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Un miliardo di migranti climatici?

Il numero di persone che potrebbero essere costrette a spostarsi a causa del cambiamento climatico è verosimilmente in crescita. Tuttavia, alcune stime indicano valori superiori al miliardo di persone. Alessandro Riva invita a riflettere sulla plausibilità di tali stime.

La crisi climatica sta assumendo rilevanza crescente nel dibattito internazionale ed è sempre più diffusa l’idea che un suo potenziale effetto risulti essere l’aumento delle migrazioni, incentivate dal peggioramento delle condizioni ambientali in ampie aree del mondo, e in molti casi forzate da eventi climatici estremi. In base a tale visione, sarebbe lecito attende nel futuro prossimo un massiccio esodo globale verso le aree più ricche e temperate. 

Uno studio del 2020 dell’Institute for Economics and Peace (IEP), un Think Tank internazionale, citato da alcuni dei principali mezzi stampa internazionali quali Guardian, Reuters e Cnn, ha sottolineato che entro il 2050 centinaia di milioni di persone si troveranno a vivere in aree afflitte da molteplici rischi ecologici con la apparente inevitabile conseguenza di un aumento del numero di migranti internazionali che potrebbero arrivare alla cifra di 1-1,2 miliardi di persone. Si tratta di un numero impressionante, pari a circa quattro volte il numero di migranti internazionali conteggiato attualmente. Possiamo considerare ragionevole questa previsione? 

Come si arriva a questa cifra? 

Il rapporto IEP produce la sua stima basandosi sull’identificazione dei paesi più esposti ai diversi rischi ecologici classificati in due categorie: la scarsità di risorse (popolazioni in rapida crescita, insicurezza alimentare e scarsità d’acqua) e i disastri naturali (alluvioni, siccità, cicloni, temperature in aumento e innalzamento del livello dei mari). 

La metodologia del rapporto (fig.1) consiste nell’individuare le aree che sono esposte a uno o più rischi ed associarle ad un gradiente di resilienza ecologica che identifica la capacità di una società di resistere e reagire alle difficoltà che si presentano. La cifra di 1,2 miliardi di persone a rischio di spostamento forzato si raggiunge sommando le popolazioni residenti nei paesi che saranno esposti ad un’elevata scarsità di risorse a quelle che saranno invece esposte a disastri naturali (e sottraendo le popolazioni dei paesi che compaiono in entrambe le liste).

Perché questa cifra è inverosimile?

Il merito del rapporto IEP è quello di individuare le aree del mondo più esposte a rischi ecologici. Tuttavia, il nesso con le migrazioni non è così scontato. Infatti, se persone che vivono in zone sottoposte a notevoli stress ecologici sono molte e in crescita, scarsità di risorse e disastri naturali non inducono necessariamente spostamenti forzati e migrazioni. 

Ci sono almeno due ragioni per cui sarebbe più opportuno fornire stime più prudenti riguardo al climate displacement. Innanzitutto, una certa sovrastima delle popolazioni a rischio potrebbe sorgere dal condurre analisi a livello nazionale ignorando le differenze sub-nazionali. Ad esempio, facendo rientrare l’intera popolazione indiana nella categoria ad alto rischio di stress idrico vuol dire estendere le problematiche idriche di aree quali la valle del Gange e le aree confinanti col Pakistan anche alle regioni del sud, generalmente meno a rischio sotto questo punto di vista. Allo stesso modo, può apparire impreciso considerare a rischio di alluvione o aumento della temperatura interi paesi estremamente vasti ed eterogenei al loro interno come Russia, Cina, Brasile o Congo.

La seconda ragione ha a che fare con il nesso tra stress ecologico e migrazioni. I dati relativi alle migrazioni internazionali dimostrano che i paesi da cui si emigra di più non sono né quelli più poveri né quelli più ecologicamente a rischio. Ovviamente alcuni paesi rientrano in queste categorie, ma non emerge un quadro chiaro. 

A supporto di questo punto può essere utile considerare i 19 paesi considerati dal rapporto come ad alto rischio ecologico: Afghanistan, Mozambico, Namibia, Botswana, Chad, Etiopia, India, Iran, Iraq, Kenya, Kirghizistan, Madagascar, Pakistan, Eswatini, Syria, Tagikistan, Uganda, Tanzania e Zimbabwe. Ebbene, di questi solo 3 paesi (Siria, Zimbabwe, Eswatini) compaiono anche tra i 19 paesi a maggiore emigratorietà (tabella 1), cioè con il peggior saldo migratorio per 1000 abitanti.  

Naturalmente, la situazione potrebbe cambiare nei prossimi anni. Tuttavia, la crisi climatica non ha ancora prodotto direttamente le fiumane di migranti che alcuni titoli di giornale lasciano immaginare. Analizzando la lista dei paesi da cui proporzionalmente si emigra di più emerge evidentemente il fatto che non si possa spiegare un fenomeno complesso come la migrazione con una sola chiave di lettura, poiché le motivazioni che spingono le persone a spostarsi sono molteplici. Infatti, nella lista si trovano paesi ricchi e poveri, freddi e caldi, pacifici e instabili.

Siccità=migrazione? Il caso del Mali

Un caso specifico molto interessante e utile per dimostrare la complessità delle dinamiche migratorie e la loro difficile prevedibilità è quello del Mali occidentale. Durante la tremenda siccità che colpì questo paese nel triennio 1983-1985, le piogge si ridussero del 30% rispetto ai livelli normali, la produzione agricola si ridusse di circa due terzi e la produzione animale si dimezzò. Uno studio condotto nel 1994 (Findley, 1994) mostrò che la tremenda siccità ebbe un impatto relativamente limitato sulle migrazioni. Il numero assoluto di migranti internazionali rimase infatti in linea con quello osservato negli anni precedenti e successivi. Al contrario, vennero elaborate strategie migratorie a breve e medio raggio: il 48% delle famiglie intervistate affermò che almeno un membro del nucleo aveva lavorato temporaneamente fuori dalla regione e di questi lavoratori temporanei, definibili “migranti circolari”, due terzi avevano lavorato in altre zone rurali del Mali, mentre il restante terzo si era diretto verso Dakar, Abidjan o altre città Saheliane. È interessante notare che la siccità abbia influito sulle destinazioni preferite ma nella direzione opposta a quella attesa. Infatti, se negli anni precedenti metà delle migrazioni erano dirette verso la Francia e l’altra metà verso altri paesi africani, nel periodo 1983-85 42% dei migranti rimase in Mali, mentre la quota della Francia venne quasi dimezzata, toccando il 27% (Tabella 2).

Se da un lato il cambiamento climatico renderà più probabili gli eventi estremi, dall’altro le difficoltà ecologiche non conducono necessariamente ad un aumento del livello assoluto di migranti e non producano per forza un aumento della quota diretta verso i paesi più ricchi. Quando riflettiamo sulle conseguenze del cambiamento climatico, non possiamo considerare la migrazione come una conseguenza scontata.  Prevedere il livello delle migrazioni future rappresenta un compito arduo, a causa delle numerose variabili che influenzano la decisione di abbandonare il proprio paese. È dunque imperativo indagare in modo più approfondito sulla natura e sull’entità di queste variabili per meglio comprendere, e prevedere, la reale portata dei futuri spostamenti. 

Riferimenti bibliografici

IEP 2020 Ecological Threat register 2020. Understanding ecological threats, resilience and peace.

Findley S. 1994. Does drought increase migration? A study of migration from rural Mali during the 1983-1985 drought. International migration review 28(3): 539-553. 

Fonte figura 1 – population.un.org

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