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Il “crimine sofisticato” della tratta delle donne

Nell’ultimo decennio in Europa la tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale ha acquisito sempre più rilevanza e visibilità. Ma il trafficking si configura come un fenomeno dai contorni sfumati, soggetto a continue evoluzioni e difficilmente riconducibile ad un modello interpretativo univoco. Esso è strettamente intrecciato con eventi epocali anch’essi in rapida trasformazione: i processi di globalizzazione dell’economia e delle informazioni, le migrazioni internazionali, gli effetti innescati dalla caduta dei regimi comunisti nei paesi dell’Est, l’aumento dei livelli di povertà, i processi di allargamento dell’Unione Europea. In tale scenario, un segmento consistente della domanda migratoria irregolare è costituito da giovani donne che si affidano all’assistenza di organizzazioni criminali transnazionali in grado di garantire una serie di servizi finalizzati al trasferimento e all’introduzione dei migranti nei paesi di destinazione.

Definire il
trafficking

Ma cosa si intende per trafficking? Un consenso internazionale sulla definizione di tratta è stato raggiunto solamente in tempi recenti in occasione della Convenzione ONU sulla criminalità organizzata transnazionale (Palermo, 2000). Nei Protocolli addizionali si distinguono due fattispecie di reato, lo smuggling (attività di favoreggiamento dell’emigrazione clandestina) e il trafficking, inteso propriamente come:
il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone; mediante l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di qualsiasi altra forma di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere sfruttando una posizione di vulnerabilità (…); a scopo di sfruttamento della prostituzione altrui o di altre forme di sfruttamento sessuale, lavoro forzato, schiavitù o pratiche analoghe, servitù o prelievo degli organi.
Se nel caso dello smuggling la criminalità organizzata agisce come una sorta di agenzia di servizi, offrendo un pacchetto di attività che comprende il trasferimento da un paese all’altro, la disponibilità di documenti falsi, l’alloggio in apposite strutture, l’intermediazione per l’inserimento nel mercato nero, nel caso del trafficking il fine esclusivo del reclutamento attraverso i mezzi coercitivi sopra menzionati è lo sfruttamento del migrante (Romani, 2004). Nella pratica, tuttavia, la linea di confine tra le due fattispecie di reato è tutt’altro che netta, se si considera che spesso la vittima non conosce lo scopo ultimo dello spostamento, né le circostanze in cui si troverà una volta giunta a destinazione (Commissione Europea, 2005). Inoltre, poiché durante il viaggio il soggetto può entrare in contatto con organizzazioni e soggetti diversi, la sua condizione è suscettibile di mutamenti profondi lungo il continuum autonomia/coercizione.
L’entità del fenomeno
La natura illegale del fenomeno non consente di quantificarne con attendibilità il volume. Secondo alcune fonti, annualmente nel mondo le persone trafficate da uno stato all’altro ammonterebbero a circa 800 mila, di cui l’80% donne (U.S. Department of State, 2007). In Europa le donne e i minori trafficati ogni anno dai Balcani e dall’Europa dell’Est sarebbero rispettivamente 120 e 200 mila (Lehti, 2003), contro i 500 mila stimanti dall’UNODC (2006). In Italia si dispone solamente di dati frammentari: secondo il Dipartimento per le Pari Opportunità, tra il 2000 e il 2006 più di 11.500 persone sono state inserite in programmi di protezione sociale.
La mancanza di dati affidabili è imputabile innanzitutto all’assenza di una definizione omogenea di trafficking nei diversi contesti legislativi europei, che riflette sia ritardi colpevoli nell’aggiornare la normativa interna in base a quella internazionale, sia l’esistenza di orientamenti ideologici divergenti rispetto alla prostituzione di stampo neo-regolamentarista (ad esempio in Germania e in Olanda), abolizionista (Italia, Francia) o proibizionista (Svezia). Ciò fa sì che spesso la tratta venga sovrapposta e confusa con l’immigrazione irregolare tout court. Inoltre, non è attualmente presente un sistema centralizzato predisposto a raccogliere e rielaborare i dati sulle persone trafficate, traendoli da fonti diverse (istituzioni governative e non governative, ricerche nazionali e regionali ad hoc, media, ecc.) al fine di produrre statistiche comparabili a livello internazionale (Laczko e Gozdziak, 2005).
Un crimine sofisticato
Le definizioni dei Protocolli risultano particolarmente rilevanti e innovative, in quanto, non equiparando la tratta alla riduzione in schiavitù, e quindi all’asservimento totale alla volontà altrui, restituiscono una visione articolata e differenziata dei percorsi di coinvolgimento. Tali definizioni, difatti, fanno riferimento a una pluralità di mezzi di coercizione che si estende ben oltre la mera violenza fisica fino a comprendere l’inganno, l’abuso di potere e lo sfruttamento di una condizione di vulnerabilità. D’altro canto, come osserva Ambrosini (2002), i concetti di tratta e di schiavitù sono mutuati da altre epoche storiche, da cui traggono forza simbolica, risonanze emotive, capacità di suggestione, ma anche rischi di indeterminatezza analitica e fragilità giudiziaria.
Il trafficking si configura quindi come un crimine sofisticato, posto nel punto di intersezione tra diritto alla mobilità e violazione dei diritti umani. Nella realtà concreta, comprende situazioni multiformi e sfumante, che sembrano collocarsi in maniera mobile e flessibile lungo l’asse coercizione/consenso. Nello studio di tale fenomeno è dunque necessario assumere una prospettiva che tenga conto dell’esistenza di molteplici forme di condizionamento della volontà dei migranti. La “costruzione del consenso”, infatti, non si avvale soltanto di strumenti coercitivi e violenti, ma anche di strategie sottili di manipolazione affettiva e psicologica che spesso le stesse vittime stentano a riconoscere[1].

[1] Ma che può emergere con opportune tecniche di indagine, quali l’utilizzo congiunto dell’intervista biografica e dell’osservazione partecipante (Baldoni, 2007). La ricerca, basata sui racconti di vita di donne dell’Est Europa inserite in programmi di protezione sociale in applicazione dell’art. 18 del d. lgs. n. 286/98, era focalizzata sui fattori che hanno favorito l’ingresso nel meccanismo del trafficking, le modalità di reclutamento e trasferimento, l’ esperienza di sfruttamento sessuale e le circostanze di fuoriuscita. Essa ha consentito inoltre di focalizzare l’attenzione sul percorso di reinserimento sociale, illustrando ­ in tutta la loro problematicità ­ le diverse tappe verso l’autodeterminazione.
Per approfondire
Ambrosini M. (a cura di) (2002) Comprate e vendute. Una ricerca su tratta e sfruttamento di donne straniere nel mercato della prostituzione, Franco Angeli, Milano.
Baldoni E. (2007) Racconti di trafficking. Una ricerca sulla tratta delle donne straniere a scopo di sfruttamento sessuale, Franco Angeli, Milano.
Romani P. (2004) Il ruolo della criminalità organizzata nel traffico degli esseri umani, in Carchedi F. (a cura di), Prostituzione migrante e donne trafficate. Il caso delle donne albanesi, moldave e rumene, Franco Angeli, Milano.
Commissione Europea (2005) Tratta degli esseri umani. Rapporto del gruppo di esperti nominato dalla Commissione Europea, versione italiana a cura di Costella P., Orfano I., Rosi E., Roma.
Laczko F., Gozdziak E. (eds) (2005) Data and Research on Human Trafficking: A Global Survey, IOM, Geneva.
Lehti M. (2003) Trafficking in Women and Children in Europe, HEUNI paper No.18, The European Institute for Crime Prevention and Control affiliated with the United Nation, Helsinki (www.heuni.fi).
UNODC (2006) Trafficking in Persons: Global Patterns, http://www.unodc.org/unodc/trafficking_persons_report_2006-04.html.
U.S. Department of State (2007) Trafficking in Persons Report, June.
e-mail:emiliana.baldoni@fastwebnet.it

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