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50 anni di divorzio in Italia

Il 18 dicembre 1970, cinquanta anni fa, entrava in vigore la legge sullo scioglimento del matrimonio. Roberto Impicciatore e Raffaele Guetto ripercorrono la storia della divorzialità in Italia a partire dai principi ispiratori della legge fino alle nuove sfide poste dalle trasformazioni in atto nel fare famiglia.

Nulla è più dissolubile di ciò, che in fatto è disciolto1

Sicché meglio è sciogliere ciò che è malamente congiunto, che tenere forzatamente congiunto ciò, che per ragione propria dei componenti è già virtualmente disciolto. […] Tra separazioni legali, di fatto e consensuali e tra nascite di figli illegittimi o naturali, si calcola che il numero di italiani che vivono fuori dalla legge sia di vari milioni: essi vivono nella infelicità e nella tristezza di non poter modificare tale infelicità. […] Emerge, perciò, con immediatezza la necessità di offrire ai milioni di cittadini che sono costretti a vivere fuori dall’unione legale un rimedio giuridico, morale e sociale per sanare la gravissima e insostenibile situazione in cui versano”.

Sono questi alcuni dei passaggi cruciali della proposta di legge sullo scioglimento del matrimonio presentata il 5 giugno 1968 e avente come primo firmatario il deputato socialista Loris Fortuna2, in cui si sottolinea la necessità di porre rimedio a una situazione di fatto già molto diffusa. Dopo un burrascoso iter parlamentare, tale proposta, che venne poi combinata con quella firmata da Antonio Baslini, diventa legge il 1 dicembre 1970 (Legge n. 898 “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”). Il 18 dicembre 1970, esattamente cinquant’anni fa, la legge entrava in vigore introducendo anche in Italia, così come lo era già in altri paesi europei, l’istituto giuridico del divorzio ma con la peculiarità di far precedere lo scioglimento vero e proprio da una fase di separazione pensata al fine di identificare un periodo in cui poter eventualmente maturare un ripensamento da parte dei coniugi.

L’inizio del percorso della legge Fortuna-Baslini

Proprio la necessità di regolarizzare scioglimenti di fatto già avvenuti negli anni precedenti, come suggeriva Fortuna, porta a un primo picco nel numero di scioglimenti di matrimoni nei due anni successivi l’introduzione della legge sul divorzio. Nel 1971 si registrano 17.134 divorzi e 31.717 nel 1972. Tuttavia, già nel 1974, anno in cui la legge 898 venne definitivamente confermata con la vittoria dei “no” al referendum abrogativo, il numero dei divorzi scende a 10.618, per poi restare su valori contenuti almeno fino alla metà degli anni Ottanta, a dimostrazione di una tendenza di fondo caratterizzata da una bassa propensione alla divorzialità (figura). Fino al 1986 il numero di divorzi annuali resta al di sotto dei 16 mila, cioè meno di 30 ogni 100 mila abitanti. Crescono, invece, in maniera più decisa le separazioni legali, che passano da 12 mila nel 1971 a più di 35 mila nel 1986, pari a più di 50 ogni 100.000 abitanti. Una volta separati legalmente i coniugi non necessariamente procedevano con lo scioglimento effettivo del legame matrimoniale, a causa dei maggiori costi e delle difficoltà procedurali che tendono a incidere in maniera significativa soprattutto quando il divorzio non era consensuale. Se sommiamo i dati sulle separazioni legali a quelli sui divorzi, si ottengono dei valori non molto lontani dalle stime fornite dai proponenti della legge. Infatti, nella sua proposta di legge del 1968, Loris Fortuna evidenziava che “si può facilmente affermare senza tema di smentita, che il numero delle coppie che annualmente distrugge il vincolo matrimoniale sia di fatto non meno di 40 mila”.

Il boom del 2015

A partire dalla metà degli anni Ottanta e fino al 2014, la divorzialità in Italia cresce in maniera lenta ma progressiva, ma è nel 2015 che si registra una forte crescita legata a due novità legislative: da un lato il Decreto Legge n. 132 del 2014, che prevede un percorso semplificato per gli scioglimenti consensuali presso lo Stato Civile, e non necessariamente presso i Tribunali; dall’altro l’approvazione del c.d. “divorzio breve” (Legge n. 55 del 2015), che ha ridotto il tempo minimo che deve intercorrere tra separazione e divorzio (da tre anni a sei mesi per le separazioni consensuali, e a un anno per quelle giudiziali). Anche grazie a questi cambiamenti legislativi, la distanza tra il numero di separazioni e il numero di divorzi si è sostanzialmente ridotta. Inoltre, nonostante il ritardo che ha caratterizzato la diffusione del divorzio nel nostro paese, i valori italiani si sono notevolmente avvicinati a quelli dei paesi dell’Europa centro-settentrionale, anche a seguito del recente calo della divorzialità osservato in quell’area. I dati più recenti mostrano circa 1,5 divorzi ogni 1000 abitanti in Italia, mentre il valore medio nei paesi UE è di 1,9.

L’aumento dei divorzi non si deve solo ai mutamenti legislativi, ma è andato di pari passo con il processo di secolarizzazione e cambiamenti nelle opinioni e atteggiamenti. Anzi, gli interventi normativi spesso non hanno fatto che legittimare mutamenti sociali già in corso. Anche per questo motivo, nelle regioni del Sud, e, in misura minore, Veneto e Sardegna, caratterizzate da una più intensa frequenza alla messa, i divorzi sono rimasti a lungo su valori molto più bassi rispetto alla media nazionale. Al contrario, le regioni del Nord non si discostano molto dai valori dei paesi del Centro e Nord Europa. Ciononostante, nel 2016 il 70% degli italiani riteneva fosse giusto per una coppia con un matrimonio infelice poter divorziare, anche in presenza di figli.

A seguito del boom del 2015, è da sottolineare come separazioni e divorzi abbiano raggiunto, in valore assoluto, il numero di matrimoni celebrati annualmente: nel 2018, a fronte di circa 200.000 matrimoni, il numero di separazioni e divorzi è stato pari a circa 180.000. Infatti, parallelamente alla crescita dell’instabilità coniugale si è assistito a profondi cambiamenti nei modi di fare famiglia. In particolare, i dati di figura 1 mostrano una constante riduzione nel numero di matrimoni, dovuta principalmente alla progressiva diffusione delle convivenze, dapprima come passo che precede le nozze e, in seguito, come forma alternativa al matrimonio. In futuro, dunque, è possibile ipotizzare un calo nel numero assoluto di separazioni e divorzi in quanto una quota significativa di scioglimenti delle coppie riguarderà libere unioni.

Il presente sbloccato

Gli anni Settanta sono stati un periodo di grandi passi avanti nel riconoscimento delle libertà civili e la legge sul divorzio ha rappresentato un importante tassello in questo processo. Nelle parole di Loris Fortuna, essa ha modificato “la legislazione arcaica nel campo del diritto familiare alle mutate condizioni” rispondendo alla necessità “di trovare un rimedio a situazioni completamente bloccate dalla realtà”. Da allora, il Paese ha conosciuto trasformazioni radicali dal punto di vista sociale e culturale per quanto riguarda la composizione, i tempi e i modi di fare (e dirsi) famiglia, ma il legislatore non è stato a guardare. La disciplina delle convivenze di fatto (in particolare, la legge 76/2016, c.d. Legge Cirinnà) è un esempio del necessario rinnovamento del diritto di famiglia di fronte a questi nuovi scenari. Tuttavia, oggi come allora, i cambiamenti nei comportamenti tendono ad andare più veloci delle riforme legislative e molto resta ancora da fare per riallinearli.


1Tratto da una proposta di legge del 1901 dell’onorevole Berenini citata nella proposta di legge del 1968 di Loris Fortuna.

2 Una prima proposta di legge era stata presentata da Fortuna il 1 ottobre 1965.

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