Popolazione mondiale:

Popolazione italiana:

Giovani (0-19 anni):

Anziani (64+ anni)

Oltre il calo degli sbarchi: l’emigrazione verso l’Europa nel 2025

Nel 2025 gli ingressi irregolari nell’Unione europea sono diminuiti del 26% rispetto all’anno precedente. Sulla rotta del Mediterraneo Centrale, la più rilevante per l’Italia, convivono sempre più spesso persone con percorsi migratori, motivazioni e bisogni di protezione differenti, una complessità che i dati aggregati tendono a nascondere ma che secondo Maria Vittoria Forte assume particolare rilievo sia sul piano delle politiche migratorie sia su quello della tutela del diritto di asilo.

Un quadro in continuo movimento

Secondo Frontex, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne nel 2025 sono diminuiti del 26% rispetto al 2024, mentre le domande di asilo nell’area EU+ (generalmente EU27 più Norvegia e Svizzera) sono calate del 23% nella prima metà dell’anno, secondo l’EUAA (European Union Agency for Asylum). Questa contrazione si colloca in un contesto segnato dall’intensificazione delle politiche europee di gestione e controllo delle frontiere e dei flussi, che negli ultimi anni hanno progressivamente esternalizzato la gestione delle migrazioni attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, partenariati operativi e programmi di sostegno alle attività di sorveglianza e pattugliamento lungo le principali rotte. Come evidenziato dall’Annual Global Overview of Migration Routes 2025, pubblicato dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nell’aprile 2026, tali strategie non incidono soltanto sull’entità dei flussi, ma ne modificano anche geografia, composizione per nazionalità e modalità del viaggio. Il calo degli arrivi, infatti, non coincide necessariamente con una riduzione della mobilità: più spesso si accompagna allo spostamento delle rotte verso altri percorsi.

Con un approccio route-based, il rapporto ricostruisce le principali dinamiche migratorie osservate nel mondo nel 2025. Di seguito si discutono in particolare alcune trasformazioni osservate sulle principali rotte migratorie verso l’Europa.
La rotta del Mediterraneo Centrale — che collega soprattutto le coste libiche e tunisine a Italia e Malta — ha registrato volumi sostanzialmente stabili: 66.562 arrivi nel 2025, quasi identici ai 66.855 dell’anno precedente. La Libia si è confermata come principale punto di partenza, con l’88% delle traversate marittime, e ha raggiunto il numero più alto mai registrato di migranti presenti nel Paese, pari a 928.839 persone (+14% rispetto al 2024). Il report segnala infatti che l’elevato livello di intercettazioni in mare e i ritorni forzati in Libia hanno verosimilmente contribuito a rendere i percorsi più frammentati, con tentativi ripetuti di attraversamento e soggiorni prolungati sul territorio libico.

Tutt’altro andamento ha mostrato la rotta del Mediterraneo Orientale, che collega, via terra e via mare, la Turchia – e, più recentemente, la Libia orientale – a Grecia, Cipro e Bulgaria. Su tale rotta gli arrivi sono calati del 30%, scendendo a 54.383 persone, mentre il numero di morti e dispersi è aumentato del 90%, passando da 191 a 374. La riduzione dei flussi non ha dunque reso più sicuri i percorsi: ha invece spinto parte dei migranti verso rotte alternative, più lunghe e più esposte a rischi. In particolare, sono aumentate le partenze dalla Libia orientale verso Creta e Gavdos, una direttrice che segnala la dinamicità e il riposizionamento delle rotte nel Mediterraneo e comporta distanze nettamente maggiori rispetto alle traversate tradizionali dalla costa turca.

La rotta del Mediterraneo Occidentale verso la Spagna ha invece registrato un aumento dell’afflusso dell’11% rispetto al 2024, con una crescita particolarmente marcata degli arrivi a Ceuta e Melilla (+45%). Al tempo stesso, la rotta atlantica verso le Canarie ha segnato un crollo del 62%, in parte attribuibile agli accordi bilaterali tra Paesi di origine, transito e destinazione, come quelli con Senegal e Mauritania. Tali accordi hanno però favorito anche uno spostamento dei punti di imbarco verso sud, fino alle coste della Guinea-Conakry, allungando le traversate di oltre 750 km e rendendole più rischiose. Le morti su questa rotta risultano diminuite del 4%, con 1.172 decessi registrati nel 2025, dato che va tuttavia letto tenendo conto anche della crescente incidenza dei cosiddetti “naufragi invisibili”, cioè di quelli non accertati e quindi non contabilizzati. 

Nel complesso, la riduzione degli arrivi non indica necessariamente un ridimensionamento della pressione migratoria. Piuttosto, sembra riflettere maggiori ostacoli lungo i percorsi e il riposizionamento dei movimenti verso itinerari più lunghi, costosi e, spesso, pericolosi. Poiché molte delle condizioni strutturali che alimentano la mobilità — instabilità politica, crisi economiche, conflitti e shock climatici — restano presenti in diversi Paesi di origine, la diminuzione degli arrivi non equivale necessariamente a una riduzione della domanda di mobilità né dei bisogni di protezione (fig. 1).

L’eterogeneità dei flussi

Insieme alla trasformazione delle rotte, cambiano anche i profili delle persone che raggiungono l’Europa. I dati dell’OIM evidenziano infatti una crescente eterogeneità delle nazionalità e delle motivazioni alla base della mobilità. 

Il cambiamento più evidente riguarda la forte riduzione dei cittadini siriani, diminuiti dell’89% rispetto al 2024. Tale calo si inserisce nel contesto della transizione politica avvenuta in Siria nel dicembre 2024 e dei conseguenti mutamenti nelle politiche di asilo adottate dagli Stati membri dell’Unione europea nei confronti dei cittadini siriani.

Di segno opposto è invece l’evoluzione dei flussi provenienti dal Bangladesh. Tra il 2024 e il 2025 gli arrivi di cittadini bangladesi attraverso il Mediterraneo Centrale sono aumentati del 42% (da 14.397 a 20.416 persone), fino a rappresentare il 31% di tutti gli arrivi su questa rotta, la quota più elevata registrata per una singola nazionalità. La crescita si inserisce in un trend ormai pluriennale e interessa persone che raggiungono la Libia attraverso percorsi articolati, spesso utilizzando inizialmente canali di ingresso regolari. Le interviste OIM realizzate in Italia indicano che la mobilità di questo collettivo è prevalentemente motivata da ragioni economiche (66%), frequentemente intrecciate agli effetti di fenomeni ambientali a lenta insorgenza (28%).

Un’altra dinamica rilevante riguarda i migranti provenienti dal Corno d’Africa, in particolare da Somalia, Eritrea ed Etiopia (+112% rispetto al 2024). Nel 2025 gli arrivi di cittadini di queste tre nazionalità sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente (da 8.622 a 18.314), soprattutto lungo la rotta del Mediterraneo Centrale. In questo caso prevalgono persone con marcate esigenze di protezione internazionale: secondo l’ OIM l’88% dei cittadini somali intervistati in Italia indica guerra e conflitto come principale motivo della partenza, una quota nettamente superiore alla media delle altre nazionalità.

Nel loro insieme, questi cambiamenti confermano ciò che la letteratura sulle mixed migration evidenzia da tempo: le rotte verso l’Europa sono percorse da gruppi di popolazione sempre più differenziati. Lungo gli stessi itinerari convivono persone con percorsi migratori riconducibili a motivazioni economiche, ambientali o legate a guerre e persecuzioni, oppure a una combinazione di tali fattori, difficilmente riconducibile a un’unica causa. Questa pluralità di profili, che i dati aggregati sugli arrivi e le rigide categorizzazioni tendono spesso a nascondere, assume invece particolare rilievo sia nell’accertamento dei bisogni di protezione internazionale, sia nella definizione delle politiche di accoglienza e di gestione delle migrazioni.

Conclusioni

Le evidenze dell’Annual Global Overview of Migration Routes 2025 assumono particolare rilievo nel quadro dell’attuazione del Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che rafforza la dimensione esterna della politica migratoria, amplia il ricorso alle procedure di frontiera e valorizza strumenti di differenziazione dei richiedenti, tra cui il criterio del Paese di origine sicuro. Alla luce di quanto riportato nel rapporto, l’attuazione di tali strumenti richiede, infatti, di confrontarsi con alcune rilevanti questioni giuridiche.

Quanto al ricorso al criterio del Paese di origine sicuro, la crescente differenziazione dei flussi suggerisce che la sola nazionalità, pur rilevante, difficilmente possa esaurire la valutazione dei bisogni individuali di protezione. Il caso del Bangladesh illustra bene questo aspetto: anche quando un Paese è qualificato come sicuro, ciò non esclude la possibile titolarità del diritto di asilo in presenza di situazioni individuali di rischio (v. la recente sentenza della Corte di giustizia dell’UE, nelle cause riunite C‑758/24 e C‑759/24).

In conclusione, dai risultati del rapporto OIM emerge una lezione duplice: da un lato, le politiche di contenimento non eliminano la mobilità, ma ne ridisegnano geografia e rischi; dall’altro, esse devono mantenere un equilibrio tra la necessità di gestione e controllo delle frontiere e il pieno rispetto delle garanzie dei diritti umani, incluso il diritto di asilo.

PDFSTAMPA

Condividi questo articolo

Sostieni Neodemos


Cara Lettrice e caro Lettore, fare buona e seria divulgazione è il mestiere che esercitiamo da 15 anni con impegno e entusiasmo e, ci dicono, con autorevolezza. Dacci una mano a fare il nostro lavoro e rafforza la nostra indipendenza con un contributo, anche piccolo. Ci aiuterà a sostenere i costi di Neodemos, e ci incoraggerà a far meglio.

Grazie!

Iscriviti alla nostra newsletter


Due volta la settimana, riceverai una email che ti segnalerà i nostri aggiornamenti


Leggi l'informativa completa per sapere come trattiamo i tuoi dati. Puoi cambiare idea quando vuoi: ogni newsletter che riceverai avrà al suo interno il link per disiscriverti.

Potrebbero interessarti anche