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L’emigrazione italiana e quella degli altri paesi dell’Unione Europea

In questi ultimi anni in Italia l’emigrazione è spesso tornata al centro del discorso pubblico, per effetto di una ripresa dei flussi che ha riportato l’attenzione su un fenomeno che si riteneva ormai superato. Ma le partenze dei nostri concittadini sono più o meno elevate di quelle che caratterizzano gli altri grandi paesi dell’Unione Europea? A questa domanda cercano di rispondere Corrado Bonifazi e Frank Heins.

L’emigrazione dai paesi sviluppati

L’emigrazione dai paesi sviluppati è uno degli aspetti dei fenomeni migratori meno considerati dalla politica e meno studiati dalla ricerca. In questi paesi, infatti, l’attenzione va soprattutto (se non esclusivamente) all’immigrazione, alle sue dimensioni e conseguenze, ai modi più appropriati per poterla controllare e ai processi di integrazione. Se tutti i paesi sviluppati hanno politiche e statistiche sull’immigrazione, non tutti hanno politiche di intervento sui flussi in uscita (specie dei propri connazionali) e strumenti per misurarli statisticamente. In Francia, ad esempio, statistiche sull’emigrazione sono disponibili solo dal 2006, dopo l’entrata in vigore del regolamento comunitario che ha imposto la raccolta anche di questi dati.

In definitiva, se per tutti i paesi sviluppati l’immigrazione straniera è un problema rilevante che merita la massima attenzione, l’atteggiamento verso l’emigrazione dei propri cittadini dipende dalla storia (non solo migratoria). In Italia e negli altri paesi meridionali dell’Unione Europea, ad esempio, è stato l’aumento delle partenze dei propri cittadini, a seguito delle crisi economiche del 2008 e del 2011, a riportare all’attenzione delle pubbliche opinioni e degli studiosi il fenomeno dell’emigrazione che si considerava ormai superato. L’aumento dei flussi in uscita dei propri cittadini è stato letto come un ritorno all’emigrazione per lavoro del secondo dopoguerra e della prima globalizzazione. Lettura in parte giustificata dal ripresentarsi di un fenomeno che sembrava ormai relegato alle pagine di storia, ma che è utile confrontare con le dinamiche che caratterizzano paesi di pari livello di sviluppo economico

I dati di confronto

Limitando il confronto al cuore del sistema migratorio europeo (costituito dalla UE a 15, più Svizzera e Norvegia), l’Italia presenta con 117 mila cittadini emigrati nel 2018 il quarto flusso per dimensioni. Un valore poco più alto di quello della Spagna (79 mila), ma inferiore a quelli del Regno Unito (125 mila), della Germania (207 mila) e della Francia (287 mila). In termini relativi la situazione si modifica (Fig. 1), scivoliamo infatti in fondo alla graduatoria, con un tasso dell’1,9‰, come il Regno Unito, che ci pone tra Finlandia (2,1‰) e Spagna (1,7‰), a grande distanza da Irlanda, Grecia e Francia che presentano i valori più elevati.

Pur avendo un livello di emigrazione tra i più bassi, l’Italia presenta una delle perdite migratorie più consistenti tra i paesi considerati. Siamo, infatti, allo stesso livello del Belgio e siamo superati solo dalla Grecia, dal Lussemburgo e dalla Francia; mentre paesi che hanno emigrazioni relativamente più intense della nostra hanno una bilancia migratoria in equilibrio o addirittura positiva, come avviene per l’Irlanda, la Danimarca e l’Olanda. È quindi evidente che, in questa fase, la nostra capacità attrattiva verso i connazionali all’estero risulta inferiore alle spinte che incoraggiano gli italiani a emigrare. Una situazione, per altro, in linea con la minore capacità di crescita mostrata dal nostro sistema economico in questi anni.

Limitando il confronto ai cinque paesi più grandi e considerando l’andamento del fenomeno dal 2000 al 2018 (Fig. 2), appare chiaramente l’effetto delle crisi del 2008 e 2011 sui valori di Italia e Spagna. Sensibilmente inferiori a quelli degli altri tre paesi, dal 2009-2010 i loro tassi di emigrazione hanno iniziato a crescere sino ad arrivare agli stessi livelli di Germania e Regno Unito. Sensibilmente più elevata resta l’intensità del fenomeno in Francia, che presenta pure la perdita migratoria più elevata. Anche in questo caso l’effetto delle crisi sulla mobilità degli italiani e degli spagnoli appare evidente, con bilance migratorie che da un sostanziale equilibrio sono diventate decisamente negative. Negli ultimi anni, l’Italia ha avuto un saldo migratorio non troppo distante da quelli di Germania e Regno Unito e decisamente più contenuto di quello francese. Rispetto alla Spagna, però, manca quel recupero che ha permesso al paese iberico di tornare nel 2018 a un saldo migratorio positivo anche per i Nationals.

Conclusioni

In linea generale, la globalizzazione ha favorito la crescita dei flussi d’emigrazione dai paesi sviluppati. Nel contesto europeo, tale processo è stato agevolato dalla libera circolazione e da una normativa che vede nella mobility all’interno dell’Unione dei cittadini europei (mobile Europeans) un fattore positivo dal punto di vista economico e sociale. I flussi dei Natives si compongono, in realtà, di diverse componenti: una quota per lavoro ad alta qualificazione e una a bassa qualificazione, una parte di retirement migration, una legata agli spostamenti degli immigrati naturalizzati e dei loro discendenti.

L’Italia presenta dei valori sostanzialmente in linea con quelli degli altri grandi paesi dell’Unione, anche se prima delle crisi del 2008 e del 2011 registrava dei flussi in uscita più contenuti. In effetti, nel caso italiano, e anche in quello spagnolo, la ripresa dell’emigrazione appare direttamente collegata agli effetti della recessione. In quel momento, un meccanismo che sino ad allora aveva favorito i flussi dai nuovi stati membri dell’Europa orientale ha pienamente coinvolto i vecchi membri mediterranei dell’Unione. Va poi considerato che questi flussi si inseriscono all’interno di un processo di generale precarizzazione dei mercati del lavoro europei, che interessa in maniera particolarmente accentuata i giovani e i migranti.

I dati degli ultimi anni mostrano come in Italia i flussi non diminuiscano, mentre in Spagna è emersa una tendenza al loro calo. Segno di una maggiore difficoltà della nostra economia a riprendere un ritmo di crescita più sostenuto. Una situazione che il Covid-19 non potrà che aggravare, almeno in questa fase di piena diffusione della pandemia. Lo stretto legame tra la ripresa dell’emigrazione e la crisi economica contribuisce a spiegare le numerose preoccupazioni manifestate in Italia, in questi ultimi anni, verso il fenomeno. Le dimensioni, in realtà, non sono lontane da quelle degli altri paesi sviluppati, anche se non si è ancora avviata una tendenza alla loro diminuzione.

Bisogna infine considerare che, ogni paese, inserisce questa componente dei flussi migratori in una cornice esplicativa che deriva dalla propria storia e dal ruolo che l’emigrazione e l’immigrazione hanno avuto in passato. Ed è quindi inevitabile che, nel nostro caso, prevalgano letture che riportano alla realtà e ai problemi che caratterizzavano la società italiana negli anni della grande emigrazione. A differenza di paesi, come la Francia e il Regno Unito, dove prevale ancora il ricordo del passato coloniale e quello di un’emigrazione legata a un ruolo di grande potenza.

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