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Chiaroscuri demografici del PNRR

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è demograficamente corretto? Su due importanti aspetti il PNRR è sulla buona strada, ossia il contrasto alla bassa natalità e la mitigazione dell’invecchiamento. Su altri due, come ci spiega Gianpiero Dalla Zuanna, il PNRR non dice nulla, ossia il sistema pensionistico e le immigrazioni. Si tratta comunque di un passo nella giusta direzione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è demograficamente corretto? In parte sì e in parte no. Il meccanismo che sta alla base del PNRR è largamente condivisibile. Ogni Stato della UE soffre di problemi strutturali che – rallentandone lo sviluppo economico e sociale – frenano anche gli altri Stati dell’Unione e lo sviluppo armonico di tutta l’Europa. Quindi, l’UE finanzierà direttamente, attraverso fondi europei, investimenti per iniziare a sciogliere questi nodi. Tuttavia, non si tratta quindi di fondi incondizionati, bensì di soldi erogati a tranche, nel corso del prossimo quinquennio, sulla base di un programma (il PNRR, appunto). Ogni tranche verrà erogata solo se le fasi precedenti saranno state rispettate. Fra gli impegni presi dai singoli Paesi non c’è solo l’utilizzo integrale e appropriato delle somme erogate, ma anche l’adozione delle riforme necessarie per superare in modo duraturo i problemi strutturali di cui sopra. Come hanno detto alcuni commentatori, adottando il PNRR l’Italia fissa per i prossimi sei anni non solo la sua politica economica, ma anche un percorso di esigenti riforme di sistema.

Il “che fare” del PNRR è stato quindi fissato dal governo italiano echeggiando le raccomandazioni che – in questi anni – la Commissione non ha mai mancato di rivolgere al nostro Paese. Queste raccomandazioni individuano i problemi strutturali cui il PNRR è chiamato a dare risposta. La serrata trattativa fra Governo e UE ha avuto come oggetto l’inserimento nel PNRR di investimenti e riforme che rispondono a tali raccomandazioni.

Lo sviluppo migliora la demografia

Gran parte delle osservazioni rivolte all’Italia dalla Commissione riguardano in modo indiretto la demografia. In modo indiretto, ma sostanziale, perché solo in un Paese che cresce economicamente e socialmente, fecondità e immigrazioni possono aumentare, contrastando in modo efficace l’inevitabile incremento del numero degli anziani. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, nel breve giro di trent’anni gli ultraottantenni italiani passeranno da 4,5 a 8 milioni, mentre senza immigrazioni la popolazione di 30-60 anni passerà da 25,5 a 16 milioni: una simile evoluzione minaccia in modo evidente la sostenibilità della sanità e delle pensioni. Bene, quindi, che gran parte delle investimenti e delle riforme del PNRR riguardino la modernizzazione generale dell’Italia: lo snellimento del sistema giudiziario, la digitalizzazione, la rivoluzione verde, le infrastrutture specialmente ferroviarie, la concorrenza, il superamento dei divari di genere, e così via, nella speranza che queste riforme e questi investimenti aumentino l’attrattività del nostro paese, frenino la fuga dei giovani, creino un contesto favorevole per le coppie che desiderano avere un figlio (in più).

Soffermiamoci però su alcune questioni più direttamente demografiche. Su due importanti aspetti il PNRR è sulla buona strada, ossia il contrasto alla bassa natalità e la mitigazione dell’invecchiamento. Su altri due, invece, il PNRR non dice nulla, ossia il sistema pensionistico e le immigrazioni.

Contrastare la denatalità

Il PNRR prevede risorse che completino il Family Act, accostandosi all’Assegno unico e universale per i figli a carico, recentemente approvato dal Parlamento e citato nel PNRR come punto di partenza per il contrasto alla denatalità italiana. Purtroppo il PNRR non incrementare i fondi per l’Assegno, in modo da portarlo effettivamente ai 250 euro mensili ricordati dal premier nel corso di una recentissima conferenza stampa (con le somme ora disponibili, si superano di poco i 150 euro). Il PNRR stanzia invece somme cospicue per nuovi nidi, nuove scuole materne e nuove mense per le scuole primarie. In una prospettiva di lotta alla bassa natalità, sono scelte condivisibili, perché la possibilità di conciliare i tempi di cura e di lavoro è preliminare alla scelta di avere un figlio (in più). Tuttavia, ci sono due interrogativi di fondo. Per la sua natura di finanziamento temporaneo, il PNRR privilegia le spese di investimento rispetto alle spese correnti. Il problema dei nidi in Italia non sta tanto nella mancanza di strutture (anche perché è facile mettere in piedi, e rapidamente, piccoli nidi privati) ma nell’alto costo di questi servizi, sia pubblici che privati. E il costo è elevato non solo per le famiglie, ma soprattutto per i Comuni: vi sono Amministrazioni che rinunciano a costruire un nido per evitare poi di dissestare il bilancio per riuscire a mantenerlo. I 4,6 miliardi stanziati per i nidi possono sembrare molti, ma diventano pochi se dovranno essere utilizzati per calare le rette delle famiglie, finanziando nel contempo in modo strutturale questa posta nel bilancio dei Comuni. In secondo luogo, la conciliazione fra lavoro e figli non si gioca solo nella prima infanzia e nella scuola primaria, ma prosegue anche nel corso della preadolescenza e dell’adolescenza. È tutto il tempo-scuola che va ripensato, dal nido alle superiori, estendendosi al pomeriggio, come in quasi tutti i Paesi europei. Per recuperare strutturalmente risorse si potrebbe accorciare di un anno il percorso scolastico, diplomando i giovani a 18 invece che a 19 anni (come in moltissimi altri Paesi europei) ed escludendo per tutti la scuola al sabato. Nel PNRR queste riforme non vengono previste, ma per il futuro delle famiglie e dei giovani italiani esse sono importanti almeno quanto quelle del fisco o della concorrenza.

Sostenere gli anziani fragili

Importanti sono le risorse stanziate, in poste diverse, per favorire gli aiuti agli anziani fragili (7,5 miliardi), ponendo come stella polare l’incremento delle cure domiciliari e dei servizi di prossimità. In questi anni, in molte regioni italiane, i servizi territoriali sono stati svuotati di personale, e sono drammaticamente mancate le cure per i sub-acuti: a fronte della corretta riduzione dei tempi di ricovero, spesso le famiglie vengono poi lasciate sole. Manca, in particolare, la presa in carico integrata del soggetto fragile. Anche in questo caso si deve comprendere meglio quanto queste cifre saranno dedicate a strutture e quanto a spesa corrente. Inoltre, anche se le cifre stanziate sono importanti, bisogna vigilare affinché non si disperdano in mille rivoli, e affinché la domiciliarità diventi effettivamente la prima scelta di cura.

Silenzio su pensioni e immigrazioni

Veniamo ora ai silenzi “demografici”. Fra le sue raccomandazioni all’Italia la Commissione “… richiede di attuare pienamente le passate riforme pensionistiche, al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica favorevole alla crescita” (pag. 3 della versione da me consultata del PNRR). Poi, però, nel PNRR di pensioni non si parla mai. È vero che i silenzi sono a volte più eloquenti delle parole, anche perché – a legislazione corrente – si ritornerebbe semplicemente alla piena attuazione della riforma Fornero. Tuttavia, questo silenzio ha molti margini di ambiguità, perché sono forti le spinte politiche e sindacali verso un nuovo stop dell’età al pensionamento, mentre non si vede quasi nulla in direzione di un’auspicabile riforma dei tempi e modi di lavoro, che permetta a tutti una permanenza sopportabile nella condizione di occupato anche fra i 62 (l’attuale età mediana alla pensione) e i 70 anni.

Il secondo silenzio è sulle immigrazioni. Il PNRR si occupa di immigrazioni solo quando parla di Giustizia: “Una quota parte dei neo-assunti (400 addetti all’Ufficio del Processo) verrà specificatamente assegnata al progetto di innovazione organizzativa della Corte di Cassazione che prevede la revisione delle sezioni civili, in particolare la sezione tributaria e le sezioni dedicate all’immigrazione e al diritto di asilo”. È un po’ poco. Nessuna risorsa è prevista – ad esempio – per irrobustire l’integrazione delle prime e seconde generazioni di migranti né per il contrasto all’immigrazione irregolare. E nel cronoprogramma delle riforme manca qualsiasi riferimento a modifiche al testo unico delle immigrazioni e della concessione della cittadinanza.

Verificare l’impatto demografico del PNRR

Governare vuol dire scegliere, e le scelte possibili debbono inevitabilmente tener conto anche delle circostanze politiche, nel caso specifico della necessità di ottenere il consenso del Parlamento. Evidentemente, non sussistono oggi le condizioni per raccogliere su questi temi un consenso largo e diffuso. Tuttavia, è bene essere consapevoli che un sistema pensionistico e leggi migratorie demograficamente inadeguate rischiano di essere forti ostacoli allo sviluppo del nostro Paese.

Malgrado queste due totali mancanze e malgrado altre perplessità minori, va riconosciuto che il PNRR prende di petto alcuni fra i problemi fondamentali che affliggono la demografia italiana. A priori, non è possibile dire in quale misura sarà in grado di contrastare la bassa natalità e permetterà una vita migliore agli anziani fragili. L’ultima parte del PNRR parla di verifiche sull’efficacia e sull’efficienza degli investimenti e delle riforme. Nei prossimi anni, noi di Neodemos cercheremo di valutarne puntualmente gli effetti demografici.

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