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Immigrazione: le sfide della nuova legislatura

Gli immigrati di oggi non sono gli stessi di 15 anni fa: vi sono sempre più famiglie, molte donne sole (soprattutto dell’Est Europa) e molti minori nati in Italia, ma considerati stranieri dalla legge. Lo scrivono Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin, ricordando che l’Italia è da molti anni un Paese “di immigrazione” e che è urgente uscire dalla logica dell’immigrazione come “problema da risolvere” tenendo conto, tra l’altro, che i lavoratori stranieri producono il 9% del prodotto nazionale.

Se è vero che la XIX legislatura è cominciata con priorità ben precise quali la guerra in Ucraina, l’inflazione e la crisi energetica, non si può nascondere l’interesse su come la maggioranza di centrodestra affronterà un tema da sempre al centro del dibattito, come l’immigrazione. 

Nel discorso con cui ha chiesto la fiducia alla Camera, la presidente Meloni ha toccato solo marginalmente il tema, con pochi accenni alla volontà di ridurre le partenze illegali e combattere il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. 

Anche il programma della coalizione di centrodestra, premiato dal risultato elettorale, si limita a pochi obiettivi generici: “contrasto all’immigrazione irregolare e gestione ordinata dei flussi legali di immigrazione”, ma anche “favorire l’inclusione sociale e lavorativa degli immigrati regolari”. Sebbene si tratti di obiettivi ampiamente condivisibili, è importante capire quali sono le azioni necessarie per raggiungere quegli obiettivi, in base alle sfide che il Governo e il Parlamento si troveranno ad affrontare in questi anni. 

Contrasto all’immigrazione irregolare


Gli sbarchi di migranti sulle coste italiane (rotta del Mediterraneo Centrale) hanno registrato il picco massimo tra il 2014 e il 2016 con oltre 500 mila arrivi in tre anni (di cui 181 mila solo nel 2016), per poi cominciare a diminuire dalla metà del 2017 a seguito degli accordi stipulati con la Libia dal governo Gentiloni (in particolare dal Ministro dell’Interno Minniti). Negli ultimi due anni si è registrato un nuovo aumento degli sbarchi (68 mila nel 2021 e 75 mila a metà ottobre 2022), a cui si aggiunge lo sforzo del sistema di accoglienza per l’emergenza Ucraina. 

L’esperienza degli ultimi anni insegna che il contrasto all’immigrazione irregolare passa inevitabilmente per una condivisione di responsabilità e impegni a livello europeo – e possibilmente coinvolgendo anche i Paesi di origine e di transito. L’Italia invece, va ricordato, non ha ancora ratificato il Global Compact sulla Migrazione promosso dalle Nazioni Unite nel 2018 e – sempre nel 2018 – si è opposta alla riforma del Regolamento di Dublino, secondo cui il Paese di primo approdo è responsabile di tutto il percorso di asilo, inclusa la prima accoglienza. 

In un momento in cui la pressione migratoria rischia di spostarsi da Sud a Est, è importante trovare soluzioni condivise a livello europeo per fronteggiare eventuali nuovi massicci flussi di sbarchi. Sembrerà banale, ma l’isolamento non aiuta nella gestione delle migrazioni (Fig. 1).


Gestione ordinata dei flussi legali di immigrazione

Nonostante l’opinione pubblica percepisca come molto forte l’aumento della presenza straniera in Italia, in realtà il numero di immigrati è sostanzialmente stabile da circa otto anni. Il numero di stranieri residenti ha avuto, infatti, un forte incremento tra il 2003 (1,5 milioni, 2,6% della popolazione) e il 2014 (4,8 milioni, 7,9%), mentre negli ultimi anni l’aumento è stato molto più lento. Al primo gennaio 2022 la popolazione straniera residente è di 5,2 milioni, con un’incidenza dell’8,8% sul totale.

Il decreto flussi, principale strumento di gestione degli ingressi per lavoro, è stato ridotto ai minimi termini tra il 2014 e il 2020, con appena 13 mila ingressi non stagionali all’anno. Una lieve inversione di tendenza si è registrata nell’ultimo anno, con una quota di quasi 70 mila ingressi, di cui quasi 30 mila non stagionali (DPCM del 21 dicembre 2021). Inoltre, i tempi della burocrazia non sempre coincidono con i tempi delle imprese, che necessitano di manodopera in determinati periodi dell’anno (es. turismo). Nel 2022 il governo Draghi è intervenuto in questo senso con il c.d. Decreto semplificazioni (D.L. n. 73/2022, convertito in legge con la L. 122/2022 del 19.08.2022) che ha apportato modifiche alla disciplina relativa alle procedure di ingresso dei lavoratori stranieri. È auspicabile, dunque, proseguire su questa strada, con quote d’ingresso concordate con i rappresentanti delle forze produttive e con procedure agili e veloci (Fig. 2).

Favorire l’inclusione sociale e lavorativa degli immigrati regolari


La riduzione delle quote d’ingresso per lavoro, di cui abbiamo appena parlato, ha contribuito a determinare, negli ultimi anni, un cambiamento nella composizione dei nuovi arrivi. Se, come abbiamo visto, la componente straniera ha continuato ad aumentare, non è più soprattutto grazie agli ingressi (programmati) per lavoro, ma ad altri flussi non programmati. Parliamo in particolare dell’arrivo dei familiari di chi un lavoro lo ha già da dieci o quindici anni: i ricongiungimenti familiari sono infatti la principale voce tra i nuovi permessi di soggiorno rilasciati in Italia (44% nel 2021). Gli ingressi per motivi umanitari (“altri motivi”), invece, sono stati la prima voce di ingresso solo nel 2017. Tra gli “ingressi” di immigrati non programmati vanno poi considerati i nati stranieri, ovvero i bambini nati in Italia da genitori immigrati (considerati “stranieri” in virtù della ben nota Legge sulla cittadinanza del 1992) e gli ingressi di cittadini comunitari, che non necessitano del Permesso di Soggiorno.

Parlando di inclusione degli immigrati regolari, dunque, dobbiamo tenere presente che gli immigrati di oggi non sono gli stessi di 15 anni fa: oggi vi sono sempre più famiglie, molte donne sole (soprattutto dell’Est Europa) e molti minori nati in Italia ma considerati stranieri dalla legge.

Inoltre, bisogna definire quanto si vuole investire in questo ambito. Nel PNRR, ad esempio, nella missione Coesione e Inclusione, che assorbe circa il 10% dei fondi totali, vi sono riferimenti a generiche “situazioni di fragilità”, all’imprenditoria femminile e alla coesione territoriale, ma nessun accenno alla popolazione immigrata.

Peraltro, anche il bilancio dell’Ue ha negli ultimi posto più attenzione alle politiche di contrasto all’immigrazione regolare che a quelle di inclusione degli immigrati residenti (Fig. 3). 

In conclusione, considerando che l’Italia è da molti anni ormai Paese “di immigrazione”, sarebbe opportuno uscire dalla logica dell’immigrazione come “problema da risolvere”. Come evidenziato nel XXII Rapporto annuale della Fondazione Leone Moressa, che verrà presentato il prossimo 14 novembre a Roma, i lavoratori stranieri danno un contributo del 9% al PIL Italiano, con picchi superiori al 16% in agricoltura, edilizia e ristorazione. Si tratta di un’immigrazione ormai “matura”, con comunità ormai radicate da almeno quindici anni (Romania, Albania, Marocco, per citare le più numerose).

Nell’opinione pubblica, ma anche a livello istituzionale, l’immigrazione è invece ancora vista come un “problema” legato alla sicurezza pubblica. Non è un caso, ad esempio, che la competenza principale sia in capo al Ministero dell’Interno e, a livello locale, alle Questure e Prefetture.

Una delle sfide per l’Italia, dunque, sarà quella di far sì che la ripresa sia inclusiva, diminuendo le disuguaglianze (legate alla cittadinanza, ma anche al genere, all’età, alla condizione fisica) anziché ampliarle. In questo modo, l’Europa della prossima generazione (Next Generation EU) sarà davvero più sostenibile e accogliente. Al tempo stesso, si riuscirà a percepire (e quindi a pianificare e gestire) l’immigrazione come una componente ormai strutturale della popolazione, da valorizzare e far interagire.

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