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Tra lavoro e pensione

Gustavo De Santis

Ricordi di Lisbona
Nel marzo del 2000, nella riunione di Lisbona, i capi di Governo dei paesi dell’Unione Europea quantificarono numerosi obiettivi da raggiungere entro il 2010, tra cui alcuni relativi al mercato del lavoro, ed in particolare al tasso di occupazione, sia in generale (rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa, 15-64 anni), sia per gruppi specifici. Più in dettaglio, si voleva innalzare il tasso di occupazione:

1) generale, al livello allora corrente negli Stati Uniti, e cioè al 70%;

2) femminile, al 60%

3) dei lavoratori più maturi (tra i 55 e i 64 anni) al 50%.

Cosa è successo in realtà nel nostro paese? I recenti dati dell’indagine Istat sulle Forze di lavoro, relativi al 3° trimestre del 2006, mostrano che in Italia il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni si è portato al 58%; quello delle donne al 46% e quello dei lavoratori "maturi" dalle parti del 32%[1].

Successo o insuccesso? Gli ottimisti faranno notare che il tasso di occupazione, un anno fa era al 57%, e 10 anni fa al 51% circa: si tratta quindi di una crescita, che si osserva anche per l’occupazione femminile. I più critici sottolineeranno invece il fatto che, al 2010, gli obiettivi di Lisbona non saranno quasi certamente raggiunti, che la crescita dell’occupazione si deve pressoché esclusivamente alla crescita del lavoro degli immigrati e dei giovani (ma a tempo determinato), e che il tasso di occupazione dei lavoratori maturi in Italia resta tra i più bassi del mondo sviluppato.


I 55-64enni di oggi e di domani

Nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni ci sono in Italia circa 7 milioni di persone, di cui oltre 2 milioni occupate. Perché attribuire loro particolare importanza? Perché è prevalentemente in questa fascia di età che si passa dal lavoro alla pensione, e si tratta di scelte che hanno un grande impatto sugli equilibri macroeconomici del nostro paese. Nel prossimo futuro, questa scelta delicata sarà presa da un numero ancora più imponente di individui: oggi nella fascia di età 55-64 si trovano le persone nate negli anni 40, ma tra una ventina d’anni vi si troveranno quelli nati negli anni ’60, un periodo di boom delle nascite. Con la bassa mortalità che fortunatamente caratterizza il nostro paese, si può prevedere che la grande maggioranza di questi individui arriverà a raggiungere la fascia di età critica di cui stiamo trattando: nel complesso oltre 9 milioni di persone.

Non è facile prevedere le scelte lavorative o pensionistiche di questi individui, e non è detto che la conoscenza del presente e del passato costituisca in questo senso una buona guida: rispetto ai sessantenni di oggi, quelli di domani saranno infatti mediamente più sani, più istruiti (soprattutto le donne), con percorsi familiari più accidentati (più divorzi e seconde unioni), con meno figli, e con maggiori patrimoni.


Le regole del gioco

Avranno allora grande importanza le "regole del gioco", anch’esse verosimilmente destinate a cambiare: scompariranno progressivamente le pensioni di anzianità, prevarranno le pensioni di vecchiaia basate sul metodo contributivo (più hai versato durante la tua vita attiva, più alta è la pensione che percepisci), e, probabilmente, decisioni fino a oggi rimandate per la loro sensibilità politica, dovranno essere infine prese.

Una tra queste è il valore dei coefficienti di trasformazione che, con l’attuale disciplina pensionistica (la legge Dini), trasformano il monte contributivo in pensione mensile. Dato il capitale accumulato, più a lungo dura il periodo di quiescenza e più bassa è la pensione che si può percepire ogni mese. Il coefficiente – introdotto nel 1995 e, per legge, tenuto fermo per 10 anni – avrebbe dovuto essere rivisto nel 2005. Poiché però questo avrebbe comportato un abbassamento dell’assegno pensionistico, si è preferito sin qui non affrontare lo spinoso problema.

Analogamente, la finestra pensionistica della Legge Dini, che oggi consente – con vincoli, penalizzazioni e incentivi vari – di andare in pensione tra i 57 e i 70 anni, potrebbe dover essere rivista verso l’alto. In fondo, è quel che farebbe lo "scalone" previsto per il 2008: se sarà confermato, restringerà la scelta pensionistica alla fascia di età 60-70.

Certo, dal 1995 a oggi la durata media della vita si è allungata di circa 3 anni, e calcoli equi per una popolazione che muore mediamente a 78 anni non possono funzionare anche per una popolazione che vive fino a 81. Ma in entrambi i casi (età pensionabile e coefficienti di rendimento) la scelta di intervenire solo saltuariamente crea discontinuità con il passato, e appare particolarmente ingiusta a quei lavoratori che, per pochi giorni di differenza, passano da una certo regime a un altro sensibilmente meno favorevole.


Vantaggi e costi

Ma non è solo la previdenza a pesare sulle scelte pensionistiche del lavoratori maturi. Anche il sistema produttivo tende a liberarsi dei lavoratori più anziani, considerati cari e poco produttivi, per assumere (a tempo determinato) lavoratori più giovani e meno costosi. A parità di qualifica, un lavoratore anziano costa oggi all’azienda circa il 60% in più di un giovane, con un divario in crescita rispetto al passato (vent’anni fa la differenza era del 30% circa)[2]. Questo divario è poi accentuato dal fatto che i giovani di oggi hanno salari di ingresso inferiori a quelli osservati negli anni ’80, ad esempio, e non recuperano in seguito nella progressione di carriera (come segnalato da Rosolia e Torrini in un contributo che uscirà prossimamente su Neodemos).

Che questi risparmi sul costo del personale, pagati però in termini di esperienza, giovino all’attività industriale resta da dimostrare. E’ invece un dato di fatto, allo stato attuale, che un lavoratore relativamente anziano che perda il lavoro stenta a reinserirsi, e subisce spesso un duro contraccolpo, sia economico che psicologico.

E’ in questo contesto che la pressione per la concessione di pensioni anticipate, "in via del tutto eccezionale", torna spesso a farsi sentire. Ma, data la fosca situazione previdenziale complessiva del nostro paese, sia attuale sia del prossimo futuro, non è probabilmente questa la miglior soluzione possibile.


[1] Dato però non dettagliato dall’Istat per il 3° trimestre 2006, e estrapolato dall’A. sulla base del valore fornito per il 2005.

[2] Mania R., "L’esercito degli anziani-precari: vecchi per il lavoro, giovani per la pensione", Repubblica (8 gennaio 2007)

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