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La sfida dell’inclusione socio educativa di bambini e giovani con background migratorio in Italia

L’integrazione sociale ed educativa dei bambini e giovani con background migratorio costituisce una delle più importanti sfide della nostra società. Silvia Taviani e Valeria Fabretti sintetizzano alcuni primi risultati emersi da una ricerca su questo tema svolta da Save the Children in varie città italiane attraverso tecniche qualitative.

Mappare l’integrazione

“Noi siamo parte integrante della società, non integrata!”, queste le parole di Stella Jean echeggiate nell’intervento in una piazza romana gremita di giovani, distanziati ma uniti nella lotta al razzismo a inizio giugno 2020. Dai concetti guida per interpretarla al lessico che usiamo per parlarne, dal funzionamento delle istituzioni coinvolte alle diverse proposte politiche di gestione, sono molti i temi ancora aperti che attraversano la questione dell’integrazione delle persone con background migratorio.

Save the Children è impegnata da anni in questa riflessione e recentemente, nell’ambito del progetto europeo H2020 IMMERSE1,2, Integration Mapping of Refugee and Migrant children in Schools and other Experiential environments in Europe, approfondisce il tema dell’integrazione e inclusione socio-educativa di bambini e ragazzi dai 6 ai 18 anni con background migratorio attraverso la ricerca, la raccolta di buone prassi e la produzione di raccomandazioni.

In una prima fase, il progetto si è rivolto all’ascolto, tramite interviste e focus group, di “interlocutori privilegiati”, prima di tutto gli stessi bambini migranti, ma anche le famiglie, gli insegnanti ed esperti e decisori politici, secondo l’approccio di co-creazione della ricerca che guida l’intero programma. Richiamiamo di seguito alcune riflessioni a partire dai dati raccolti, in particolare, attraverso i cinque focus group condotti durante il 2019 con bambini e giovani migranti, tra i 6 e i 18, a Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania.

L’integrazione è una lotteria?

Ascoltando le voci dei bambini e dei ragazzi raggiunti, si nota la diffusione dell’idea secondo la quale l’integrazione in Italia sarebbe una questione di “fortuna”. Questa rappresentazione è stata sintetizzata efficacemente da una bambina durante il focus group realizzato in un istituto comprensivo di Napoli: “Se sei straniero, faresti meglio a preparati: potrebbe andare bene come andare male”. Come chiarito infatti da un altro partecipante all’incontro: “Per ognuno è un’esperienza diversa (…) Dipende in che scuola vai, da chi incontri”. Se questi passaggi colgono un elemento di aleatorietà che effettivamente investe l’integrazione come processo non del tutto controllabile, l’approfondimento durante i focus group ha consentito di identificare alcuni elementi che, più diffusamente, sembrano “fare la differenza” nella riuscita dei percorsi di inclusione. Percorsi che, a partire dai risultati raccolti, sono vissuti come sempre più problematici al crescere dell’età degli intervistati.  

La variabile scuola

La prospettiva dei bambini e dei giovani si focalizza sui disagi legati allo studio, sull’apprendimento della lingua italiana, sulle difficoltà con i compiti a casa e nei passaggi tra cicli scolastici. Nello slalom delle criticità si fanno strada con un bagaglio ancor più pesante quelle dei ragazzi soli (i minori stranieri non accompagnati), che evidenziano un clima di precarietà tra i ritardi nell’accesso ai percorsi di formazione (prevalentemente interni ai CPIA), le preoccupazioni dovute al dover trovare o mantenere un lavoro dopo il compimento della maggiore età, e la ricerca di una continuità nell’accoglienza.

Molti dei giovani intervistati sottolineano, infine, il rischio di vivere esperienze di emarginazione da parte dei compagni e di “etichettamento” da parte dagli insegnanti.  “Ho capito – afferma uno di loro – che le diverse abitudini possono essere fraintese”.  Anche Fadoua, una ragazza di 15 anni incontrata a Torino proveniente dal Marocco e in Italia dal 2009, racconta come abbia vissuto una escalation di pregiudizio negli ambienti scolastici lungo il suo percorso scolastico: “Nelle scuole medie succedeva, ma con meno frequenza, mentre nelle superiori iniziano a crescere tutti i pregiudizi contro le persone che sono diverse. (…) Sono quelli che appena sbagli escono a prenderti in giro mettendo in gioco la tua cultura, la tua famiglia, il colore della tua pelle”.

La socialità e il quartiere

L’esperienza dei pregiudizi negativi sembra accompagnare i minorenni migranti – soprattutto gli adolescenti – anche fuori dalla scuola. Per loro, come ovvio, l’amicizia è la dimensione privilegiata in cui trovare il proprio senso di gratificazione. Le amicizie intra-gruppo (culturale, etnico e in una certa parte religioso) risultano tuttavia preponderanti; più difficile entrare in relazione positivamente con i coetanei italiani. Anche i social network, cui associano la potenzialità di rafforzare la socializzazione, sembrano essere vissuti in realtà come un ambiente rischioso, se non ostile. Un minore intervistato nel focus group a Napoli afferma: “Puoi trovare persone cattive che insultano, perché come sai esiste il cyber-bullismo (…) a volte gli stranieri sono presi di mira”.

Le forme di pregiudizio che si riscontrano fuori dal contesto scolastico – come racconta Mohammed, che ha 15 anni, viene dal Maghreb ed è in Italia dal 2009 – diventano più riconoscibili quando si cresce: “ho avuto un sacco di questi casi [di ostilità] in pullman. Anche per il posto, soprattutto gli anziani, non ne parliamo […] Queste cose non le notavi quando eri più piccolo”.

Accomuna invece la condizione dei più piccoli a quella dei più grandi la limitatezza della partecipazione a realtà educative e socializzative esterne a quella scolastica e nel proprio quartiere. Questo aspetto, unito alla percezione di un clima culturale non favorevole nei confronti delle persone immigrate, contribuisce ad alimentare in questi ragazzi un senso di estraneità al contesto sociale e allo spazio urbano abitato, minando alla base la costruzione di forme di appartenenza e cittadinanza.

In questo senso, a rimarcare l’intreccio con la dimensione scolastica, va sottolineato che la debole implementazione dell’educazione interculturale nei programmi scolastici – emersa anche nelle interviste agli esperti e agli insegnanti – costituisce una barriera per la promozione di atteggiamenti positivi nei confronti dei minorenni migranti sia nel contesto scolastico che in quello extrascolastico.

Per una rinnovata cooperazione educativa

Nel primo studio del progetto IMMERSE emergono quindi equilibri fragili tra esclusione e inclusione in cui pesano la mancanza di attuazione di politiche chiare e la difformità delle pratiche territoriali nell’offerta di opportunità, educazione e servizi. Nel complesso, gli stakeholder adulti intervistati riportano l’attenzione sull’importanza della cooperazione educativa, sulla messa a sistema di buone pratiche, sul ruolo della rete tra lo scolastico e l’extrascolastico, con genitori e servizi territoriali. Alleanze tra reti pubbliche e private che siano all’altezza delle nuove sfide del presente. Fondamentale anche proseguire insieme nel monitorare e valutare i tantissimi progetti e le esperienze in campo, attraverso indicatori comuni che possano fare emergere nuove prospettive di integrazione che, al contempo, dialoghino con target più ampi, come la lotta alle nuove diseguaglianze e discriminazioni, anche di genere, e la povertà educativa.

Per saperne di più

https://www.immerse-h2020.eu/it/

Save the children – Scuola: integrazione e inclusione socio-educativa dei minorenni con background migratorio.


1 Si veda il www.savethechildren.it

2 Si veda il sito ufficiale del Progetto H2020 IMMERSE

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