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Le anti economiche impari opportunità delle donne in Italia

Letizia Mencarini
Nei media le classifiche si rincorrono, così come i titoli allarmistici: le donne italiane soffrono di una grave mancanza di parità di condizioni e di opportunità rispetto agli uomini, e in nessun altro paese dell’Unione Europea si sta peggio che nel nostro. È questa l’inevitabile conclusione cui si giunge analizzando i dati del Rapporto “Global Gender Gap” del World Economic Forum (http://www.weforum.org/en/initiatives/gcp/Gender%20Gap/index.htm).

Da una classifica stilata secondo l’indice complessivo del gap di genere, su 128 paesi del mondo presi in considerazione, l’Italia è 84esima (tabella), con un indice di parità pari al 65% (il 100% è la parità assoluta). In testa alla classifica si trovano i paesi scandinavi, seguiti in quinta posizione dalla Nuova Zelanda. L’Italia non è solo l’ultimo paese dell’Unione Europea, ma è sullo stesso livello di alcuni paesi africani ed è superato, di oltre dieci posizioni, da paesi quali la Cina o la Bolivia.

Ma perché siamo “finiti così in basso”? L’indice complessivo tiene conto di moltissimi indicatori che si riferiscono essenzialmente a quattro aree: l’istruzione, la salute e la sopravvivenza, la partecipazione e le opportunità economiche e, infine, la partecipazione e il potere politico.

Gli indici che sintetizzano le prime due dimensioni hanno valori prossimi al massimo e quindi indicano una situazione di quasi parità di condizioni e opportunità tra i due generi nei fondamentali campi dell’istruzione e delle condizioni di salute e sopravvivenza.

Riguardo invece alla partecipazione politica l’indice è dell’8,7%: una donna italiana, quindi, non ha neanche un decimo di partecipazione e potere politico rispetto agli uomini. Una situazione di gravissima disparità, che vede l’Italia 80esima nella classifica mondiale. L’accesso alla politica per le donne rimane addirittura del tutto negato in alcuni paesi (quali ad esempio Arabia Saudita o Yemen), e, sotto questo profilo, l’Italia non è il fanalino di coda della EU, perché peggio di noi fanno Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca e Grecia.

Lo scivolone in fondo alla classifica del gap di genere per l’Italia è infatti essenzialmente determinato dalla 101esima posizione riguardo alla partecipazione e alle opportunità economiche di genere: solo il 54,3% per le donne italiane rispetto agli uomini. Altro che pari-opportunità! L’indice tiene conto non solo della bassa partecipazione lavorativa delle donne italiane, ma anche degli sfavorevoli differenziali salariali e della scarsa presenza in posizioni lavorative elevate.

Nulla di nuovo: già da anni le Nazioni Unite calcolano indici simili, rendendo note sia le differenze di genere interne all’Italia che l’arretrata situazione del paese nel panorama di quelli sviluppati ( si veda http://hdrstats.undp.org/countries/data_sheets/cty_ds_ITA.html e anche

E allora perché tanto scalpore? Perché il rapporto del World Economic Forum mette in evidenza con forza come lo sviluppo economico e la competitività di un paese siano fortemente correlati alla posizione economica delle donne nel sistema, anche nei paesi ad alto reddito. “L’altra metà del cielo” è fatta di risorse umane con un enorme potenziale economico. Del resto, già da tempo il prestigioso Economist si occupa della cosiddetta “womenomics” (si vedano articolo su Donne ed economia mondiale del 12 aprile 2006

e del 19 aprile 2007, http://www.economist.com/finance/displaystory.cfm?story_id=9038760): la stima è che in Italia – nonostante il rallentamento della crescita – un extra 0,3% all’anno potrebbe essere aggiunto alla crescita del PIL dal contributo al sistema economico delle “sottoutilizzate” signore.
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