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Crescita demografica, deforestazione ed equilibri ambientali: una sfida per la politica

Le foreste sono fonte di energie rinnovabili, influenzano la qualità dell’aria e quella delle acque, proteggono il suolo dall’erosione e dalla desertificazione, contribuiscono a migliorare la qualità della vita, proteggono la biodiversità. Steve S. Morgan ricorda che il processo di deforestazione nel mondo povero, pur rallentando negli ultimi tempi, pone in pericolo gli equilibri ambientali, sospinto dalla crescita demografica e dei consumi, e non frenato a sufficienza dalle inadeguate politiche in atto.

E’ da tempo immemorabile che l’azione umana è andata producendo la graduale riduzione del manto forestale naturale della terra; si ritiene, infatti, che in pristino, dei 134 milioni km2 di terre emerse, circa 60 milioni (45%) fossero coperte da foreste, oggi ridotti a 40 (30%). I processi di deforestazione hanno accompagnato la crescita demografica fin dal diffondersi dell’agricoltura. Nel passato millennio, fino alla rivoluzione industriale, l’Europa ha subito un’intensa deforestazione che ha seguito dappresso lo sviluppo della popolazione: un processo veloce nei tre secoli anteriori alla grande peste trecentesca, seguito dalla stasi dovuta al declino della popolazione dopo la pandemia e dalla ripresa secolare successiva. All’inizio del Novecento, l’Europa, salvo la sua parte settentrionale, aveva perduto gran parte del suo manto boschivo originale, così come il Maghreb e buona parte dell’area mediorientale. Negli Stati Uniti, il manto originario che ancora alla metà dell’Ottocento copriva il paese ad ovest del Mississippi, dal Canada al Golfo del Messico, era già scomparso nel 1920, spazzato via dalla industrializzazione e dalla crescita della popolazione. La foresta (mata) atlantica, che copriva la fascia costiera del Brasile, era già ampiamente scomparsa all’inizio dell’Ottocento, distrutta dall’estrazione di legni pregiati e del legname occorrente per l’attività mineraria e per la produzione di zucchero. In India, l’esteso manto forestale fu aggredito dalla domanda di legname generata dall’Impero Britannico dalla metà dell’Ottocento per i cantieri navali e la marina, per la costruzione della estesissima rete ferroviaria e la domanda di carbone che questa generava.

Geografia della deforestazione

Il processo di deforestazione ha subito un’accelerazione durante il secolo scorso sotto la spinta della crescita demografica (da 1,6 a 6,1 miliardi) e dello sviluppo economico; c’è qualche segnale che questa spinta si stia indebolendo.

La Figura 1 mostra la percentuale della superficie dei Paesi del mondo coperta da foreste¹; essa è massima (superiore al 70%) in Sud America (escluso il Cono Sud), in buona parte dell’Africa Sub-Sahariana, nell’Asia Sud-Orientale; è minima nell’Africa settentrionale e nella fascia sahariana, nell’Africa australe, in Medio Oriente. La Figura 2 mostra invece la geografia dei guadagni e delle perdite di superficie forestale avvenuta tra il 1990 e il 2015: in perdita l’America centro-meridionale, quasi tutta l’Africa Sub-Sahariana, l’Oceania e la parte insulare dell’Asia orientale.

Nel complesso del mondo il tasso di deforestazione è andato frenando: tra il 1990 e il 2000, esso fu pari allo 0,2%, tasso dimezzatosi a 0,1% tra il 2000 e il 2010, e ulteriormente ridotto allo 0,08% tra il 2010 e il 2015².

Un’osservazione più dettagliata mostra che il processo di deforestazione è avvenuto per la maggior parte nei paesi a clima tropicale e subtropicale, che sono anche i paesi più poveri. I paesi della fascia temperata, che sono anche i più ricchi, dove il processo di deforestazione era stato molto sostenuto nel XIX e nella parte iniziale del XX, hanno invertito la tendenza, estendendo il proprio manto forestale. In queste regioni non c’è stato un aumento delle superfici dedicate all’agricoltura e ai pascoli, sottratte alla foreste. Un’eccezione è rappresentata dall’Australia dove il processo di deforestazione per estendere le aree coltivabili è stato molto intenso dall’inizio di questo secolo³. [The Economist February 24-2 March 2018, p.p. 40-41].

Le cause della deforestazione nel mondo povero

Nei paesi più poveri e, generalmente, nelle regioni tropicali e subtropicali le perdita del patrimonio forestale è dovuta soprattutto all’espandersi delle attività agricole, a sua volta determinato dalla crescita della popolazione e dai migliorati livelli di alimentazione. La FAO distingue, tuttavia, tra attività agricole volte a produzioni destinate al commercio su larga scala sui mercati mondiali, e attività agricole destinate alla sussistenza delle popolazioni locali, le prime prevalendo sulle seconde. Esempi delle prime sono le coltivazioni di soia, le piantagioni di palme per la produzione di olio di palma per l’industria alimentare, le piantagioni destinate alla produzione di biocarburanti, i grandi allevamenti di bestiame. Esempi delle seconde sono le attività produttive di tipo familiare di molte povere popolazioni rurali nell’Africa sub-sahariana. Nel complesso, per queste regioni subtropicali e tropicali, su 100 ettari di foresta perduta, 73 sono destinati ad attività agricole, 10 all’espansione urbana, 10 alle infrastrutture di ogni, 7 ad attività estrattive e minerarie.[4]

Esiste poi un processo inverso, di creazione di nuove foreste, in parte dovuto a fattori naturali, oppure all’abbandono di aree coltivate che ritornano a foresta. Questo processo, come è avvenuto in Nord America, in Europa o in Cina, è legato per lo più a specifiche politiche, sostenute nel tempo, che hanno portato ad un incremento del patrimonio forestale.

La tutela delle foreste e il ruolo della politica

La Banca Mondiale stima che 1,3 miliardi di persone traggano benefici diretti e indiretti dalle foreste, in termini di lavoro, consumi, sostegno al tenore di vita; il solo settore formale del legno vale l’1% del prodotto[5]. Ma il valore economico delle foreste è sottostimato perché una parte consistente è generata dall’economia informale. Tuttavia non è nota quanta parte di questo valore sia generato da attività, formali o informali, dannose agli equilibri ambientali. E purtroppo è ben noto che una quota considerevole dello sfruttamento del patrimonio forestale avviene con modalità insostenibili. Il problema generale dei governi è che gli alberi danno (immediato) maggiore profitto quando vengono abbattuti che non quando sono vivi e vegeti, e che i pascoli e i terreni coltivabili hanno maggior (immediato) valore che non le foreste vergini.

Sotto un profilo politico, la tutela delle foreste è una priorità nell’azione collettiva per la preservazione degli equilibri ambientali. Le foreste sono fonte di energie rinnovabili, influenzano la qualità dell’aria e quella delle acque, proteggono il suolo dall’erosione e dalla desertificazione, contribuiscono a migliorare la qualità della vita, proteggono la biodiversità. L’ecosistema forestale costituisce un “serbatoio” naturale di carbonio che attutisce le conseguenze negative del cambiamento climatico poiché assorbe una quota rilevante delle emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane. Infine, non manca di far riferimento alle foreste uno dei 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (il n. 15) che genericamente invita ad un “ utilizzo sostenibile della terra: proteggere, ristabilire e promuovere l’utilizzo sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire le foreste in modo sostenibile, combattere la desertificazione, bloccare e invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità”. Tra i 169 “bersagli” nei quali si articolano i 17 Obiettivi, c’è anche quello – assai ambizioso – di arrestare entro il 2020 il processo di deforestazione. Con quali mezzi, questo non è dato di sapere.

Note

¹ Nella definizione della Fao, per foresta si intende una superficie estesa almeno 0,5 ettari, con alberi di altezza superiore ai 5 metri, con una canopea che copre almeno il 10% della superficie, o comunque con alberi che possono raggiugere queste soglie. Sono escluse superfici destinate a prevalente uso agricolo o urbano.

² FAO, Global Forest Resources Assessment 2015, Roma, 2015, p. 16

³ The Economist, February 24-2 March 2018, pp. 40-41.

[4] FAO, State of the World’s Forests 2016, Rome, 2016, p. 9

[5] World Bank Group, Forest Action Plan, FY 16-20, Washington, 2016, p. xii

Fonti figure

Figure 1 e 2: Fao.org figure

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