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Pensioni: istruzioni per l’abuso

Troppo spesso, in campo previdenziale, si dimentica l’esigenza di far quadrare i conti, tenendo presente il contesto generale, a cominciare dalla sua dimensione demografica: allungamento della durata della vita e diminuzione della natalità. Come sostiene Giuliano Cazzola, la previdenza non può essere la soluzione per tutti i problemi che il mercato del lavoro non riesce a risolvere.

Ha ragione Gianpiero Dalla Zuanna (Neodemos 2021 – Penalizzare i giovani per favorire i loro genitori?) quando, parlando di pensioni, sottolinea l’incidenza dell’aliquota contributiva, destinata al finanziamento delle pensioni, su quel cuneo fiscale che tutti, a partire dai sindacati, chiedono di ridurre, come se fosse un dato anomalo del quale non si conosce l’origine.

Pensioni a prescindere dalla demografia?

Dalla Zuanna affronta anche un altro aspetto cruciale per qualunque sistema pensionistico obbligatorio, soprattutto se in regime di ripartizione: l’impatto degli andamenti demografici che sono divenuti il tapis roulant su cui camminano tutti gli altri elementi (il tasso di sviluppo e dell’occupazione, la dinamica retributiva, l’adeguatezza delle regole, il rapporto tra contribuenti/pensioni/pensionati, oltre a tutti gli indicatori di carattere economico) che rendono sostenibile o meno il sistema stesso. La “questione demografica” esce di scena quando si parla di pensioni, come se appartenessero a due diversi pianeti. I primi a fare orecchie da mercante sono proprio i sindacati; per loro – ammesso e non concesso che credano a ciò che dicono o scrivono – la pensione è un atto che risarcisce le persone in base al tempo e alle condizioni in cui hanno lavorato (“dopo 41 anni di lavoro uno ha diritto di andare in pensione”). Per loro la durata dell’erogazione non è un problema di cui la politica debba (pre)occuparsi. Eppure è proprio questo elemento la “cartina di tornasole”, come si diceva una volta, dell’equità intergenerazionale oltreché della sostenibilità del sistema nel tempo. In sostanza i sistemi pensionistici a ripartizione consentono, oggi, ad un gruppo di generazioni che hanno vissuto – pur con tanti problemi – un’epoca forse irripetibile nella storia recente dell’umanità, di portarsi appresso quello status fino al momento dell’estrema unzione (ricordiamo il welfare “dalla culla alla tomba”?), a carico però di chi viene dopo, magari quando la storia ha voltato pagina.

In queste settimane è in corso, ad esempio, una polemica sull’incorporazione dell’INPGI (l’istituto previdenziale dei giornalisti) per la parte dell’assicurazione obbligatoria nell’INPS a partire dal prossimo 1° luglio. Al di là di ogni altra osservazione (o ritorsione per la disinvoltura con la quale da decenni i giornali alimentano l’invidia sociale che è il sentimento prevalente nei rapporti umani di questo “tempo degli Unni”), basterebbe un minimo di onestà intellettuale per riconoscere che nella categoria dei giornalisti si intravede la punta dell’iceberg di un sistema che ha consentito di portare con sé in un mondo diverso le prerogative òctroyeés (magari con qualche forzatura) in quello vecchio.

Dalla Zuanna sottolinea il dato dell’incremento della spesa pensionistica derivante dall’invecchiamento della popolazione. “In futuro, tale spesa è destinata inevitabilmente ad aumentare – anche a regole immutate – perché le persone che hanno più di 65 anni, che oggi sono 13 milioni e 900 mila, stando alle previsioni dell’Istat, fra appena dieci anni diventeranno 16 milioni e 600 mila, a causa dell’invecchiamento dei figli del baby boom (nati fra il 1955 e il 1975)”.

La denatalità si paga

Questo processo (possiamo chiamarlo positivo?) si intreccia con quello, certamente negativo, della denatalità, che non porrà solo un problema di oneri ma di presenza fisica, nel senso che prima ancora di philosophari, le nuove generazioni dovranno existere ovvero essere nate. Secondo l’Istat (Natalità e fecondità della popolazione residente: anno 2018) il fenomeno della denatalità è in parte dovuto agli effet­ti “strutturali” indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, cioè tra 15 e 49 anni. In questa fascia di popolazione, le donne italiane – sottolinea l’Istituto – sono sempre meno numerose: e mentre le cosiddette baby boomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà de­gli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. Queste ultime scontano, in­fatti, l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995. Al 1° gennaio 2019 le donne residenti in Italia tra 15 e 29 anni erano poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni. Rispetto al 2008 le donne tra i 15 e i 49 anni sono oltre un milione in meno. Un minore numero di donne in età feconda (anche in una teorica ipotesi di fecondità costante) comporta, in assenza di variazioni, meno nascite. Questo fattore è alla base di circa il 67% della differenza di nascite osservata tra il 2008 e il 2018. In poche parole (absit iniuria verbis) si sta spezzando la filiera della riproduzione sociale. E nessuna “identità di genere”, nessuna “diavoleria” della scienza è riuscita finora a fare a meno di una donna che “partorisca con dolore” (come profetizzò il Signore cacciando Eva dall’Eden).

L’eccezione come regola nel mondo delle pensioni

Conosciamo le norme che il governo ha introdotto nel ddl di bilancio per gestire la scadenza di quota 100. Anche se apparentemente quota 102 nel 2022 si presenta come un rientro meno brusco nella “normalità” della riforma Fornero, è chiaro che si tratta di una soluzione-ponte legata alla transizione delle prossime settimane e destinata a scadere insieme con la legislatura, sempre che non si arrivi ad elezioni anticipate. Solo i sindacati insistono perché venga presa in considerazione la loro piattaforma. Su di essa Cgil, Cisl e Uil hanno avuto degli affidamenti dal precedente ministro del Lavoro Nunzia Catalfo; ma dovrebbero aver imparato a non comprare la Fontana di Trevi da un passante. Draghi nell’ultimo incontro ha proposto ai leaders confederali di iniziare fin da dicembre un confronto su di una riforma organica: il che, a fronte degli scenari politici che si apriranno nel giro di poche settimane, somiglia parecchio ad un pagherò ‘’a babbo morto’’.  I sindacati, come la Lega insistono molto all’esodo con ‘’quota 41’’ di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Oggi il requisito della pensione anticipata – bloccato fino al 2026 – è pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a un anno in meno per le donne. I dati dimostrano che questa via d’uscita è stata utilizzata in numero maggiore della stessa quota 100 (62 anni di età più 38 di versamenti) per la banale ragione che i baby boomers sono in grado di far valere il requisito ordinario di anzianità (ancorché più elevato dei 38 anni) ad una età inferiore a 62 anni.

Ma la cosa che appartiene ad un altro mondo riguarda l’altra via d’uscita che viene proposta all’insegna della flessibilità: il pensionamento con 20 anni di contributi a partire da 62 anni. Ciò significa, in sostanza, abbassare di 5 anni – a parità di contribuzione minima – il trattamento di vecchiaia (ora a 67 anni e 20 di contributi). E aprire una prateria per l’esodo delle lavoratrici, che, per la loro posizione nel mercato del lavoro non riescono in generale ad accumulare lunghi periodi di anzianità contributiva. Ora, è assolutamente vero che le donne – in conseguenza della parificazione con gli uomini – siano il genere che ha visto crescere di più il requisito anagrafico; ma che senso avrebbe tornare vistosamente indietro? A volerlo leggere si comprende il messaggio che proviene dalle proposte dei sindacati anche per quanto riguarda i giovani, ai quali, anziché il lavoro, si assicura che da anziani avranno comunque una “pensione di garanzia”, perché non sarebbero altrimenti in grado di procurarsela lavorando da precari. Ha proprio ragione Irene Tinagli, vice segretaria del Pd, quando in una intervista a Il Foglio afferma: “in Italia ci si è ammalati troppe volte di pensionite’’ ovvero dell’idea che tutti i problemi si possono risolvere mandando i lavoratori in pensione.

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