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L’impatto della pandemia sulle nascite e le nuove generazioni

La pandemia non è finita, ma la fase più acuta è stata superata. Quali segni ha lasciato e con quali conseguenze sulla condizione dei giovani, sul benessere delle famiglie, sulle loro scelte? Alessandro Rosina presenta alcuni dati tratti dal Rapporto appena pubblicato dal Gruppo di esperti “Demografia e Covid-19” istituito presso la Presidenza del Consiglio.

Dopo circa due anni di emergenza sanitaria – la più intensa e duratura della nostra storia repubblicana – possediamo un quadro abbastanza ben delineato del segno che ha lasciato, quantomeno nel breve periodo e sui principali indicatori demografici.

L’impegno dell’Istat a rafforzare e aggiornare la propria produzione di dati ufficiali, assieme alla vivace e variegata risposta del mondo accademico in termini di ricerche scientifiche avviate in piena prima ondata (svolte con collaborazioni in remoto) ha consentito di avere alcune prime solide evidenze circa l’impatto prodotto dalla pandemia già prima della fine del 2020. Tali evidenze si trovano nel Primo Rapporto del Gruppo di esperti “Demografia e Covid-19” – istituito dalla Ministra per le pari opportunità e la famiglia – dal titolo “L’impatto della pandemia di Covid-19 su natalità e condizione delle nuove generazioni” e presentato il 14 dicembre 2020. Oltre alle prime stime a partire dai dati ufficiali, il Rapporto contiene un’ampia rassegna delle analisi in corso (sia in Italia che all’estero) relative all’impatto sulle nuove generazioni, sulla conciliazione dei tempi di lavoro e di vita, sulla dimensione materiale e psicologica. L’insieme delle informazioni disponibili evidenziava, in particolare, il prevalere di una combinazione di difficoltà e incertezza in grado di indebolire scelte vincolanti e impegnative verso il futuro, in particolare quella di avere un figlio.

Meno di 400 mila nati nel primo anno di crisi

Il Secondo Rapporto, presentato il 15 febbraio 2022, si colloca ancora nel tempo dell’emergenza sanitaria. Risulta quindi  provvisorio sotto molti aspetti, ma può basarsi su alcune evidenze ormai solide. È, ad esempio, un fatto acquisito che la pandemia, attraverso i suoi effetti diretti sulla mortalità e indiretti sulla fecondità (oltre che sulla mobilità internazionale), abbia accelerato la tendenza al declino della popolazione, già in atto dal 2015. Nel 2020 il saldo naturale è stato di -335 mila, il peggiore nel secondo dopoguerra. L’impatto sulle nascite nel 2020 è però limitato ai mesi di novembre e dicembre (che corrispondono ai concepimenti nei primi mesi del lockdown). La punta più alta si trova nel primo mese dell’anno successivo (-13,6%). Il recupero inizia a vedersi a marzo 2021, ma risulta modesto e di breve durata (Fig. 1).

Se consideriamo il primo anno “di fatto” in cui la crisi sanitaria ha esercitato la sua azione sugli esiti riproduttivi, ovvero il periodo da novembre 2020 a ottobre 2021 (tenendo conto dello slittamento di 9 mesi rispetto ai concepimenti), si ottengono 393 mila nati circa contro 411 mila del corrispondente periodo precedente (da novembre 2019 a ottobre 2020). In termini assoluti questo indica che il contraccolpo della pandemia ha avuto una portata tale da far scendere le nascite sotto le 400 mila annue. In termini relativi, rispetto ad una riduzione che viaggiava attorno al -2,5% nella fase pre-crisi, si è passati a -4,5% nell’anno (di fatto) colpito, quindi quasi un raddoppio del valore negativo. 

Un impatto differenziato 

I dati disponibili mostrano, inoltre, che più penalizzate sono state le scelte delle categorie in condizione di maggiore provvisorietà (in primis giovani e immigrati), mentre le donne di oltre 35 anni hanno cercato di non rinviare una gravidanza, nonostante la crisi, per non trovarsi a dovervi rinunciare definitivamente. Si tratta di risultati coerenti con le analisi sui progetti e le intenzioni riproduttive, basate su rilevazioni campionarie, presentate nel primo Rapporto e ulteriormente sviluppate nel secondo. Oltre ad accentuare le difficoltà delle nuove generazioni nel percorso di transizione scuola-lavoro, la pandemia ha complicato, nelle famiglie con figli, l’organizzazione di tempi di vita e lavoro con ricadute negative soprattutto verso le fasce più deboli.

Se dalle varie ricerche svolte nel contesto italiano e internazionale emerge, in senso positivo, un generale rafforzamento del legame tra genitori e figli, sul versante negativo va segnalato un inasprimento dello stress e del disagio emotivo, che sembra aver colpito più le donne, i giovani e chi è in condizione lavorativa più precaria, a conferma di un impatto che si è sovrapposto a fragilità preesistenti, accentuando disuguaglianze generazionali, di genere e territoriali. La rilevanza di questi fenomeni, tra l’altro, ha determinato in tutto il mondo il moltiplicarsi delle ricerche sulle conseguenze di medio e lungo periodo della pandemia, nelle sue dimensioni oggettive e soggettive.

Per un bilancio finale bisognerà, in ogni caso, aspettare non solo i dati completi sugli indicatori negli anni direttamente colpiti dal coronavirus, ma anche la reazione che emergerà negli anni successivi. Riguardo all’Italia particolare importanza rivestono gli interventi (tra quelli previsti nel PNRR e nel Family act) che oltre a facilitare l’uscita dall’emergenza, si propongano come strumenti innovativi nel promuovere il benessere delle famiglie, sostenere le loro scelte generative, rafforzare il ruolo di giovani e donne nei processi di sviluppo. L’assegno unico e universale va considerata una novità in questa direzione e lo stesso vale per il piano di rafforzamento dei nidi su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di una convergenza con la media europea. Il Governo ha appena lanciato anche il “Piano Neet” che supera alcuni limiti di Garanzia giovani. Continua a mancare, però, un sistema di monitoraggio e valutazione dell’impatto delle politiche familiari, fondamentale se ancor più della singola misura conta far partire un nuovo processo con alla base l’impegno al continuo miglioramento.

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