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Un uso strumentale della ricerca demografica a Est?

Francesco Billari

I paesi dell’Europa Centrale e Orientale hanno sperimentato una vera e propria crisi demografica, cominciata con la caduta della Cortina di Ferro. La combinazione di bassissima fecondità ed emigrazione ha portato a tassi di crescita della popolazione negativi, che persistono per l’area nel suo insieme dagli anni ’90 del secolo scorso. Lituania (-1,6% annuo), Georgia, Lettonia, Romania, Bulgaria e Serbia sono al vertice della classifica ONU dei paesi in declino demografico tra il 2010 e il 2015, accompagnati solo da alcuni paesi di dimensioni trascurabili e dalla Siria. Le proiezioni ONU danno tutti gli 11 nuovi paesi dell’Est membri dell’Unione Europea in crescita negativa entro il 2020.

Immigrazione come opportunità o come minaccia? Dipende

I governi sono preoccupati. Se il declino della popolazione è visto come un sintomo di problemi sociali irrisolti, ci si attende anche che abbia conseguenze negative dal punto di vista economico. Le aree dinamiche, urbane, hanno sempre attratto la popolazione da aree rurali ad alta crescita demografica. La novità a Est è lo spopolamento delle aree rurali.

Ci si sarebbe potuti attendere, in particolare da parte dei paesi dell’Est membri UE, una posizione pro-crescita della popolazione a tutto tondo, sfruttando anche la crisi dei rifugiati per “riempire i buchi” nelle popolazioni in declino. Come sappiamo, solo la Germania, sulla base di ragionamenti demografici al proprio interno, accompagnati dall’enfasi sui diritti umani al proprio esterno, ha mostrato un atteggiamento ampiamente positivo rispetto ai nuovi potenziali arrivi.

Perché? Tra i politici favorevoli al rialzo della natalità, ma contrari alle immigrazioni, sono chiare le motivazioni politiche populiste, ad esempio quando il primo ministro ungherese Orbán dichiara “Non vogliamo più musulmani”. Il partito “Diritto e giustizia” ha vinto le elezioni nel paese demograficamente più importante dell’UE a Est, la Polonia, anche sulla base di proclami simili.

Ma il populismo è anche sostenuto in modo pseudo-scientifico da una lettura erronea dei risultati della ricerca demografica — lettura che peraltro non è diffusa solo nell’Est Europa. Un influente rapporto ONU del 2000 presentava una serie di scenari per i paesi posti di fronte al declino della popolazione e/o a un rapido invecchiamento. Il rapporto, prudente, mostrava come per alcuni parametri della popolazione (l’ammontare totale della popolazione o delle persone in età lavorativa), l’immigrazione avrebbe contribuito in modo significativo a riempire i buchi della bassa natalità. Focalizzando invece l’attenzione sugli indicatori relativi all’invecchiamento della popolazione (come ad esempio il rapporto tra popolazione in età anziana e in età lavorativa), il quadro è diverso, perché quel che emerge è che una maggiore immigrazione può solo rallentare la crescita dell’invecchiamento. Quest’ultimo punto è stato “colto al balzo” dai populisti per affermare, erroneamente, che una maggiore immigrazione non è parte della soluzione per popolazioni in declino. L’uso politico della ricerca demografica è evidente. Orbán ha aperto il “Budapest Demographic Forum”, a novembre 2015, dicendo che “le famiglie non possono essere rimpiazzate dagli immigrati nel futuro dell’Europa”.

Orientamenti politici (che cambiano)

L’ONU chiede periodicamente ai governi giudizi sull’andamento demografico e sulle politiche connesse. Nell’ultimo ciclo di consultazioni, avvenuto nel 2013 (quindi prima della crisi dei rifugiati), tutti gli 11 paesi dell’Est membri dell’UE giudicavano il livello nazionale di fecondità come troppo basso, e indicavano il rialzo della fecondità come preciso obiettivo politico. I giudizi sull’immigrazione erano più eterogenei, con un paese (la Croazia) che riportava la diminuzione dell’immigrazione come obiettivo, cinque paesi soddisfatti dei livelli attuali, e cinque paesi che indicavano la volontà di rialzare l’immigrazione.

Un altro aspetto da considerare è che nell’UE a 28, bassa fecondità e tassi migratori negativi sono oggi collegati. Nel 2013 si osserva una correlazione positiva tra tasso di fecondità totale e tasso di migrazione netta. Paesi “di successo” in cui le coppie hanno più figli tendono ad attrarre più immigrati (o ad avere meno persone che si spostano verso l’estero). Oppure, viceversa, possiamo pensare che sia difficile porre le condizioni per una ripresa della fecondità in società che diventano chiuse e con lo sguardo rivolto al passato.

L’Europa dell’Est è dunque demograficamente condannata dalla chiusura e dallo sguardo rivolto al passato? Forse non ancora. In futuro, i politici potrebbero avere il coraggio di spiegare i potenziali benefici delle società aperte, anche leggendo in modo non strumentale i risultati della ricerca demografica. In fondo, questo cambiamento radicale è già avvenuto, in Germania. Dopo la fine del periodo dei “lavoratori ospiti” (tra cui molti italiani) nel 1973, la Germania ha sperimentato una fase a bassa immigrazione, con un orientamento di chiusura rispetto a nuovi ingressi, fatti salvi quelli delle persone di origine etnica tedesca. I tassi di migrazione netta sono stati piatti e non lontani da zero per circa vent’anni, e la fecondità ha raggiunto livelli molto bassi. Poi vi è stato un deciso cambiamento di rotta. A partire dagli anni 2000 si sono susseguite riforme, con un’accettazione bipartisan. La riforma del 2005, pur non senza opposizione interna, ha marcato un cambiamento di orientamento che è oggi evidente, e rende la Germania il paese più amichevole nei confronti degli immigrati dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, la Germania ha iniziato a varare misure amichevoli nei confronti delle famiglie, con attenzione particolare alla possibilità per le donne di combinare lavoro e maternità. La posizione della cancelliera Merkel durante la crisi del 2015 è dunque coerente con la direzione che la Germania ha preso da circa quindici anni. Una direzione coerente con la lettura, questa volta corretta, dei risultati della ricerca demografica. Senza questo cambiamento di direzione nella politica della popolazione, il declino demografico dell’Europa Centrale e Orientale sarà difficile da evitare.

 

Per saperne di più

Citazione di Orbán

(1): www.aljazeera.com

(2) dailynewshungary.com

UN Report on Replacement Migration (2000)

UN World Population Policies (2013)

 

 

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