E’ ben noto che i livelli di povertà degli immigrati sono molto più alti di quelli della popolazione italiana. Meno noto è il fatto che la povertà dei rifugiati e di altri migranti forzati, titolari di protezione e regolarmente presenti in Italia, è molto più elevata che non tra gli immigrati da paesi extracomunitari. Sono questi i risultati di un’indagine campionaria della quale riferiscono Eduardo Barberis, Tommaso Frattini e Ferruccio Pastore.
E’ noto agli specialisti che la cittadinanza è fortemente correlata alla situazione socio-economica di individui e famiglie, e in particolare al rischio di cadere in povertà (nelle diverse accezioni del termine).
Si sa, per esempio, che la quota di persone in condizione di povertà relativa (tecnicamente, “a rischio di povertà”), cioè che vivono in famiglie con un reddito inferiore al “60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente” (pari nel 2024 a 12.363 euro annui per una famiglia di un componente adulto), è molto più elevata per chi è inserito in una famiglia con almeno un membro straniero. Per costoro, la percentuale è quasi doppia, con variazioni nel tempo più marcate rispetto alle famiglie composte di soli italiani (Fig. 1).

Questa profonda disuguaglianza legata all’origine è un fatto noto a chi studia le migrazioni, sebbene quasi del tutto assente dal dibattito pubblico, e attesta un processo di progressiva etnicizzazione della povertà nel nostro paese, tanto preoccupante quanto ignorato.
Quello che invece è meno noto, è come le condizioni socio-economiche delle persone straniere siano correlate al loro status amministrativo. In particolare, non avevamo fino ad oggi evidenza sui livelli di povertà delle persone rifugiate e di altri migranti forzati titolari di protezione regolarmente presenti in Italia. Ora, grazie a un’approfondita ricerca commissionata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), questa grave lacuna comincia finalmente ad essere colmata.
Lo studio, realizzato tra ottobre 2023 e febbraio 2024 da Lattanzio KIBS e dal Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione (FIERI) , si è avvalso di una metodologia mista, integrando una rilevazione campionaria condotta su 1231 beneficiari e beneficiarie di protezione internazionale e temporanea (questi ultimi cittadini ucraini giunti in Italia per sfuggire all’invasione russa del febbraio 2022) con un’ampia rassegna di letteratura e un’indagine qualitativa condotta mediante interviste in profondità e focus group.
Il campione per la survey è stato stratificato in base a quattro dimensioni considerate particolarmente significative: genere (grossomodo 2/3 uomini e 1/3 donne, conformemente alla composizione della popolazione rifugiata nel suo complesso), status (circa metà rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra, un terzo beneficiari di protezione sussidiaria, 16% con protezione temporanea e il rimanente 11% ex-beneficiari diventati cittadini italiani), paese di origine (i 12 principali, determinati in base a dati disaggregati estratti per l’occasione da ISTAT) e provincia italiana di residenza (le 16 con maggior concentrazione, di cui 34% nel Nord-Ovest, 16% nel Nord-Est, 31% al Centro e 19% nel Sud e nelle Isole).
La ricchezza del questionario (61 domande; disponibile in appendice al Rapporto) e l’analisi incrociata dei dati quantitativi e qualitativi ha consentito di tracciare un quadro approfondito ed articolato della condizione socio-economica delle persone rifugiate (nel Rapporto, questa denominazione generica è usata per designare tutte e tre le categorie specifiche oggetto dello studio). In questo breve resoconto, ci concentriamo esclusivamente sui diversi aspetti del fenomeno della povertà, scelta da UNHCR come chiave di lettura privilegiata.
Tre misure di povertà
Per cogliere le molteplici sfaccettature di una situazione articolata e per evitare visioni riduttive, si è messa a punto una metodologia complessa, basata su tre diverse nozioni di povertà (nel senso più ampio e generico del termine).
E’ stato dapprima calcolato il tasso di povertà relativa (o “rischio di povertà”, at-risk-of-poverty rate; già definito all’inizio di questo contributo) all’interno del nostro campione. Sulla base delle risposte a una specifica batteria di domande, è stato poi calcolato il livello di grave deprivazione materiale e sociale (per cui viene spesso usato l’acronimo inglese SMSD), definito come percentuale di una popolazione determinata che sperimenta la privazione forzata di almeno sette di 13 elementi di benessere elementare predefiniti (sei relativi all’individuo e sette relativi alla famiglia), tra cui per esempio una settimana di vacanza all’anno, due paia di scarpe in buono stato, la disponibilità di un veicolo, un’abitazione adeguatamente riscaldata e così via.
Oltre a questi due indicatori, che i dati rilevati dalla survey hanno permesso di calcolare in maniera comparabile con le informazioni già esistenti relativi alla popolazione italiana e a quella immigrata nel suo complesso, si è deciso di determinare anche un terzo indicatore, questa volta riferito alla povertà assoluta. Per ogni soggetto intervistato, si è quindi proceduto al raffronto tra il reddito famigliare dichiarato (household income) e il valore monetario di un paniere di beni e servizi convenzionalmente ritenuti essenziali al fine di evitare gravi forme di esclusione sociale.
Mentre per determinare il valore di tale paniere abbiamo fatto ricorso alla metodologia usata da ISTAT (vd. anche ISTAT Calcolo della soglia di povertà assoluta), per motivi pratici relativi alla struttura del nostro questionario, ci siamo discostati da tale metodologia poiché abbiamo usato come base di calcolo il reddito famigliare disponibile e non l’effettiva spesa per consumi. Anche questa è una metodologia accreditata a livello internazionale, per esempio negli Stati Uniti e in Canada. Tuttavia, è importante sottolineare che, data la discrepanza con la metodologia usata da ISTAT, i valori ottenuti in materia di povertà assoluta non sono strettamente comparabili con quelli forniti dall’ente statistico nazionale per la popolazione italiana e immigrata. Fatte queste doverose premesse tecniche, il quadro che emerge dallo studio UNHCR è riassunto nella tabella sottostante.

Come si vede, rispetto a tutte le dimensioni della povertà considerate, i valori riscontrati all’interno del nostro campione sono nettamente superiori – in alcuni casi, come per la povertà relativa, quasi doppi – rispetto alla popolazione straniera originaria di paesi non appartenenti all’Unione Europea, che a loro volta sono un multiplo dei valori forniti da ISTAT per la popolazione italiana.
Come spiegare i divari
Il quadro aggregato mostrato in tabella nasconde variazioni importanti all’interno del campione, a seconda di variabili quali l’età, il genere, il livello di istruzione e il paese di provenienza. Da quest’ultimo punto di vista, per esempio, salta all’occhio che tra i profughi ucraini la percentuale di poveri – sia in senso assoluto che relativo – risulti massima, e questo nonostante un livello educativo superiore alla media del campione. In realtà, però, questo poco invidiabile primato si spiega facilmente sia con la scarsa anzianità migratoria di questo gruppo (per definizione non più di due anni al momento della rilevazione), sia con il fatto che i beneficiari di protezione temporanea in fuga dall’Ucraina hanno potuto usufruire di sussidi pubblici ad hoc che hanno scoraggiato, almeno in una prima fase, lo svolgimento di lavoro retribuito.
Le regressioni effettuate, i cui risultati sono riportati in maniera sistematica in appendice al Rapporto, permettono di comprendere meglio le dinamiche alla radice delle differenze all’interno del campione. Per esempio, la probabilità di trovarsi in condizione di povertà assoluta è – a parità di ogni altra caratteristica – significativamente inferiore per gli uomini (-9 punti percentuali) rispetto alle donne, per chi ha un livello educativo secondario o terziario (-10p.p.), e per chi si trova in Italia da più anni (da 2 a 5 anni: -10 p.p., addirittura -25 p.p. per chi è arrivato da sei anni o più, rispetto a chi è qui da meno di un anno). L’età anagrafica, invece, incide nel senso opposto, con una probabilità di essere poveri in senso assoluto superiore di 13 punti percentuali per gli over 45 rispetto ai più giovani.
Ma, al di là della spiegazione delle variazioni all’interno del campione, come interpretare l’abissale svantaggio complessivo dei rifugiati rispetto a tutti gli altri? Innanzitutto, è bene sgombrare il campo dal rischio di letture distorte: livelli di reddito più bassi e di povertà più alti non dipendono da una carenza di impegno sul piano lavorativo. Al contrario, con il 70% di chi ha risposto al questionario che dichiara di aver svolto lavoro pagato nel corso dell’ultima settimana, i tassi di attività all’interno del campione sono complessivamente più alti di quelli attestati per le persone di cittadinanza italiana o immigrate in genere.
Le cause profonde del divario vanno dunque cercate altrove. Senza dubbio, incide quello che in letteratura (di cui un’accurata rassegna è disponibile in appendice al Rapporto) è noto come refugee gap e che dipende da fattori specifici, quali i traumi subiti e la fragilità delle reti sociali.
Ma le disuguaglianze enormi messe in luce dalla ricerca non si spiegano senza considerare il ruolo delle politiche. Tempi lunghissimi per l’esame delle domande d’asilo e assenza di ogni sostegno specifico dopo il riconoscimento fanno dell’Italia un contesto particolarmente svantaggioso per chi fugge da guerre e persecuzioni. È lecito sperare che i risultati di questo studio possano dare un impulso per invertire la rotta.
Note
*tabella 1 – I dati sulla povertà relativa di stranieri extra-UE e italiani sono stati estratti da una pagina del sito ISTAT consultata il 15 luglio 2024 e attualmente non più attiva. Lo stesso dato, disaggregato rispetto all’origine (UE o non UE), non risulta più reperibile nella sezione in tema di Povertà della nuova banca dati IstatData