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Sartori, i demografi, la sovrappopolazione

Andrea Furcht

Un editoriale estivo di Giovanni Sartori ha riportato l’attenzione sulla questione della sovrappopolazione. Vi si sostiene, tra l’altro che “i demografi (assieme a molti economisti) vogliono sempre più bambini per alimentare le pensioni. Si può essere più irresponsabili e dissennati di così?”.
Si tratta di una critica fondata? In effetti i richiami dei demografi, almeno di quelli italiani, sono a sostegno di una fecondità che in Italia è su livelli estremamente bassi, per quanto in lieve ripresa; da decenni silenzio o quasi, invece, sulla sovrappopolazione mondiale. Le voci che si fanno sentire sono poche, agguerrite ma isolate: tra questi soprattutto Ronchey, De Marchi e appunto Sartori.
 
Un dibattito secolare
La discussione sulla sovrappopolazione è una delle più antiche e tuttora controverse in demografia. È possibile qui richiamarla solo per brevi cenni:
· i “restrizionisti” sono coloro i quali pensano che la crescita della popolazione sia un male. Costoro si rifanno soprattutto alla scarsità di risorse, in particolar modo ambientali. Filosoficamente, si unisce sovente all’utilitarismo (perseguire la maggiore felicità per il maggior numero)
· i “popolazionisti” sono invece stati spinti da motivazioni diverse: sostegno alla forza militare o economica di una nazione, imperativi morali di matrice religiosa, ottimismo riguardo l’adattabilità delle civiltà umane specie attraverso l’avanzamento tecnico.
 
I "popolazionisti", però tralasciano normalmente di considerare alcuni aspetti importanti, quali ad esempio:

  1. punto di vista dinamico: gli inconvenienti non derivano solo dall’ammontare della popolazione, ma anche dal ritmo del suo aumento;
  2. aumento della violenza: può essere in pericolo la pacifica convivenza tra le nazioni (e all’interno di esse), spinte al conflitto non solo dalla competizione per le risorse bensì anche dall’aggressività indotta da un’alta densità e dalla presenza di numerosi giovani maschi, per di più disoccupati;
  3. principio di precauzione: dovrebbe valere anche per un cambiamento demografico così vorticoso e privo di precedenti storici;
  4. separatezza di ottica locale e planetaria: perché non si può affermare che la popolazione mondiale è eccessiva, e insieme auspicar maggior fecondità in certe aree? Questo per attenuare gli inconvenienti sulla struttura per età di un troppo brusco declino, se non anche per controbilanciare parzialmente il crescente squilibrio nella distribuzione geografica della popolazione mondiale;
  5. ruolo delle migrazioni internazionali: è immediato considerarle un sano movimento di compensazione, senza necessariamente essere fautori del laissez-faire. Posizione plausibile in astratto, ma piena di controindicazioni, se le migrazioni avvengono su scala massiccia, specialmente nella presente situazione di tensione internazionale. Vale anche qui, inoltre, quanto detto a proposito dei pericoli dei mutamenti troppo rapidi;
  6. restrizionismo senza catastrofismo: per auspicare il contenimento della popolazione mondiale non occorre sposare la tesi del disastro imminente. Si può benissimo auspicare un certo quadro demografico (di minor crescita, in questo caso) quand’anche questo si contrapponga non al tracollo, ma semplicemente ad una situazione meno favorevole. Non occorre venire al mondo tutti insieme: se per vivere meglio (e più a lungo) è opportuno prendere il nostro numerino e aspettare qualche generazione, perché non farlo?



Perché i demografi ne parlano poco?
Essere troppo competenti su un tema può talvolta rivelarsi pericoloso, perché la padronanza della tecnica, associata a una profonda conoscenza di alcuni aspetti specifici, rischia di far perdere di vista i problemi più generali.
Inoltre, vi è forse la diffusa convinzione che, poiché la fecondità è ormai in calo in quasi tutto il mondo, il problema della sovrappopolazione si stia risolvendo da solo. Questo ragionamento dimentica però che la crescita della popolazione, una volta innestata, si ferma solo lentamente (è la cosiddetta inerzia demografica). Infatti, le Nazioni Unite, nel loro ultimo World Development Prospects, del 2006 (http://www.un.org/esa/population/publications/wpp2006/wpp2006.htm) prevedono che la popolazione mondiale smetterà di crescere verso il 2060, ma dopo aver raggiunto quota 9,3 miliardi di persone, contro i 2,5 miliardi del 1950 e i circa 6,5 miliardi attuali (fig. 1).
Gli specialisti nostrani sono poi portati a concentrarsi sulla situazione italiana, dove i mutamenti più rilevanti sono, oltre alle immigrazioni dall’estero, l’invecchiamento e il basso livello della natalità, non l’aumento della popolazione. Esiste una sorta di incentivo intrinseco a metter l’accento sui pericoli (quelli controllabili in particolare): e quindi è più gratificante lanciare l’allarme denatalità che rasserenare gli animi dicendo “Su questo fronte tutto bene, ci stiamo comportando al meglio”.
Vi possono poi essere ragioni di altro tipo, che potremmo chiamare "morali". Da una parte, puntare il dito contro l’eccessivo accrescimento demografico, da frenare con il controllo delle nascite, può sembrare un’implicita sconfessione di convincimenti morali o religiosi. Dall’altra, la crescita demografica, che si manifesta ormai solo nei paesi in via di sviluppo, sarebbe, secondo alcuni, la conseguenza del (recente) passato neocoloniale, di cui gli stessi paesi in via di sviluppo sarebbero i primi a soffrire. Per chi condivide questo punto di vista, denunciarla ora pare un modo di addossare la colpa alla vittima.
Ma forse è giunta l’ora di superare questo e altri schemi mentali, e guardare in faccia la realtà: la crescita della popolazione che è in atto continuerà ancora per un cinquantennio, e metterà seriamente in discussione il nostro modo di vivere. Parlarne può aiutare nella ricerca di una soluzione.

 
* (www.furcht.it/andrea.htm)

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