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Rafforzare il capitale umano dei giovani migranti: iniziamo dalla cittadinanza

Gianpiero Dalla Zuanna
foto di giovani migranti

La proposta di legge sulla cittadinanza ai giovani stranieri – già approvata dalla Camera e ora in discussione al Senato – è tutt’altro che rivoluzionaria: se passerà, l’Italia si troverà con una normativa molto migliore di quella attuale, ma comunque fra le più prudenti fra quelle in vigore nei grandi stati europei. Eppure, molte forze politiche sono ferocemente contrarie. Ci sono ragioni di propaganda, perché con il miglioramento dell’economia, il tema degli stranieri è diventato quasi l’unico appiglio cui possono aggrapparsi le forze di opposizione. Tuttavia, c’è anche una motivazione più insidiosa, molto diffusa nel paese, che echeggia anche negli interventi di alcuni intellettuali, primo fra tutti quello di Ernesto Galli Della Loggia, già criticato su Neodemos da Ferruccio Pastore. Sostanzialmente, si postula l’impossibilità di integrare alcune tipologie di immigrati. Alla radice di queste argomentazioni, sta l’idea che gli immigrati riproducano – nel paese d’arrivo – i modi di pensare e di agire del paese di provenienza, mantenendoli o addirittura accentuandoli nel corso del tempo. Questo modo di vedere le migrazioni è sbagliato, per almeno tre motivi.

Migrazione è selezione

Innanzitutto, i migranti – specialmente quelli cosiddetti economici – non sono un campione estratto casualmente dalla popolazione di provenienza. Sono invece selezionati fra le persone più intraprendenti, quelle che più hanno voglia di migliorare la propria situazione di vita. Spesso questa selezione viene operata in modo “scientifico”, all’interno di gruppi familiari, che raggranellano i soldi per permettere al giovanotto ritenuto il migliore fra loro di tentare l’avventura, in modo da massimizzare le sue probabilità di successo, con conseguente invio di cospicue rimesse verso il paese d’origine.

Migrazione è diventare simili

Conseguentemente, questi migranti sono spinti da un grande desiderio di diventare simili alle persone della società di accoglienza. Certo, si tratta prima di tutto di un’assimilazione economica, enfatizzata proprio dal processo di selezione che ho appena delineato: vogliono comprarsi la casa, la macchina, i beni di consumo che vedono appartenere a chi vive da tempo nel loro nuovo luogo di vita. Tuttavia, i dati mostrano che si realizzano anche processi di assimilazione culturale, particolarmente intensi per le seconde generazioni, che investono anche i caratteri più intimi. Ad esempio, i bambini arrivati in Italia da società dove la religione ha un posto molto importante, vivono accelerati processi di secolarizzazione, che dopo qualche anno li vedono pregare e frequentare i riti religiosi con la stessa blanda intensità dei loro coetanei italiani.¹

Occidentalismo

Quanto appena descritto, è uno degli aspetti del processo di occidentalizzazione, da decenni in corso, parallelamente alla globalizzazione economica. Sono i valori (non solo positivi) dell’occidente a cui tutto il resto del mondo guarda². Questa occidentalizzazione procede assieme alla diffusione dell’istruzione, di pratiche sanitarie moderne, del controllo della fecondità. Anche l’estremismo islamico può essere letto come la reazione a questo processo, che alla lunga si esaurirà, come accade al disperato tentativo di restaurare in Europa l’antico ordine, dopo il Congresso di Vienna. Per un po’ fu un successo, ma poi tutto cambiò.

I rischi dell’integrazione mancata

Tutto bene quindi? Basta attendere che la storia faccia il suo corso? Non è così. L’integrazione può essere più o meno accelerata dalle politiche messe o non messe in atto dai paesi di arrivo. Se l’obiettivo dei migranti è di salire la scala sociale, o almeno di farla salire dai loro figli, se la mobilità sociale rimane una chimera, rischiano di svilupparsi risentimento e frustrazione, che possono trovare una facile base ideologica nell’estremismo religioso. Quindi, è importante disegnare un nuovo quadro normativo e mettere in atto azioni attive per favorire l’ansia di successo dei migranti e dei loro figli, perché ciò è conveniente sia per i nuovi che per i vecchi italiani.

Riformismo migratorio

Va modificata tutta la legislazione sulle migrazioni, a partire dall’attuale Testo Unico (la leggi Bossi Fini), in particolare nella parte che (non) regola gli ingressi regolari. La proposta di legge a iniziativa popolare “Ero Straniero”, attualmente in fase di raccolta firme, mi sembra un’ottima base per la prossima legislatura. Nel frattempo, in questi pochi mesi che restano al Senato prima delle elezioni, va senz’altro approvata la legge sulla cittadinanza dei giovani stranieri anche perché – giunti a questo punto – non farlo vorrebbe dire mettere da parte la dignità, per cedere alle pressioni della propaganda e della ingiustificata paura. Infine, si dovrebbe incentivare in ogni modo la costruzione del capitale umano e sociale dei giovani migranti, in particolare favorendo il loro successo scolastico. Perché serve a poco avere la patente di cittadini se poi non si riesce a sedere “alla pari” (o meno “alla dispari”) con i figli degli italiani nel banchetto della vita.

Note

¹G. Dalla Zuanna, P. Farina e S. Strozza (2009): “Nuovi italiani: i figli degli immigrati cambieranno il nostro paese?”, il Mulino, Bologna; M. Barbagli e C. Schmoll (2011): “La generazione dopo”, il Mulino, Bologna.

²R. Jayakody, ‎A. Thornton e ‎W. Axinn (2008), International Family Change: Ideational Perspectives, Taylor & Francis, New York; I. Courbage e E. Todd (2009) “L’incontro delle civiltà”, Tropea, Milano.

 

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