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Sempre più decessi: invecchiamento longevità e fragilità

Vittorio Filippi
immagine di un gelido inverno che porterà a tanti decessi

Com’è noto, il 2015 fu l’anno nel quale la mortalità registrò una crescita inattesa. Circa 648 mila decessi, 50 mila in più rispetto all’anno prima e comunque lontani dalla media del decennio precedente pari a circa 580 mila morti all’anno, seppure con un modesto picco (613 mila) nel 2012. Il dato è stato poi ridimensionato nella sua apparente gravità analizzando la struttura per età: il numero degli ultranovantenni è infatti aumentato del 40% tra il 2009 e il 2015 in conseguenza delle forti fluttuazioni delle nascite avvenute novant’anni prima in conseguenza delle vicende belliche ed epidemiologiche¹. I dati dell’Istat (che però si fermano proprio al 2014) segnalano che i tassi standardizzati di mortalità (ma non i decessi!) si riducono ampiamente (dal 2003 al 2014 il calo è del 23%), mentre le prime tre cause di morte (malattie ischemiche del cuore, malattie cerebrovascolari ed altre malattie cardiache) hanno visto, in quel periodo, una robusta contrazione del relativo tasso di mortalità pari al 35% ².

Struttura per età, longevità e andamento dei decessi

La forza dominante del futuro andamento delle nascite risiede nel veloce processo di invecchiamento della popolazione per effetto dell’ingresso nella terza e quarta età delle affollate generazioni dei baby boomer (i nati dal dopoguerra ai primi anni settanta, con il picco del 1964). L’inevitabile conseguenza sarà un aumento dei decessi nei prossimi decenni. Infatti, secondo le recenti previsioni dell’’Istat³, il numero dei morti passerà dai 671 mila del 2025 ai 768 mila del 2045 per toccare infine il picco massimo di 852 mila unità nel 2058. Dopodiché, esauritasi l’onda lunga di quella lontana demografia generosa, il numero dei morti scenderebbe a 821 mila nel 2065 (anno limite delle previsioni). La seconda forza – apparentemente contraddittoria – sta nella longevità, che pur senza arrivare a toccare i 150 anni di vita nel 2050 come sogna Yuval Harari nel suo Homo Deus [4] , porterebbe entro il 2065 la speranza di vita maschile, in Italia, a superare gli 86 anni e quella femminile ad oltrepassare i 90 (grosso modo sei anni in più rispetto a oggi (2015). I centenari, di conseguenza, dagli attuali 18 mila diverrebbero alla metà del secolo circa 157 mila, marcatori viventi della crescente longevità.

La crescente fragilità della popolazione

Nei primi quattro mesi dell’anno in corso l’Istat ha contabilizzato 240 mila decessi, il 10,6% in più rispetto all’analogo periodo del 2016 e quasi uguali al numero del primo quadrimestre dell’anno “critico” 2015. In realtà, dettagliando i decessi per mese, si nota che il dato eccezionalmente alto riguarda solo il mese di gennaio (più 34%, pari ad un valore assoluto di ben 20 mila morti in più), mentre i decessi di febbraio e marzo sono all’incirca pari a quelli avvenuti dodici mesi prima, e quelli di aprile sono leggermente inferiori a quelli dell’aprile del 2016. La spiegazione del picco d’inizio anno viene fornita dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha rilevato nelle due ultime settimane di dicembre 2016 e nelle quattro di gennaio 2017 una crescita della mortalità degli anziani del 15% (e addirittura del 42% nella settimana di picco, la seconda di gennaio) rispetto al valore atteso e potenzialmente attribuibile all’epidemia influenzale. Un’epidemia dovuta non solo alla particolare aggressività del virus, ma anche alla insufficiente copertura vaccinale degli anziani (sotto il 50%, nonostante che l’obiettivo minimo dell’OMS e del Ministero della salute sia il 75%)[5]

Fragilità e harvesting effect

Al di là degli specifici episodi di natura congiunturale, è ormai chiaro che l’invecchiamento longevo della popolazione innesca una inevitabile e crescente fragilizzazione (biologica, psichica, talvolta anche relazionale ed economica) che favorisce ciò che in epidemiologia si chiama harvesting effect, per cui fatti eccezionali o episodici come inverni particolarmente freddi, influenze virulente, ondate di calore estive (sarà interessante vedere i dati di mortalità dell’agosto eccezionalmente canicolare appena trascorso), oscillazioni rapide della temperatura ed altri eventi ancora (tra l’altro spesso non prevedibili) generano picchi inattesi di decessi “anticipati” interessanti persone particolarmente defedate e dalla salute compromessa che probabilmente sarebbero comunque morte nel breve periodo. Va da sé che questa terza tendenza è connessa alle condizioni di salute degli anziani che in Italia, dopo i 75-80 anni, presentano un quadro non soddisfacente, peggiore rispetto alla media europea. Sopra gli 80 anni, ad esempio, quasi due terzi (64%) dei grandi anziani italiani presentano almeno tre patologie croniche (comorbilità o multicronicità) e quindi condizioni di salute inevitabilmente complesse e rischiose[6] .

In conclusione, la fragilizzazione della salute, soprattutto nelle età avanzate, è il prezzo attualmente pagato all’aumento della longevità e richiede politiche sanitarie ed assistenziali impegnative e innovative.

Note

¹Una strage o solo un dato statistico? Il surplus di decessi nel 2015, “Epidemiologia & Prevenzione”, 1, 2016

²Istat, L’evoluzione della mortalità per causa: le prime 25 cause di morte, 4 maggio 2017

³Istat, Il futuro demografico del paese, 26 aprile 2017

[4] Y. N. Harari Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani 2017

[5] Istituto Superiore di Sanità, Influenza, nell’inverno cresciuta in tutta Europa la curva di mortalità degli anziani, comunicato n. 16/2017

[6] Istat, Anziani: le condizioni di salute in Italia e nell’Unione Europea, 26 settembre 2017.

 

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