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I lavoratori dei paesi ricchi: (in)arrestabile declino?

Pur con diversità consistenti e con importanti eccezioni, i paesi ricchi sono destinati – nel futuro prossimo – a vedere diminuire il numero di lavoratori potenziali, ossia della popolazione in età 20-64. Billari, Caltabiano e Dalla Zuanna ci spiegano che in molti paesi, fra cui l’Italia, tale diminuzione potrà essere limitata solo ricorrendo a nuovi e consistenti flussi immigratori.

Crescita e declino del numero dei potenziali lavoratori

Il benessere, il reddito e la ricchezza di una società dipendono da molti fattori, fra cui la disponibilità e la crescita numerica delle persone in età lavorativa (potenziali lavoratori). Nella seconda metà del XX secolo, nei paesi a sviluppo avanzato (Europa, Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone) il numero di potenziali lavoratori è cresciuto sensibilmente: da 513 milioni del 1961 a 723 milioni nel 2001. Nei due decenni successivi questa crescita si è quasi arrestata, e secondo le nuove previsioni della Population Division delle Nazioni Unite (UNPD), gli individui di 20-64 anni dovrebbero passare da 750 milioni del 2021 a 705 milioni del 2041 (tabella 1). L’indice demografico di dipendenza (rapporto fra non lavoratori e potenziali lavoratori) è già iniziato a crescere nei primi due decenni del secolo, passando da 65% del 2001 a 70% del 2021, dopo essere diminuito nel quarantennio precedente. Sempre secondo UNPD, fra meno di vent’anni nei paesi a sviluppo avanzato vi saranno 81 non lavoratori per ogni 100 potenziali lavoratori. 

Il “destino” dei potenziali lavoratori delle diverse regioni e dei diversi stati è stato e dovrebbe in futuro essere molto diverso. In tre regioni (America del Nord, Australia/Nuova Zelanda ed Europa Settentrionale) fra il 2021 e il 2041 i potenziali lavoratori dovrebbero continuare ad aumentare o rimanere pressoché costanti, mentre nelle altre regioni europee e nei paesi ricchi dell’Estremo Oriente il loro numero dovrebbe diminuire: -8% Europa Occidentale; -12% Europa Orientale; -18% Europa Meridionale; -19% Giappone; -23% Corea del Sud. Infine. in alcune aree qui considerate (Europa Orientale, Germania, Italia, Federazione Russa e Giappone) già nel ventennio 2001-21 il numero di potenziali lavoratori era iniziato a diminuire. Queste grandi differenze sono dovute alla demografia degli ultimi decenni, in particolare alle differenze di fecondità e di intensità dei processi migratori che – dopo la transizione demografica, ossia dopo il 1970 – hanno caratterizzato le aree a sviluppo avanzato1.

Diminuzione inerziale ed effettiva 2001-2021

Data l’importanza del numero dei potenziali lavoratori nel determinare le future traiettorie di sviluppo, è importante chiederci se le previsioni di UNPD prefigurano ciò che effettivamente accadrà. Per farlo osserviamo innanzitutto cosa è realmente accaduto nel sessantennio 1961-21, confrontando fra loro due indicatori ossia tP0-44/tP20-64 con t+20P20-64/tP20-64. Essendo la mortalità in età 0-64 molto contenuta. se i due indicatori nello stesso anno t sono simili. allora le migrazioni incidono in misura marginale nel determinare l’effettiva evoluzione del numero dei potenziali lavoratori nel periodo fra l’anno t e l’anno t+20. Al contrario. se i due indicatori sono diversi fra loro. allora l’effetto dei movimenti migratori è stato rilevante. Osserviamo ciò che è accaduto nel ventennio 2001-21 (colonne evidenziate in tabella 2). 

Nel complesso dei paesi ricchi, nel ventennio 2001-21 l’effetto delle migrazioni sul numero dei potenziali lavoratori è stato positivo, inducendo una crescita del +4% in luogo del +1% che vi sarebbe stato se solo l’inerzia demografica fosse stata attiva. Il confronto fra i due indicatori dà però risultati assai diversi secondo la regione o lo stato considerato. Nel 2001-21 Giappone e Corea del Sud sono stati quasi impermeabili alle migrazioni e conseguentemente i due indicatori sono fra loro praticamente identici: in Giappone nel 2021 il numero di lavoratori è calato del 14% rispetto al 2001, mentre in Sud Corea è aumentato del 15%, perché in questo paese la fecondità è rimasta più a lungo su livelli sostenuti (TFT>4 ancora all’inizio degli anni Settanta). Nell’Est Europa e nella Federazione Russa i saldi migratori negativi hanno portato al declino o alla stagnazione del numero dei potenziali lavoratori, in luogo della crescita indotta dalla sola evoluzione della struttura per età al 2001. Nell’Europa Meridionale e Occidentale le migrazioni hanno permesso al numero dei potenziali lavoratori di crescere: sarebbero invece diminuiti, se avesse agito solo la demografia naturale. L’effetto delle migrazioni è stato particolarmente intenso in Germania e in Italia. Infine. in Europa Settentrionale, Nord America, Australia/Nuova Zelanda e Israele, la crescita dei potenziali lavoratori sarebbe stata sensibile anche senza migrazioni, ma è stata ulteriormente accentuata da forti saldi migratori positivi.

Il numero dei potenziali lavoratori 2021-2041

Nel prevedere la popolazione 20-64 per il prossimo ventennio, la UNPD – per ogni stato e regione ricca – suppone saldi migratori in linea con quelli del ventennio precedente, come si evince anche confrontando le due colonne evidenziate in giallo e le due colonne in grassetto di tabella 2. Ad esempio. nell’insieme dei paesi ricchi, come abbiamo già visto, nel ventennio 2001-21 le migrazioni han permesso ai potenziali lavoratori di crescere del 4% in luogo dell’1%; la UNPD prevede che nel 2021-41 il calo sarà del 6% in luogo del 9%: in Francia l’effetto delle migrazioni è previsto essere nullo, come lo è stato nel ventennio 2001-21, e così via. Fanno eccezione i paesi dell’Europa meridionale (fra cui l’Italia), dove i movimenti migratori del ventennio 2021-41 sono previsti da UNPD avere effetto quasi nullo sui potenziali lavoratori, quando nel ventennio precedente l’effetto è stato sensibilmente positivo.

Ovviamente, oltre che dall’inerzia demografica, il numero di lavoratori al 2041 dipende dalle stime del saldo migratorio. In tabella 2 abbiamo inserito anche i risultati di alcuni scenari previsivi di Eurostat con saldi migratori nulli, bassi, medi e alti per Francia, Germania e Italia. Rispetto a UNPD, Eurostat nel suo scenario base prevede saldi migratori un po’ più elevati per Francia e Germania. molto più elevati per l’Italia. Secondo lo scenario base di Eurostat, i potenziali lavoratori in Italia nel 2041 saranno l’89% rispetto a vent’anni prima, mentre secondo lo scenario giudicato da UNPD come il più probabile, saranno solo il 79%. Secondo lo scenario ad alti saldi migratori positivi di Eurostat, nel 2041 in nessuno dei tre paesi considerati i potenziali lavoratori diminuirebbero in misura maggiore al 10% rispetto al 2021.

È molto difficile prevedere ciò che effettivamente accadrà nei prossimi vent’anni al numero dei potenziali lavoratori. In gran parte dei paesi ricchi la spinta inerziale è negativa, a causa di una natalità più bassa nel 1980-2020 rispetto al trentennio 1950-1980. Tuttavia, solo nel Giappone del ventennio 2001-21 un forte calo inerziale dei potenziali lavoratori non è stato mitigato da consistenti flussi immigratori. In altri casi di consistente calo inerziale (come l’Italia e la Germania, ma anche la Spagna, qui non considerata), nel ventennio appena trascorso forti flussi immigratori hanno evitato il declino del numero dei potenziali lavoratori. Nei prossimi anni la spinta inerziale al declino in questi paesi sarà ancora più forte, ma la forte richiesta di lavoro manuale, assieme all’abitudine pluri-decennale di ricorrere a manodopera straniera, potrebbero stimolare immigrazioni ben superiori rispetto a quelle previste da UNPD, forse più in linea con la previsione Eurostat, scenario con saldi migratori fortemente positivi (vedi sempre tabella 2). La resistenza giapponese all’ingresso stabile di lavoratori stranieri è l’eccezione che conferma la regola: e non si può escludere che anche questa eccezione, più prima che poi, venga a cadere.

In altre popolazioni ricche (USA, UK, Europa del Nord, Australia/Nuova Zelanda, per non parlare di Israele), grazie a una fecondità pregressa più sostenuta, nei prossimi anni la diminuzione inerziale dei potenziali lavoratori non ci sarà, e se le migrazioni manterranno la stessa intensità del ventennio 2001-21 il numero di potenziali lavoratori potrebbe crescere anche di molto. Infine, in altri paesi (Giappone e Corea del Sud per motivi culturali, Europa dell’Est per ragioni economiche) i saldi migratori potrebbero continuare a essere ridotti o quasi nulli, e di conseguenza i potenziali lavoratori potrebbero rapidamente diminuire. rischiando di rendere difficile la copertura di posti poco rimpiazzabili mediante l’automazione o mediante il recupero di produttività (si pensi – ad esempio – ai servizi alla persona).

In conclusione, anche se politiche amichevoli verso le coppie con figli sono doverose e auspicabili, nel corso dei prossimi anni la sostenibilità demografia e socio-economica di buona parte dei paesi ricchi – ossia la possibilità di non vedere diminuire in modo drammatico il numero di potenziali lavoratori – dipenderà dall’ingresso di un  numero cospicuo di nuovi immigrati. Resta da vedere se queste società sono in grado di reggere – da tutti i punti di vista – flussi migratori consistenti: questa nuova e vecchia storia è ancora tutta da scrivere.

Note

1Castiglioni M., Dalla Zuanna G., Tanturri M.L. (2020) “Post-transitional Demography and Convergence: What Can We Learn from Half a Century of World Population Prospects?”. In: Mazzuco S., Keilman N. (eds.) Developments in Demographic Forecasting. The Springer Series on Demographic Methods and Population Analysis, vol 49. Springer, Cham..

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