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La crisi? Paga papà (ma non solo)

Sauro Mocetti, Elisabetta Olivieri, Eliana Viviano

Si discute molto sulle conseguenze sociali della crisi economica che ha colpito l’economia italiana nell’ultimo biennio. Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda il mercato del lavoro che, dopo una iniziale tenuta, ha visto il tasso di disoccupazione raggiungere l’8,9 per cento nell’aprile di questo anno e quello giovanile sfiorare il 30 per cento. Non c’è dubbio che i giovani stiano subendo maggiormente le conseguenze della crisi, sia perché, impiegati prevalentemente con contratti atipici, sono stati i primi a essere espulsi dal processo produttivo, sia perché si sono messi alla ricerca di una prima occupazione in una situazione in cui il numero di assunzioni è bruscamente crollato. In assenza di un sistema di ammortizzatori sociali generalizzato, le famiglie italiane sono state spesso chiamate ad attutire gli effetti della crisi. Qual è l’ampiezza del fenomeno?

 

Chi ha sofferto di più in famiglia il calo dell’occupazione?

Tra il 2008 e il 2009 il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni è calato di 1,2 punti percentuali. Poiché la Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat permette di distinguere gli individui per relazione di parentela nell’ambito della famiglia, abbiamo calcolato il tasso di occupazione per coloro che nella famiglia hanno il ruolo di capofamiglia o coniuge, per coloro che sono figli conviventi con i propri genitori e per gli altri eventuali membri della famiglia. Nel periodo esaminato il calo del tasso di occupazione è ascrivibile ai figli per 0,9 punti, ai capifamiglia per 0,3. Questo risultato suggerisce che la crisi ha colpito prevalentemente i giovani che vivono in famiglia, mentre l’occupazione dei capofamiglia ha mostrato segnali di maggiore tenuta.

 

Tab. 1.: Tasso di occupazione per relazione di parentela

 

(valori percentuali)

Anno

Capofamiglia o coniuge

Figli conviventi

Altro componente

Totale

Tasso di occupazione

2008

64,5

43,9

50,0

58,6

2009

64,1

41,0

48,1

57,5

 

Variazione rispetto all’anno precedente

2009

-0,5

-2,9

-1,9

-1,1

Contributo alla variazione tra 2008 e 2009

2009

-0,2

-0,9

0,0

-1,1

Fonte: elaborazioni su dati Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro.

 

 

Famiglie senza occupati

Escludendo dal computo i pensionati, nonché coloro che beneficiano della Cassa integrazione guadagni, gli individui minori d’età e gli studenti, nel 2009 oltre 2,5 milioni di famiglie, per oltre la metà residenti nel Mezzogiorno, non avevano alcun componente che risultasse occupato[1]. Queste jobless households rappresentavano circa il 15 per cento della popolazione di riferimento, una quota contenuta nel confronto con gli altri principali paesi europei, Spagna esclusa (tab. 2). Ciò dipende soprattutto dalla differente composizione demografica. I nuclei a maggior rischio di non-occupazione sono quelli composti da un solo adulto e questi sono più frequenti in Francia, Germania e Regno Unito che in Spagna e Italia. La minor diffusione di famiglie italiane con un solo adulto dipende da vari fattori, non solo economici, ma anche culturali. Segnala sia una più accentuata tendenza degli italiani a vivere in famiglie “allargate” (con più adulti oltre al capofamiglia e al coniuge) sia un’attitudine a costituire un nucleo familiare solo se occupati. Vi influisce la scarsa rilevanza delle politiche sociali per la famiglia, soprattutto di quelle di sostegno ai figli. Non stupisce quindi che anche la quota di minori che vivono nelle jobless households sia inferiore a quella degli altri principali paesi europei. Ma il fenomeno non va comunque sottovalutato: sono oltre 700 mila, per circa 2/3 nel Mezzogiorno, i minori italiani che vivono in famiglie senza lavoro.

Tra il 2008 e il 2009, il numero di jobless households. è cresciuto di quasi il 10 per cento e la loro incidenza sulla popolazione di riferimento è aumentata di oltre un punto percentuale. L’incremento è stato, tuttavia, inferiore a quello che si sarebbe realizzato se la caduta dell’occupazione si fosse distribuita casualmente tra le famiglie. Il calo dell’occupazione ha principalmente riguardato famiglie dove almeno un altro adulto (in genere il capofamiglia) ha mantenuto il posto di lavoro[2].

 

Tab. 2. Struttura delle famiglie e quota di jobless households

 

(valori percentuali)

Paese

Quota di

famiglie
eleggibili

Quota di famiglie
per numero di componenti

eleggibili

Quota di jobless households
per numero di componenti

eleggibili

1

2

3 o più

Totale

1

2

3 o più

Totale

2007

Francia

70,9

40,5

53,5

6,0

100,0

28,8

6,4

4,0

15,2

Germania

69,2

45,9

46,9

7,2

100,0

27,7

5,9

3,5

15,7

Regno

Unito

73,2

42,7

49,6

7,7

100,0

30,5

6,5

5,9

16,6

Spagna

79,0

25,6

55,4

18,9

100,0

26,7

5,2

2,9

10,1

Italia

70,0

31,7

51,2

17,1

100,0

27,9

6,9

5,6

13,3

Centro Nord

69,1

33,9

50,8

15,2

100,0

21,6

3,8

1,8

9,5

Sud

72,2

27,2

51,9

21,0

100,0

44,1

13,0

11,2

21,0

2009

Italia

69,5

32,9

49,6

17,5

100,0

29,2

8,1

6,7

14,8

Fonte: elaborazioni su dati EU-LFS e Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro. Poiché EU-LFS non permette un’identificazione precisa dell’età degli individui e dei figli dipendenti, sono esclusi tutti coloro che hanno meno di 20 anni o 24 anni e sono studenti a tempo pieno, indipendentemente dalla loro convivenza con i genitori. Per gli altri paesi europei i dati più recenti disponibili si riferiscono al 2007.

 

 

Qualche considerazione conclusiva

Queste evidenze confermano che la famiglia è stata il primo ammortizzatore sociale della crisi, attenuando gli shock negativi derivanti dalla caduta dell’occupazione dei componenti più giovani. Da un lato, la forza della rete di protezione familiare è un fattore rassicurante. Dall’altro, questi risultati sollevano importanti questioni. Vi è un problema di sostenibilità: quanto a lungo la famiglia avrà la capacità di attutire gli shock negativi? Vi è un problema di equità tra individui: affidare alla famiglia un ruolo vicario rispetto alle politiche pubbliche non significa ammettere che la rete di protezione sia molto o poco (se non per nulla) robusta a seconda della famiglia di origine? Vi è, infine, un problema di equità tra generazioni: la maggiore dipendenza dalla famiglia d’origine non implica limitare ulteriormente la capacità dei giovani di perseguire progetti di vita autonomi, la loro partecipazione economica e sociale, la loro propensione ad abbandonare la condizione di “figlio” e assumere il ruolo di genitore? Non sono questi costi per i singoli e per la collettività?

 


[1] Per l’individuazione delle jobless households e della relativa popolazione di riferimento (le cosiddette “famiglie eleggibili”) è stata adottata la definizione di Eurostat che esclude tutti i componenti che abbiano meno di 18 o 60 e più anni o che abbiano un’età compresa tra i 18 e i 24 anni e risultino studenti a tempo pieno. Le famiglie eleggibili sono quelle con almeno un componente tra quelli considerati eleggibili; le jobless households sono quelle nelle quali nessun componente eleggibile lavora.

[2] La condizione di jobless household assume una rilevanza diversa a seconda del grado di persistenza delle famiglie in tale condizione. Gli effetti negativi derivanti dall’esclusione dal mercato del lavoro sono infatti tanto maggiori quanto più lunga è la sua durata. In Italia circa l’85 per cento delle famiglie in cui nessuno lavora rimane nella stessa condizione a distanza di un anno, una condizione che l’attuale fase congiunturale ha reso ancora più difficile abbandonare.

 

 

Le opinioni espresse sono personali e non impegnano necessariamente l’Istituzione di appartenenza.

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