I dati di una ricerca del 2024 sull’integrazione dei migranti in Toscana confermano un’evidenza già emersa a livello nazionale: i migranti che si sentono legati sia alla cultura italiana sia a quella del paese di origine mostrano condizioni occupazionali più stabili rispetto a chi si identifica con una sola delle due culture o con nessuna. Il risultato osservato da Odo Barsotti e Moreno Toigo offre un nuovo argomento empirico per riaprire il dibattito sulle politiche migratorie, al di là della contrapposizione abituale tra assimilazione e multiculturalismo.
La doppia appartenenza favorisce l’occupazione degli immigrati?
Il dibattito sull’immigrazione spesso è polarizzato. Una delle dicotomie più ricorrenti, non solo nel dibattito pubblico, è quella tra assimilazione e multiculturalismo. L’assimilazione, ovvero la piena adesione ai modelli culturali e sociali del paese di immigrazione e il distacco dalla cultura del paese di origine, viene considerata alternativa al riconoscimento istituzionale della pluralità culturale. Il multiculturalismo, ovvero il riconoscimento della diversità culturale come risorsa entro una cornice civica condivisa viene invece spesso visto come un ostacolo ad una reale integrazione ed un fattore di potenziale conflitto sociale e di esclusione, benché nel corso degli anni molti ricercatori ne abbiano evidenziato i vantaggi sociali ed economici1. In questo dibattito si inserisce il concetto di “doppia appartenenza”, che descrive la strategia identitaria di chi mantiene legami con la cultura di origine integrando al contempo quella del paese di accoglienza, e che la ricerca empirica ha associato agli esiti di integrazione più favorevoli.
In questa prospettiva, stimolati dall’interessante articolo di Buonomo, Capecchi, Di Iorio e Strozza (Neodemos, “Identità culturale e occupabilità degli immigrati in Italia”) ci siamo chiesti se ancora oggi la doppia appartenenza, alla cultura italiana e a quella del paese di origine, rappresenti per gli immigrati la condizione identitaria più vantaggiosa in termini occupazionali, così come osservato dagli autori in base ai dati Istat su “Condizione e Integrazione sociale dei Cittadini Stranieri” raccolti, ben 12 anni prima, nel biennio 2011-2012.
Evidenze di una recente ricerca
Per “cercare” la risposta, abbiamo approfittato della disponibilità dei dati della recente indagine “Integrazione dei cittadini di origine straniera in Toscana”, promossa dall’Osservatorio Sociale della Regione Toscana in collaborazione con ANCI Toscana, condotta dalla Società Simurg nel periodo agosto-settembre 2024. Sono state raccolte 1.325 interviste valide, rilasciate da soggetti in età da lavoro tra 16 e 64 anni2.
Si sono ripresi i quattro profili di identità culturale da loro proposti (integrati, assimilati, separati e marginalizzati), che però sono stati distinti solo in base alla auto-identificazione degli immigrati, combinando le risposte alla domanda sul senso di appartenenza alla cultura italiana con quelle sul senso di appartenenza alla cultura del paese di origine3. Così, gli integrati (69,7%) sono coloro che si sentono di appartenere molto/abbastanza ad entrambe le culture, italiana e di origine; gli assimilati (14,3%), coloro che si sentono di appartenere molto/abbastanza alla cultura italiana e poco/per nulla a quella di origine; i separati (12,5%), coloro che si sentono di appartenere molto/abbastanza alla cultura di origine e poco/per nulla a quella italiana; i marginalizzati (3,5%), coloro che sentono di appartenere poco o per nulla a entrambe le culture. La figura seguente sintetizza la dimensione e le caratteristiche dei quattro profili di identità culturale individuati dall’indagine.

Abbiamo quindi combinato i profili identitari4, con la condizione occupazionale5. La Figura 1 sintetizza graficamente i risultati e la tabella 1 li riporta insieme agli odds ratio.


Come si vede, tra gli integrati, gli occupati in modo stabile e regolare sono quasi il doppio (1,92 volte) degli occupati in modo irregolare, senza garanzie o dei privi di lavoro; il rapporto scende a 1,64 tra gli assimilati e si ribalta (0,83) tra i separati/marginalizzati. Tra gli immigrati che comunque non si sentono di appartenere alla cultura italiana sono, dunque, più frequenti (di 1/5) i lavori irregolari, la disoccupazione o l’inattività rispetto ai lavori stabili e garantiti.
Gli Odds Ratio indicano che la probabilità degli integrati di avere un’occupazione stabile e regolare (rispetto a non averla) è chiaramente maggiore rispetto a quella degli assimilati e dei separati/marginalizzati, che hanno probabilità rispettivamente inferiori del 14 e del 57% di quelli registrati tra i primi.
In conclusione
La diversità nei criteri di classificazione – il nostro, più grezzo, si basa solo sull’auto-identificazione, il loro, più articolato, combina l’autopercezione con “comportamenti osservabili” – impone che il confronto debba essere accolto con qualche cautela.
Riteniamo comunque che l’analisi, per quanto sommaria, offra indizi attendibili di come anche oggi (2024), a distanza di 12 anni, la condizione identitaria più favorevole in termini occupazionali, ossia la probabilità di avere un inserimento stabile e regolare nel mercato del lavoro, quanto meno in Toscana, sia ancora la doppia appartenenza. Pertanto, possiamo concludere con le loro conclusioni “le politiche di integrazione non dovrebbero temere la conservazione delle culture di origine”, anzi dovrebbero promuovere la doppia appartenenza, che “consenta agli individui di muoversi con più facilità tra due mondi culturali”. Ma su quest’ultima considerazione avremo modo di tornare.
Note
1 Per una breve rassegna sul tema: Kymlicka, W. (2012). Multiculturalism: Success, Failure, and the Future. Migration Policy Institute. (https://www.migrationpolicy.org/sites/default/files/publications/TCM-Multiculturalism-Web.pdf)
2 La metodologia di somministrazione dei questionari (CAWI) ha verosimilmente prodotto fenomeni di autoselezione degli intervistati che hanno determinato un campione un po’ sbilanciato verso la componente più strutturata della popolazione straniera (laureati, giovani-adulti). Dato il numero elevato delle osservazioni, riteniamo comunque che il campione consenta di descrivere confronti e associazioni statistiche attendibili, e di evidenziare tendenze plausibili.
3 Nell’articolo citato gli autori si sono ispirati all’“Ethnosizer”, un indicatore multidimensionale che combina l’auto-percezione con comportamenti osservabili, adattandolo alle specificità italiane.
4 Abbiamo considerando congiuntamente i separati e i marginalizzati per la scarsa numerosità dei secondi. La forte preminenza degli integrati e la bassa frequenza dei marginalizzati può essere conseguenza, in qualche misura, dello sbilanciamento del campione verso la componente più strutturata della popolazione straniera.
5 Nel nostro articolo abbiamo considerato come condizione occupazionale favorevole la probabilità di avere un lavoro stabile e regolare, nel lavoro di Buonomo e altri la probabilità di essere occupato.