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Gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, gli immigrati e i loro figli

Lo scorso 8 luglio è stata presentata la nona edizione italiana del Rapporto, curato dall’ISTAT in collaborazione con diversi altri enti interni ed esterni al SISTAN, sui 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile adottati con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Contiene 321 misure statistiche connesse a 148 indicatori stabiliti a livello internazionale, di cui si propongono evoluzione temporale e differenze territoriali e per categorie. Salvatore Strozza propone una sintetica lettura, trasversale ai diversi obiettivi, della condizione degli stranieri residenti, evidenziando aree meritevoli di attenzione e approfondimento per “non lasciare indietro nessuno”. 

Premessa: il nono rapporto

L’8 luglio 2026 è stata presentata presso l’Aula Magna dell’ISTAT la nona edizione italiana del rapporto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) adottati con l’Agenda 2030 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Con il “Rapporto SDGs 2026. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia” vengono diffuse 321 misure statistiche relative ai 17 obiettivi (GOAL), connesse a 148 indicatori dell’insieme proposto dall’Inter-agency and Expert Group on SDG Indicators delle Nazioni Unite (UN IAEG-SDGs) per il monitoraggio a livello globale degli avanzamenti dell’Agenda 2030. L’ISTAT oltre a produrre e mettere a disposizione il rapporto, frutto di un impegnativo lavoro collegiale che coinvolge diversi altri enti interni ed esterni al SISTAN, fornisce nell’area dedicata del suo sito web un cruscotto (Dashboard) che consente agli interessati di selezionare a cascata, per ciascun GOAL, gli indicatori ONU previsti e quindi le misure statistiche che, a seconda dei casi, possono essere fornite anche in modo disaggregato secondo alcune caratteristiche (sesso, classi di età, titolo di studio, cittadinanza, dettaglio territoriale e grado di urbanizzazione), relativamente all’anno più recente e a quelli precedenti disponibili. Un certo numero di misure è distinto per cittadinanza, con gli stranieri spesso suddivisi tra UE e non UE, e alcuni dati dell’obiettivo 10 (ridurre le disuguaglianze) riguardano proprio la componente non italiana della nostra popolazione. In totale si tratta di circa 45 misure che riguardano almeno 9 dei 17 GOAL.

L’importanza della componente (di origine) immigrata/straniera

Non potrebbe essere altrimenti. L’Italia è ormai da qualche decennio un paese multietnico, multiculturale e multilingue, come sottolineavano circa 15-20 anni fa alcuni studiosi dei fenomeni migratori (ad es., Sonnino, 2006; Ponzini, 2012). Senza le migrazioni internazionali degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso e di questo primo quarto del XXI secolo la popolazione attualmente residente in Italia sarebbe meno numerosa di circa 7,4 milioni di persone, tutte concentrate tra gli under60 e, in particolare, tra i 20-49 anni (3,6 milioni in più). Senza contare che i minori di 20 anni sono diminuiti dal 1982 ad oggi di circa 7 milioni e sarebbero diminuiti di ulteriori 2 milioni senza le migrazioni internazionali. Oggi gli under 20 che vivono in Italia sono di circa 5 milioni meno numerosi di quelli che vivono in Francia o nel Regno Unito, paesi che fino a qualche decennio fa avevano la stessa taglia demografica dell’Italia.

Gli stranieri residenti sono cresciuti da poco più di 200 mila nel 1981 a circa 5,5 milioni alla data più recente, a cui vanno aggiunti i non residenti e soprattutto i nuovi italiani per arrivare a circa 8 milioni di persone, il 13% della popolazione. Nel rispetto del fondamento etico e operativo “Non lasciare indietro nessuno” dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, oltre alle distinzioni per sesso, classi di età e riferimento territoriale un’attenzione particolare va rivolta anche a quella per cittadinanza o per paese di nascita, monitorando la situazione dei migranti e dei loro discendenti. Ponendo attenzione, in particolare, ai giovani figli di immigrati che sono una componente importante della società italiana attuale e futura, come segnalato pocanzi. L’identificazione del collettivo di interesse, sempre più complesso e articolato, richiederebbe il ricorso ad una combinazione di criteri come la cittadinanza attuale e quella alla nascita o il paese di nascita della persona e dei suoi genitori. Senza entrare in questa complessa discussione, già la “semplice” distinzione tra italiani e stranieri consente, con le dovute cautele, di monitorare la situazione mettendo in evidenza differenze e tendenze, utili per l’adozione di idonee misure di intervento.

Lo svantaggio pressoché generalizzato degli stranieri rispetto agli italiani 

Dal rapporto risulta che è leggermente aumentata la percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà assoluta che è il 9,8% nel 2024, percentuale che scende però al 7,4% tra gli italiani e sale invece al 35,6% tra gli stranieri. Ovviamente il rischio di povertà è chiaramente maggiore tra gli stranieri sia in generale (34,9% contro 16,3% tra gli italiani nel 2025) che per gli occupati maggiorenni (26,1% contro 8,3% sempre nel 2025). Gli stranieri in quasi 18 casi su 100 non possono permettersi di riscaldare adeguatamente l’abitazione, contro meno di 8 casi su 100 tra gli italiani. Nette sono inoltre le differenze per quanto riguarda l’affollamento. La percentuale di persone che nel 2025 vivono in abitazioni sovraffollate è il 42,6% tra gli stranieri contro il 20,3% tra gli italiani, con proporzioni per entrambi i gruppi in tendenziale leggera diminuzione negli ultimi 10 anni. Ulteriori segnali di un maggiore disagio si riscontrano nei valori di alcuni indicatori legati alla salute materno-infantile: nel 2023 il tasso di mortalità neonatale è complessivamente pari a 1,70 morti per 1.000 nati vivi, ma tra gli stranieri sale al 2,44 per 1.000, con valori oscillanti nel tempo e in lievissima diminuzione negli ultimi 10 anni; il tasso standardizzato di abortività volontaria per le donne di 15-49 anni è tra le straniere 2-3 volte quello delle italiane (al 2024 è pari a 12,1 per 1.000 tra le prime contro 5,3 per 1.000 tra le seconde).

Per quanto riguarda il lavoro, da sempre gli stranieri hanno tassi di disoccupazione maggiori di quelli degli italiani (al 2025 9,1% contro 5,8%, in entrambi i casi in diminuzione negli 8 anni considerati), ma in passato avevano tassi di occupazione più elevati. Dal 2020 il tasso di occupazione degli italiani ha invece superato quello degli stranieri e al 2025 i valori sono rispettivamente uguali a 67,6% per i primi e 66,8% per i secondi. Si tratta comunque di valori simili, ma il part-time involontario è tra gli stranieri più frequente che tra gli italiani (7,2% tra i secondi contro 11,9% tra i primi, che diventa 12,7% tra i cittadini non UE) e nel 2022 i tassi di infortuni sul lavoro mortali e con inabilità permanente sono stati 17,4 per 10.000 occupati stranieri contro 10,2 tra gli occupati italiani, svantaggio osservato anche nei quattro anni precedenti per i quali è disponibile l’informazione. Gli indicatori fin qui citati sono tra quelli stabiliti/concordati ed elaborati per il rapporto. Va ulteriormente segnalato che gli stranieri, che non hanno grande difficoltà a trovare lavoro, sono però concentrati/segretati in specifici settori produttivi e risultano più spesso degli italiani sovra-istruiti rispetto all’attività lavorativa svolta, condizioni di penalizzazione che tra le donne straniere appaiono ancora più frequenti. Si tratta di aspetti ulteriori che probabilmente meriterebbero di essere monitorati, indipendentemente dal fatto che rientrano o meno tra gli indicatori dell’insieme proposto da UN-IAEG-SDGs delle Nazioni Unite e discusso dallo Steering Group stabilito nel 2015 dalla Conferenza degli Statistici Europei. Quantomeno andrebbero considerati tra le cosiddette misure di contesto nazionale, che attualmente sono 96 delle misure statistiche proposte.

Infine, qualche informazione riferibile ai figli degli immigrati. In base agli indicatori del Rapporto l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione riguarda nel 2025 poco più dell’8% del totale dei giovani residenti in Italia, percentuale in diminuzione negli ultimi otto anni. Ma tra gli stranieri riguarda il 26,2%, con valori maggiori tra quelli non UE (28,8%). Anche tra questi ragazzi la proporzione è in diminuzione ma rimane un divario ampio con i coetanei italiani (6,7%, cioè quasi 20 punti percentuali di differenza). Inoltre, i NEET (Not engaged in Education, Employment and Training), che nel 2025 sono il 12,2% tra gli italiani, raggiungono tra gli stranieri il 23,8% dei giovani. Si tratta di due indicatori che introducono allo svantaggio generalizzato che i giovani stranieri sperimentano rispetto ai coetanei italiani. Svantaggio che può essere sintetizzato nei punti seguenti: tassi di scolarità più bassi con un divario crescente all’aumentare dell’età; una proporzione di alunni in ritardo scolastico già significativa nelle età della scuola primaria che si accresce fortemente arrivando intorno ai 18 anni ad essere estesa a oltre la metà del collettivo, con una quota ampia di ragazzi con più di un anno di ritardo; risultati scolastici meno soddisfacenti, con voti in media inferiori a quelli dei compagni di classe e insuccessi, cioè bocciature, più frequenti; scelta di iscriversi ad istituti professionali o ad istituti tecnici più frequente rispetto agli alunni italiani, con una minore presenza nei licei; paradosso delle aspirazioni-realizzazioni, cioè i ragazzi stranieri che frequentano la scuola secondaria di secondo grado hanno, a parità di altre condizioni, aspirazioni di iscriversi all’università maggiori rispetto ai compagni di classe italiani, ma meno frequentemente di questi ultimi accedono alla formazione terziaria. Tale paradosso dipende almeno in parte dalle aspirazioni/aspettative dei ragazzi stranieri iscritti negli istituti tecnici e in quelli professionali che sono chiaramente più elevate rispetto a quelle dei loro compagni di classe. Nel corso degli anni le condizioni di svantaggio e le differenze sono lentamente ma progressivamente diminuite, si tratta di capire in che misura i miglioramenti sono dovuti alle Raccomandazioni Ministeriali e alle azioni intraprese e in che misura sono invece dovuti alla crescita del peso dei ragazzi di seconda generazione, quelli nati in Italia e quindi italofoni, rispetto a quelli delle generazioni decimali costituite da bambini e ragazzi stranieri arrivati in età prescolare e scolare. Maggiore attenzione nelle misure statistiche anche a questa componente della popolazione italiana appare senza dubbio strategica.

Conclusioni

Il Rapporto SDGs 2026 fornisce un quadro informativo estremamente ricco con riguardo agli indicatori e alle misure statistiche relative a ciascuno dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030. I valori delle misure statistiche proposte sono esaminati in modo efficace, posizionando l’Italia nel contesto europeo, evidenziando la distanza dal target prefissato, valutando le variazioni nel breve e nel lungo periodo, segnalando differenze per regione e per categorie. In questa sede si è provato con riferimento alla popolazione straniera a proporre una lettura complessiva, cioè trasversale alle misure relative ai diversi obiettivi per quanto essenzialmente circoscritta a persone e prosperità, che sono due delle 5 P (People, Planet, Prosperity, Pace e Partnership) che costituiscono i principi guida dell’Agenda 2030. Il quadro che se ne ricava appare senza dubbio interessante e allo stesso tempo meritevole di essere ulteriormente approfondito.
Infatti, l’attenzione alla popolazione straniera o di origine straniera che percorre trasversalmente diversi dei GOAL e delle parti del Rapporto, a volte anche solo indirettamente, costituisce un dettaglio di estrema importanza. Consente di evidenziare questioni che meritano di essere analizzate e monitorate con attenzione per valutare gli interventi più idonei da mettere in campo. Apre, ad esempio, alla discussione sulla necessità in alcuni casi di azioni e dispositivi di carattere generale e in altri di carattere specifico mirati alle persone con background migratorio. Certamente l’attenzione verso gli stranieri e le persone di origine straniera che vivono in Italia appare strategica per “non lasciare nessuno indietro” e favorire la realizzazione di una società italiana inclusiva, a bassa conflittualità e con interazioni positive (Zincone, 2000), che riesca a valorizzare le sue diverse componenti, tra cui i figli degli immigrati che sono una ricchezza straordinaria per il nostro paese.

Per saperne di più

Ponzini G. (a cura di), Rapporto IRPPS CNR sullo Stato sociale in Italia 2012: Welfare e politiche per l’immigrazione. Il decennio della svolta, Liguori, Napoli, 2012. 

Sonnino E. (a cura di), Roma e gli immigrati: la formazione di una popolazione multiculturale, Franco Angeli, Milano, 2006.

Zincone G., “Un modello di integrazione ragionevole”, in Zincone G. (a cura di), Primo Rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia, Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati, il Mulino, Bologna, 2000.

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