con la stazionarietà della popolazione), stabilizzandosi dalla seconda metà degli anni Novanta sopra gli 1,6, mentre il tasso di crescita è sceso a 0,5% nel quinquennio 2015-2020, cosi come confermato dal censimento della popolazione del 20204. Le modifiche della PFU introdotte nel 2015, che avevano consentito alle coppie di avere un secondo figlio, non ha inciso sul livello di fecondità, verosimilmente perché lo sviluppo complessivo della società sembra aver creato, in Cina come in altri paesi del Sud-Est asiatico, le condizioni strutturali per una bassa fecondità. È questa probabilmente la ragione che ha spinto il governo cinese al recente provvedimento fa che ha portato a tre il numero di figli consentito, per affrontare le distorsioni nella struttura per età provocate dalla PFU.

In effetti, se consideriamo l’andamento del TFT in alcuni paesi dell’area dal 1950 ad oggi le tendenze appaiono molto vicine, con una sostenuta diminuzione dei valori scesi in gran parte dei casi al di sotto del livello di sostituzione (Fig. 2). La Cina (1,69), ad esempio, ha un tasso prossimo a quello della Thailandia (1,53), più elevato di quello della Corea (1,11), inferiore alla Malesia (2,01) e soprattutto alle Filippine (2,58). Resta da vedere se, e specialmente in che tempi, senza la PFU la Cina avrebbe seguito questo percorso di riduzione della fecondità. Ogni ritardo, viste le dimensioni demografiche del paese, si sarebbe tradotto in un notevole aumento della popolazione.     

Se dal punto di vista dimensionale la PFU ha sicuramente raggiunto i risultati desiderati non sono mancate le conseguenze negative. Da una forte coercizione dei diritti individuali, a uno sbilanciamento nel rapporto tra i sessi a sfavore delle bambine, con ripercussioni sul mercato matrimoniale, a una distorsione della struttura per età, con conseguente invecchiamento della popolazione in presenza di un sistema di welfare ancora non in grado di affrontare un aumento così massiccio degli anziani. A proposito dello squilibrio del rapporto tra maschi e femmine alla nascita, provocato da infanticidi e ora soprattutto da aborti selettivi5, vale la pena ricordare, oltre alle pesanti implicazioni etiche e morali, il conseguente sbilanciamento del rapporto maschi-femmine – non limitato alla sola Cina –  che ha avuto ampio risalto a livello internazionale (le missing girls, bambine e ragazze che “mancano all’appello”).

Le indagini mostrano che la maggioranza dei cinesi non ha intenzione di avere più di un figlio, con il risultato di accentuare, in futuro, gli squilibri tra le classi di età. Va poi considerato che i primi nati sotto la politica del figlio unico hanno ora circa 40 anni. Molti di questi sono migrati dalle aree rurali verso le grandi aree metropolitane, e i loro genitori rimangono senza il sostegno della loro prole. Nonostante lo straordinario sviluppo economico, la Cina rischia così di diventare un paese vecchio ma non abbastanza ricco da poter sostenere, con i pochi giovani presenti, tutti gli anziani. Una situazione che mette a repentaglio la stessa sostenibilità del sistema pensionistico6. Attualmente l’età pensionabile è 60 anni ma i fondi pensionistici avranno grosse difficoltà a sostenere i futuri pensionati quando i baby-boomers nati dopo la Grande Carestia del 1961 entreranno in età pensionabile.

È la fine di quella finestra di bonus demografico determinato dalla PFU che ha accompagnato lo sviluppo cinese degli ultimi quarant’anni. La crescita della popolazione in età lavorativa, che ha superato il miliardo di unità nello scorso decennio, è stata infatti accompagnata in questo arco di tempo dalla diminuzione dei giovani e da un contenuto aumento degli anziani (Fig. 3). Il risultato è stato un progressivo calo dell’indice di dipendenza totale, passato dal 78,3% del 1975 al 36,5% del 2015, ma destinato a ripercorrere a ritroso nei prossimi decenni la stessa strada, tornando nel 2055 al di sopra del 70%. In un quadro demografico opposto però a quello degli anni della grande crescita della popolazione, con un forte peso degli anziani e un più contenuto contributo dei giovani.

Asia vs. Asia, il confronto con l’India

Per avere un’idea dell’impatto complessivo della PFU sulla popolazione cinese è utile confrontarne gli sviluppi passati e futuri con quelli dell’India, l’altro grande gigante asiatico7. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite (variante media) nel 2027 la popolazione dell’India sarà più numerosa di quella cinese (Figura 4)8. Ciò è frutto di politiche di limitazione delle nascite diverse e meno decise di quelle istituite in Cina. Il risultato delle diverse politiche di intervento appare dagli andamenti delle curve. Nel 1950 la Cina aveva 554 milioni di abitanti e l’India 376; fino all’introduzione della PFU le due popolazioni sono cresciute parallelamente, ma dagli anni ottanta nel primo caso si è avuto un rallentamento dei ritmi di crescita mentre nel secondo si sono mantenuti elevati. Il risultato è che la popolazione cinese dovrebbe raggiungere il proprio massimo nel 2031 con 1,46 miliardi di abitanti, mentre quella indiana continuerà la propria crescita fino al 2059 arrivando a 1,65 miliardi. Così nel 2070 i cinesi dovrebbero essere 400 milioni meno degli indiani, a meno che la nuova politica demografica del Paese del Dragone non determini un deciso cambio nelle tendenze demografiche dei prossimi anni.


1 La fine della politica del figlio unico in Cina. Un cambio generazionale? (Neodemos, 8 Marzo 2016)

2 Greenhalgh S., “Missile science, population science: the origins of China’s One-Child policy”, The China Quarterly, N° 182, 2005.

3 Livi Bacci M., Storia minima della popolazione del mondo, V edizione, Bologna, Il Mulino, 2016

4 Uno due tre la politica demografica cinese cambia ancora (Neodemos, 11 Giugno 2021)

5 Ebenstein A., “The “Missing Girls” of China and the Unintended Consequences of the One Child policy”, Journal of Human Resources, Vol. 45, n°1, 2010.

6 Uno due tre la politica demografica cinese cambia ancora (Neodemos, 11 Giugno 2021)

7 E-book I tre giganti. Cina, India e Stati Uniti” (Neodemos, 23 Luglio 2013)

8 L’ India dal 2024 sarà il paese più popoloso del mondo, ma la natalità è in declino (Neodemos, 11 Maggio 2018)

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