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Più soldi, più figli?

Elisabetta Santarelli

Cosa dicono le statistiche
Nel cosiddetto “Decreto Legge Anticrisi” il Governo ha istituito un “Fondo di credito per i nuovi nati” con l’obiettivo di concedere alle famiglie che abbiano un figlio (nato o adottato) nel 2009, 2010, 2011 un prestito di 5.000 euro per supportare le spese per le “più tipiche esigenze del bambino nei suoi primi anni di vita”. Il debito potrà essere assolto ad un tasso d’interesse “particolarmente conveniente” (si veda l’articolo 4 del decreto legge n. 185 del 29/11/2008).
La Regione Lazio nella sua finanziaria 2008 ha stanziato un “bonus bebè una tantum” di 500 euro per le donne del Lazio che hanno avuto o adottato un figlio nel 2008 (articolo 54 della legge della Regione Lazio n. 26 del 28 dicembre 2007). Cerchiamo di comprendere meglio l’effetto di tali interventi.
E’ ben noto ai demografi che la bassa fecondità in Italia è dovuta al posticipo del primo figlio e alla riduzione dei figli di ordine successivo (De Rose, Racioppi e Zanatta 2008).
I contributi finanziari del Governo e della Regione Lazio potrebbero essere intesi nella direzione di spingere le giovani coppie ad avere in anticipo il primo figlio e convincere quelle “indecise” ad avere il secondo. Ma quanto questi aiuti in denaro possono veramente convincere le coppie a mettere al mondo figli? Ben poco, se analizziamo, anche brevemente, i recenti dati sulle risorse economiche e la fecondità delle coppie in Italia.
I dati della nuova indagine sui redditi dell’Istat, EU-SILC, mostrano che nel 2004 l’associazione fra il reddito da lavoro delle coppie e il numero di figli è negativa, cioè chi è più ricco fa meno figli.

In Figura 1 le coppie del campione[1] sono state suddivise in 4 gruppi equi-numerosi, in base al reddito netto annuo da lavoro in modo che ogni gruppo (o “quartile”) contenga il 25% del totale delle coppie. I dati mostrano che al crescere del reddito aumenta la percentuale di coppie senza figli e con un figlio e diminuiscono quelle che hanno 3 o più figli. Solo le coppie nell’ultimo quartile (che percepiscono oltre 32 mila euro netti l’anno) mostrano un certo recupero: infatti, hanno il secondo figlio in percentuale simile a quelle del primo e secondo quartile.


Da numerosi studi emerge, inoltre, che i trasferimenti monetari dallo stato o da privati non influenzano sensibilmente le scelte di fecondità: in parole semplici, avere più soldi non spinge necessariamente le coppie a fare più figli (De Santis e Livi Bacci 2001, Santarelli 2008).
Per comprendere il perché della relazione negativa fra redditi e fecondità, si pensi al fatto che in Italia le coppie meno povere sono quelle in cui entrambi i partner hanno un alto titolo di studio e una situazione economica stabile. Nella maggioranza dei casi, gli individui di queste coppie hanno studiato per molti anni per conseguire un elevato titolo di studio e hanno fatto una lunga “gavetta” per trovare un’occupazione soddisfacente a tempo indeterminato (l’accesso al primo lavoro in Italia è più tardivo rispetto agli altri paesi europei e i primi impieghi sono caratterizzati da un’elevata precarietà).
Siccome nel nostro paese avere un lavoro stabile è una condizione indispensabile per mettere su famiglia, ne segue che gli individui con più elevate risorse economiche iniziano a fare figli in media più tardi rispetto agli altri, col rischio di farne di meno (Livi Bacci 2001). In merito ai bonus bebè va poi aggiunto che le iniziative finanziarie del Governo e della Regione Lazio hanno carattere occasionale: difficilmente un regalo di 500 euro o un prestito di 5.000 euro potrà spingere una giovane coppia ad avere un (altro) figlio.

Forse sarebbe più utile un cambiamento di mentalità
Le misure del Governo e della Regione Lazio difettano anche per altri motivi.
Oggigiorno i genitori vogliono figli di qualità, sani, ben istruiti e con un buon capitale umano perché da adulti possano trovare un’occupazione soddisfacente. Ciò implica che un figlio sia molto costoso, perché bisogna mantenerlo a lungo, fino a quando finisca gli studi universitari e trovi un buon lavoro. Non a caso, per i nostri giovani, l’età all’uscita da casa è la più elevata d’Europa (Billari et al. 2001). Quindi, una misura come quella del Governo, volta a sostenere le spese per i bambini nei primi anni di vita, risolve solo in parte ridotta il problema. Il bonus della Regione Lazio è destinato alle donne che hanno un figlio nel 2008. Ma da tempo ormai i demografi riconoscono che, poiché mettere al mondo un figlio è il risultato di un progetto di coppia, sono le coppie a dover essere aiutate e non tanto le donne, se si vuole veramente che la fecondità nel nostro paese aumenti. E questi aiuti, come molti studi dimostrano, non possono essere solo monetari: debbono piuttosto consistere in strumenti e condizioni che facilitino la conciliazione dei tempi lavoro-famiglia sia per gli uomini che per le donne, permettano una maggiore flessibilità degli orari di lavoro e una divisione più equa dei “ruoli sociali” fra uomini e donne.


[1] Sono state selezionate le coppie in cui la donna ha età non superiore a 45 anni.

 
Riferimenti bibliografici
Billari F.C., Philipov D. e Baizan P. (2001) “Leaving home in Europe: the experience of cohorts born around 1960”, International Journal of Population Geography, 7: 339-356.
De Rose A., Racioppi F. e Zanatta A. (2008) “Italy: delayed adaptation of social institutions to changes in family behaviour”, Demographic Research, 19 (19): 215–250.
De Santis G. e Livi Bacci M. (2001), “Reflection on the economics of fertility decline in Europe”, Contributo presentato alla Conferenza EURESCO “The 2nd demographic transition in Europe”, 23-28 Giugno.
Livi Bacci, M. (2001) “Too few children and too much family”, Daedalus, 130 (3): 139–156.
Santarelli E. (2008) “Economic resources and reproductive behaviour of married couples in Italy”, Tesi di Dottorato in Demografia, Università di Roma “La Sapienza”.

 

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