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Winter is coming: prepariamoci all’inverno demografico

Sempre più spesso per definire un contesto sociale ed economico come quello italiano, influenzato da poche nascite e crescente squilibrio nei rapporti tra le generazioni, si parla di “inverno demografico”. Stefano Molina esamina le implicazioni dell’annunciato cambio di stagione e formula alcuni suggerimenti per contrastarne alcuni effetti indesiderati.

Se provate a inserire su Google trends i termini “declino demografico”, “calo demografico” e “inverno demografico” scoprirete che, all’inizio del 2022, quest’ultimo ha sopravanzato gli altri due come termine di ricerca più usato. Non era mai successo, a dimostrazione di un’evoluzione del dibattito almeno sul piano semantico.

Sarà un inverno rigido?

Prendiamo per buona la metafora stagionale: richiama un mutamento, inesorabile ma prevedibile, capace di modificare i comportamenti individuali e collettivi. Implicitamente rinvia alla capacità di adattamento: come a ogni cambio di stagione modifichiamo abbigliamento e abitudini, così entrando in una dimensione demografica inedita dovremmo dotarci di nuove mappe mentali. A proporre “un manuale di sopravvivenza produttiva, finanziaria, culturale” aveva già provato Federico Fubini in un articolo su “crisi e demografia” pubblicato qualche mese fa dal Corriere. L’autore forniva alcuni consigli: (1) abolire il termine “anziani” almeno fino ai 75 anni di età; (2) estendere il diritto di voto ai sedicenni; (3) favorire la diffusione della robotica nei processi produttivi.

Prima di allungare la lista dei consigli, proviamo a mettere a fuoco alcune implicazioni del cambio di stagione. Come è noto, la struttura della popolazione italiana sta lentamente abbandonando la forma della trottola per assumere quella del fungo atomico, con il baricentro dei baby boomers che si sposta dalla fascia dei giovani adulti agli adulti maturi. Questo movimento comporta quattro irrigidimenti – impercettibili se esaminati attraverso indicatori statistici congiunturali – dei quali occorre essere consapevoli.

1) Con il restringimento della platea giovanile si riduce la capacità di rinnovare le competenze presenti nel sistema attraverso la sola formazione iniziale, ossia attraverso una rimodulazione dell’offerta formativa di scuola e università. Diventa quindi più difficile rispondere tempestivamente alla domanda di nuove competenze, che si tratti di innovazione digitale o di padronanza della lingua inglese. 

2) Diminuisce anche la quota di donne comprese tra 20 e 50 anni di età, ossia la quota di madri potenziali. Un eventuale risveglio nel desiderio di procreare – non importa se indotto da mutamenti culturali o da politiche più amichevoli – sarà dunque sempre meno capace di raddrizzare le curve declinanti della demografia italiana: in altre parole, anche un significativo aumento della fecondità non riuscirà a tradursi in un altrettanto significativo aumento delle nascite. 

3) Poiché la propensione alla mobilità delle persone varia in funzione dell’età e dei carichi familiari, potrà risultare meno agevole l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Sul banco degli imputati finisce già da tempo lo skill mismatch, ma nella lettura della crescente difficoltà delle imprese a trovare personale – un fenomeno che sta investendo anche le pubbliche amministrazioni – andrebbe considerata la minor disponibilità a muoversi per trovare o cambiare lavoro da parte di una popolazione sempre meno giovane.

4) In sistemi democratici i mutamenti strutturali dell’elettorato possono condizionare i processi decisionali: l’invecchiamento dell’elettore mediano favorisce l’adozione di politiche sensibili alle preferenze di una platea che si presume non particolarmente incline alle innovazioni. Già negli ultimi anni, ad esempio, non c’è stata partita tra la dinamica della spesa sanitaria e pensionistica, da un lato, e quella per l’istruzione dall’altro.

Introdotte a piccole dosi, queste quattro forme di rigidità – nel ricambio delle competenze, nella capacità di procreare, nella mobilità territoriale e nel policy making – rischiano di rendere il sistema italiano sempre più ingessato e meno reattivo di fronte agli inevitabili cambiamenti degli scenari sociali, economici e tecnologici. 

Un decalogo per la stagione autunno-inverno

Che fare? A ben vedere, al momento ci troviamo ancora in pieno autunno demografico: le coorti che oggi si affacciano sulla vita adulta e sul lavoro non sono ancora ristrette come quelle che seguiranno nei prossimi due decenni. Per questo dovremmo innanzitutto sforzarci di minimizzare gli intollerabili sprechi ai quali il sistema scolastico e ancor più quello universitario sono da tempo assuefatti, ad esempio attraverso (1) una lotta sistematica alla dispersione scolastica, anche grazie a forme di tutoraggio e supporto personalizzato allo studio, peraltro compatibili con una riduzione fisiologica nel numero di studenti per classe; (2) una riflessione sul possibile innalzamento dell’obbligo scolastico ai 18 anni, che impedirebbe a docenti, studenti e genitori di “gettare la spugna” sin dalle prime bocciature alla scuola media; (3) il potenziamento dei cosiddetti percorsi professionalizzanti, attivabili attraverso un dialogo fruttifero tra chi può formare le competenze e chi può valorizzarle, sia presso gli istituti scolastici e gli ITS – di cui si attende in queste settimane il via libera alla riforma – sia negli atenei. Liberandosi da anacronistiche ideologie difensive, sarebbe quantomai opportuno operare scelte coerenti anche sul versante dell’immigrazione con (4) la messa a punto di percorsi di immigrazione selettiva in funzione di una domanda di lavoro sempre più difficile da soddisfare localmente e (5) meccanismi più fluidi di accesso alla cittadinanza per i figli di immigrati che completano le scuole in Italia. Per frenare la fuga di giovani all’estero e per arginare la preoccupante crescita dei NEET andrebbero introdotti incentivi economici al lavoro quali (6) la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, e (7) la fissazione di un salario minimo – già esistente in quasi tutti i Paesi dell’UE – come indicato dalla direttiva votata l’11 novembre 2021 dal Parlamento europeo.

L’idea di autunno richiama quella di semina. Andrebbe quindi (8) potenziata l’offerta di nidi gratuiti per i bambini tra 3 mesi e 3 anni di età, anche oltre le previsioni del PNRR, e (9) resa obbligatoria, e dunque anch’essa gratuita, la frequenza della scuola dell’infanzia, come già deciso in Francia nel 2019. Infine, per rispondere alla domanda di aggiornamento continuo delle competenze e per consentire a popolazioni sempre più mature di stare al passo con i tempi (10) andrà ripensato l’intero sistema di lifelong learning – sino a oggi una raccolta di fallimenti – investendo nella valutazione delle strategie didattiche più efficaci per discenti adulti e nella ricerca di soluzioni originali (anche grazie alla diffusione tecnologica indotta dalla pandemia) per rendere più compatibili i tempi della formazione con quelli del lavoro.

È improbabile che succeda, ma sarebbe sensato che l’imminente campagna elettorale, a partire dalla quale prenderà forma il “dopo Draghi”, ponesse al centro del dibattito alcuni di questi temi, interrogandosi su quale potrà essere la più opportuna “collezione autunno inverno” per vestire l’Italia di domani.

Articolo uscito anche su mondoeconomico.eu

*Le opinioni qui espresse sono dell’autore e non coincidono necessariamente con quelle dell’istituzione di appartenenza.

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