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Sedici anni son pochi? L’età al voto e il deficit democratico

Il voto ai sedicenni rischia di essere una delle tante boutade che adorna il teatro della politica. Tuttavia, come ci raccontano Gianpiero Dalla Zuanna e Andrea Zannini, questa proposta prende una luce diversa se inquadrata in una prospettiva più ampia, che tenga conto dei macro-cambiamenti demografici e culturali.

La riflessione sull’innalzamento dell’età al voto corre il rischio di essere sequestrata dalle ragioni della politica e ridursi al mero calcolo del cui prodest. Se inquadrata in una prospettiva più ampia, che tenga conto dei macro-cambiamenti demografici, può invece aiutare a prendere un orientamento più consapevole, meno influenzato dalle ragioni dell’immediatezza.

L’apertura al voto dei diciottenni ha avuto luogo nelle democrazie occidentali nel secondo dopoguerra e soprattutto negli anni ’60 e ’70. E’ un fenomeno che andrebbe considerato nel contesto dell’introduzione del suffragio femminile, ma che è stato in primo luogo l’effetto della scolarizzazione di massa: nelle moderne società industriali, in cui l’istruzione dell’obbligo ha progressivamente allungato la scolarità (il numero di anni medi di scuola pro capite), è divenuto difficile sostenere che chi aveva dieci o più anni di istruzione alle spalle non potesse esercitare quel diritto di cui disponevano i suoi genitori o nonni, poco o per nulla alfabetizzati. Ma influirono anche altri aspetti, quali la crescente importanza della nuova categoria sociale dei “giovani”. Frantumate le società tradizionali nelle quali l’anzianità e la saggezza prevalevano, le moderne società di massa elevarono i giovani a nuovi trend setters, nuova categoria di riferimento per i consumi e i comportamenti: da qui la richiesta, e il riconoscimento, di contare politicamente di più.

Nel frattempo, tuttavia, il grande cambiamento iniziato nel secolo prima, la transizione demografica, stava modificando le grandezze in gioco. Mentre scoloriva fino a scomparire il ruolo autorevole degli anziani tipico delle società patriarcali, le coorti d’età più avanzate si sarebbero “vendicate” guadagnando silenziosamente uno spazio sempre maggiore nel panorama elettorale delle democrazie liberali. Complici la denatalità e gli spettacolari successi della medicina e del welfare, tra XX e XXI secolo i corpi elettorali dei Paesi che vantano il reddito pro-capite più elevato hanno visto crescere in modo impressionante la curva dell’indice di vecchiaia, un indicatore che è normalmente utilizzato per segnalare le emergenze nel mercato del lavoro e raramente per il suo significato in termini democratici.

L’invecchiamento del corpo elettorale

In un paper di quale anno fa, l’inglese Intergenerational Foundation prevedeva che l’età del votante medio sarebbe stata nel Regno Unito di 52 anni nel 2021 e di 54 anni nel 2051: in Italia, oggi l’età mediana dell’elettore è 51, e secondo le previsioni Istat nel 2030 sarà 54 anni, nel 2040 sarà 57 anni1. Questo rapido incremento è dovuto all’aumento della vita media nelle età anziane (la speranza di vita a 60 anni passa da 19 a 25 anni dal 1979 al 2019), all’ingresso dei baby boomer nella terza e quarta età (gli italiani ultraottantenni erano un milione nel 1970, tre milioni e 400 mila nel 2010, e secondo l’Istat saranno otto milioni nel 2050), al basso numero di nascite del quarantennio 1980-2020 (ventun milioni, contro trentacinque milioni del quarantennio precedente): mancate nascite rimpiazzate solo molto parzialmente dalle immigrazioni dall’estero.

Nel 2018, quando ci sono state in Italia le ultime elezioni politiche, i cittadini italiani residenti in Italia che avevano 18 anni, dunque i potenziali elettori, erano 530 mila ed erano numerosi quanto i cittadini italiani di 79 anni! La pandemia Covid-19, nonostante l’elevata incidenza tra le classi d’età più anziane, modificherà di poco tale tendenza, cosicché la Next Generation EU è oggi, di fatto, decisa da coloro che sono stati eletti dalla Past Generation pre-EU.

La soluzione non risiede tuttavia semplicemente nell’abbassare l’età al voto a 16 anni, una strada già percorsa da alcuni Paesi, Cuba in testa, che prevedono tale diritto per alcuni tipi di elezione o in modo facoltativo rispetto all’obbligatorietà del voto dai 18 anni in poi. Come stanno dimostrando alcuni studi, senza accompagnare tale allargamento a un maggior coinvolgimento dei giovani nella vita politica, anche questa soluzione sortisce scarsi effetti. Dal punto di vista più strettamente demografico, poi, aggregando al corpo elettorale due nuove coorti di italiani sedicenni e diciassettenni, all’incirca un milione di nuovi potenziali elettori, a causa della presente soverchiante e crescente di elettori anziani, l’età dell’elettore mediano si abbasserebbe solo di pochi mesi.

Altre riforme possibili (e molto opportune)

Per aumentare il peso elettorale dei giovani italiani, altre riforma dell’elettorato attivo e passivo ci sembrano assai più urgenti, in particolare con riferimento al Senato. Oggi l’età minima per essere eletti senatori è di quarant’anni, mentre i votanti per il Senato debbono averne compiuti venticinque. Per contro i deputati, che debbono avere almeno venticinque anni, vengono eletti da chi ha compiuto il diciottesimo compleanno. Questa differenza fra i due rami del Parlamento porta a due gravi distorsioni. In primo luogo, la diversità fra i due elettorati attivi può generare maggioranze diverse nelle due Camere, complicando assai l’attività del Governo, e questo problema è ulteriormente accentuato dai due diversi sistemi elettorali di Camera e Senato. In secondo luogo, poiché in Italia vige il bicameralismo ripetitivo, ogni legge deve essere approvata in modo identico da Camera e Senato, e quindi i senatori ultraquarantenni hanno una sorta di “diritto di veto” anche sulle leggi che interessano i giovani. Per dare più “potere” ai giovani e per evitare distorsioni nella rappresentanza, è urgente allineare gli elettorati – attivo e passivo – dei due rami del Parlamento, mediante le opportune riforme costituzionali.

Un altro deficit democratico tipico del nostro paese è la ritardata aggregazione al corpo elettorale dei cittadini stranieri, che possono votare ed essere eletti solo quando diventano cittadini italiani, ossia dopo almeno dieci anni di residenza continuativa in Italia e due-tre anni di successivo iter burocratico. In altri Paesi, i tempi sono molto più contenuti, e per le elezioni amministrative l’elettorato attivo spetta anche ai cittadini stranieri residenti da qualche anno: viene applicato il sacrosanto principio secondo cui quanti pagano le tasse e contribuiscono alla vita di una comunità hanno anche il diritto (e il dovere) di eleggerne gli organi di governo (No taxation without representation). Oggi in Italia risiedono quattro milioni di stranieri maggiorenni, e metà di loro ha meno di quarant’anni. Di conseguenza, modernizzando le leggi italiane sulla cittadinanza e allargando il diritto di voto agli stranieri per le elezioni amministrative, la rappresentanza delle coorti più giovani verrebbe notevolmente accresciuta.

Per inciso, si verifica in Italia un’ulteriore distorsione, poco nota. Il numero dei deputati e dei senatori che spettano a ogni regione viene stabilito guardando alla numerosità non del corpo elettorale, ma della popolazione legale, stabilita a ogni censimento, e tale popolazione include anche gli stranieri. Alle elezioni politiche del 2013 e del 2018, quindi, sulla base del Censimento del 2011, essendo il numero totale dei deputati e senatori fissato dalla Costituzione, i parlamentari del Centro-Nord furono incrementati, e quelli delle regioni del Mezzogiorno diminuiti. Quindi, le regioni con un maggior numero di stranieri eleggono ora un maggior numero di parlamentari, ma senza che gli stranieri stessi abbiano voce in capitolo per determinare la loro elezione, e – naturalmente – senza poter essere eletti nelle pubbliche assemblee. Una cosa simile avviene per la determinazione della numerosità di un consiglio comunale: il numero di consiglieri è legato alla popolazione legale, che include gli stranieri, ma gli stranieri non comunitari non fanno parte né dell’elettorato attivo né di quello passivo. E poiché gli stranieri sono molto più giovani degli italiani, questi meccanismi si traducono in sovra-rappresentanza degli anziani e sotto-rappresentanza delle coorti giovanili.

Il valore simbolico del voto ai sedicenni

Al di là di queste importanti e urgenti modifiche istituzionali, l’opportunità di estendere il voto ai sedicenni va attentamente considerata. Come abbiamo visto, l’abbassamento della maggior età e il conseguente voto ai giovani venne introdotto in tutto l’Occidente in un periodo di accentuata enfasi sul ruolo trascinatore e innovatore dei giovani sulla vita collettiva, sulla spinta di una loro maggior scolarizzazione e partecipazione alla vita pubblica. L’allargamento ai sedicenni potrebbe avere oggi, innanzitutto, giustificazioni demografiche, per contrastare l’invecchiamento del corpo elettorale, dovuto al mix tra denatalità e aspettativa prolungata di vita per i baby boomers, che creerà nei prossimi decenni un deficit crescente di potere democratico per le coorti giovanili. Ma vi possono essere anche motivazioni culturali ( promuovere l’innovazione, dando voce elettorale ai nativi digitali) ed educative, per spingere gli adolescenti, che dispongono oggi di una possibilità enorme di acquisire informazioni, di farsi presto carico dalla complessità della vita collettiva e del senso della vita democratica.

È vero che le coorti di età non sono gruppi sociali statici, ma semplici stadi che tutti noi “attraversiamo” e che le condizioni di salute stanno cambiando il concetto stesso di vecchiaia – come dimostra il 78enne Biden, il presidente più anziano nella storia degli Stati Uniti – ma il succo del problema non cambia: il potere democratico di voto è e sarà sempre più saldamente in mano nelle mani di uomini e donne non più giovani, cioè di coloro per i quali le conseguenze delle scelte politiche attuali avranno un impatto meno prolungato nel tempo. Il voto ai sedicenni, anche se scalfirebbe appena la crescente maggioranza degli elettori con i capelli grigi, potrebbe essere un segnale importante per una società rivolta più al futuro che al passato.

Per saperne di più

Craig Berry, The rise of gerontocracy? Addressing the intergenerational democratic deficit, Intergenerational Foundation, 2012, https://www.if.org.uk/wp-content/uploads/2012/04/IF_Democratic_Deficit_final.pdf

Jan Eichhorn, Johannes Bergh (eds.), Lowering the Voting Age to 16. Learning from Real Experiences Worldwide, Palgrave Macmillan, 2020

Giovanni Levi, Jean-Claude Schmitt (a c. di), Storia dei giovani, Roma-Bari, Laterza, 1994, 2 voll.


1 Vedi http://demo.istat.it/

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