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Vaccinazioni globali

Mediante i vaccini, il mondo va messo in sicurezza rispetto al Covid-19, cominciando dai sanitari e dagli over-50. Fortunatamente, come ci spiega Gianpiero Dalla Zuanna, nei paesi poveri questa fascia d’età è relativamente poco numerosa, e quindi l’obiettivo di vaccinarli velocemente può essere rapidamente raggiunto, se i paesi ricchi faranno la loro parte

L’Italia si avvia a uscire dal tunnel della pandemia, grazie alla grande accelerazione delle vaccinazioni. Se non si diffonderanno varianti più contagiose e aggressive, con 500-600 mila dosi al giorno in meno di due mesi potremmo raggiungere in Italia l’immunità di gregge: la percentuale di vaccinati sarà sufficientemente alta da garantire anche alle persone non vaccinate un rischio di contagio assai contenuto. Fino a quel giorno, dovremo mantenere alcune regole di prudenza: mascherine e distanziamento (in particolare nei luoghi chiusi) e lavaggio accurato delle mani, perché il virus del Covid-19 continua a circolare.

A quel punto, però, non saremo ancora tornati alla normalità. Innanzitutto, in Italia è necessario vaccinare anche i non residenti, in particolare i 500 mila stranieri non regolari. Non siamo in grado di espellerli, né possiamo permetterci di convivere con un così ampio gruppo di persone prive di controlli sanitari, che spesso vivono in assembramenti favorevoli a rapidi contagi.

È inoltre necessario che le vaccinazioni raggiungano tutti i luoghi del mondo, in modo da poter allentare anche le regole per gli spostamenti internazionali. Ciò è fondamentale per l’Italia, che produce il 15% del PIL grazie al turismo, ha un’intensissima attività di import-export e continui interscambi di persone con gran parte dei paesi del mondo. Oggi, ad esempio, chi da tutto il mondo si reca in Cina deve fare 3-4 settimane fra quarantena (a sue spese) in luoghi dedicati e confinamento in casa.

L’ideale sarebbe vaccinare i sette miliardi e 795 milioni di individui che vivono oggi sulla Terra. Si tratta evidentemente di una sorta di mission impossible, almeno nel breve-medio periodo. In realtà, se focalizziamo meglio l’obiettivo, può essere possibile almeno evitare abbastanza rapidamente gli effetti più nefasti del virus. Innanzitutto, conviene vaccinare subito e ovunque gli operatori sanitari. In secondo luogo, sulla falsariga di quanto si è fatto nei paesi ricchi, vanno vaccinate le persone con più di 50 anni, perché per i più giovani il virus solo raramente dà sintomi importanti. In Africa vivono oggi un miliardo e 342 milioni di persone, ma “solo” 150 milioni di loro ha più di 50 anni (la metà rispetto alla vecchia Europa). Lo stesso accade, anche se in misura meno “estrema”, in Asia e in America Latina (tabella 1).

Sono numeri gestibili, anche se non vanno sottovalutati gli enormi problemi logistici. Fortunatamente i grandi organismi internazionali – OMS in testa – hanno grande esperienza di vaccinazioni, anche se concentrate per lo più sui bambini. Conviene iniziare a vaccinare nelle città, a partire dalle megalopoli, dove la probabilità di contagio è più elevata, e dove è più facile raggiungere rapidamente un gran numero di ultracinquantenni. Saranno i paesi ricchi a doversi far carico dei costi di questa grande operazione di salute pubblica. Il miliardo di dosi che, durante il G7, Boris Johnson ha proposto di destinare ai paesi poveri può essere sufficiente per vaccinare gran parte degli ultracinquantenni, annullando gli effetti più aggressivi della pandemia.

Saranno soldi ben spesi, anche perché diminuendo la circolazione internazionale del virus abbasseremo la probabilità dello sviluppo di nuove varianti, più resistenti ai vaccini. Poi, se il virus non perderà di aggressività, dovranno essere vaccinati anche i giovani, per ridurre drasticamente la circolazione del virus è abbassare la probabilità della nascita di nuove varianti, più resistenti agli attuali vaccini. In un mondo globalizzato, nessuno si salva da solo.

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