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Malta: l’approdo sbagliato

Massimo Livi Bacci

Oltre 10.000 migranti sono sbarcati irregolarmente sull’isola di Malta nel quinquennio 2004-2008. Si tratta di una cifra enorme se commisurata alla popolazione dell’isola (poco più di 400.000 abitanti): è come se in Italia, nello stesso periodo, di sbarchi irregolari (a Lampedusa o sulle coste della Sicilia, o altrove) ne fossero avvenuti un milione e mezzo, anziché dieci volte meno. Poiché l’isola è minuscola – 316 kmq, non molto più grande dell’isola d’Elba – e molto densamente popolata (1300 abitanti per kmq, mentre in Italia non arriviamo a 200), l’impatto fisico di questa immigrazione inattesa è ancora maggiore. Ma perché tanti immigrati finiscono a Malta, piccola, terra tradizionale di emigrazione, con un’economia modesta? La risposta è semplice: ci finiscono per sbaglio. La loro mèta, nel traversare il canale di Sicilia, era di arrivare in Italia: ma per errori di rotta o per intercettazioni nelle acque maltesi, sono finiti nell’isola. Cioè in un vicolo cieco: Malta non ha la capacità di respingere gli irregolari nei paesi di origine né di accoglierli stabilmente.  E la politica europea – solenne nelle dichiarazioni ufficiali – fa naufragio nel mare nostrum non meno di quanto succeda ai poveri migranti.

Un fenomeno recente

Tradizionalmente, Malta è stata isola di emigrazione con destinazione prevalente il Canada, l’Australia e, in Europa, il Regno Unito, dal quale si è resa indipendente nel 1964. Tra il 1950 e il 1975 l’emigrazione netta dall’isola è stata di 110.000 unità (pari a un terzo della popolazione nel 1950); si calcola che i maltesi all’estero equivalgano alla popolazione rimasta sull’isola. Il fenomeno degli sbarchi è iniziato in questo decennio: poche decine nel 2000 e nel 2001, tra 1.700 e 2.700 all’anno dal 2002 al 2008 (ad eccezione del 2003, con poco più di 500), oltre 1.000 nei primi 3 mesi del 2009. La quasi totalità degli irregolari si è imbarcata nei porti libici, in provenienza dal Corno d’Africa (il 65% degli irregolari del 2006-7), dal Sudan (14%) e da Costa d’Avorio, Nigeria e Niger (17%).

Malta è entrata nell’Unione Europea nel 2004, ma non è stata questa la ragione principale della crescita degli sbarchi. La Convenzione di Dublino non permette ad un richiedente asilo in un determinato paese (per esempio a Malta) di trasferirsi poi in altro paese terzo, per cui a costoro  resta preclusa una ulteriore emigrazione verso l’Europa. Inoltre gli irregolari sono sottoposti ad una dura politica detentiva: ripartire da Malta in condizione di irregolarità è praticamente impossibile. La crescita dell’irregolarità ha invece a che vedere con il forte aumento dei transiti attraverso il Canale di Sicilia che, a sua volta, è conseguenza dell’interdipendenza tra le politiche migratorie dei vari paesi. La politica della Libia, in primo luogo, principale paese di transito. L’accordo con l’Italia, sottoscritto nel 2007 ed entrato in vigore la scorsa primavera, ha (per il momento) arrestato i flussi in partenza dalle coste libiche, azzerando (o quasi) gli sbarchi a Lampedusa e a Malta negli ultimi 3-4 mesi.

Ma il futuro resta incerto: in Libia risiede più di un milione di africani irregolari e il paese continua ad essere destinazione di flussi dal sud del continente. Quanto a lungo possa (o voglia) durare la diga interposta da Gheddafi è difficile sapere. Ma l’aumento dei transiti per il canale di Sicilia è dipeso anche dalla chiusura della direttrice adriatica – tra Albania e Italia – e dal dirottamento dei flussi per altre rotte. D’altro canto, l’aumento degli sbarchi di migranti provenienti dall’Africa occidentale ha a che vedere con il successo della Spagna nel controllare i flussi irregolari sulla rotta marittima verso le Canarie.

Gli irregolari a Malta: senza uscita

La situazione a Malta è paradossale. Degli oltre 12.000 sbarcati a partire dal 2000, è presumibile che almeno 10.000 siano ancora sull’isola, detenuti in “campi chiusi”, controllati in “campi aperti” o semiliberi nell’isola, ma senza possibilità di uscirne. A meno che i flussi di entrata non si riducano nettamente – come è avvenuto negli ultimi mesi – questo numero sarebbe destinato ad aumentare: sono molto pochi coloro che vengono rimpatriati. L’economia ha dimensioni modeste, e pochissime sono le occasioni di lavoro – per lo più saltuarie e sottopagate – aperte agli immigrati. Stanno emergendo tensioni razziali e movimenti politici di estrema destra, per ora con scarso seguito.

Tutti gli irregolari sbarcati (e non solo quelli senza documenti, come avviene altrove in Europa) vengono detenuti in quattro “campi chiusi” – la cui capacità è di circa 2.500 posti – situati all’interno di complessi militari, e sottoposti a sorveglianza da parte di personale militare; in questi campi vengono trattenuti per un massimo di 18 mesi. Le condizioni di vita all’interno dei campi sono pessime, per l’insufficienza degli spazi, la fatiscenza delle strutture, la mancanza di servizi igienici, l’impossibilità di qualsiasi attività comunitaria. Dure e fondate critiche sono state sollevate da varie organizzazioni internazionali. La maggioranza degli irregolari così detenuti – oltre i due terzi – fa domanda di asilo, e gran parte di questi ottengono un regime temporaneo di protezione umanitaria. Coloro che ottengono questa protezione (oltre ai pochi per i quali la domanda di asilo viene accettata) vengono posti in “campi aperti”, le cui condizioni di vita non sono troppo dissimili da quelle dei campi chiusi. Nei “campi aperti” finiscono anche gli altri irregolari (senza documenti, o che non hanno fatto domanda di asilo) una volta terminata la detenzione nel campo chiuso. Agli “ospiti” dei campi aperti, che trovano un lavoro o un alloggio legale, viene concesso di risiedere fuori del campo. Quasi nessuno lascia l’isola (non  ci sono dati in  proposito): i rimpatri (ufficiali) di irregolari che non hanno chiesto – o non hanno ottenuto – asilo sono pochissimi.

Sotto il profilo umanitario, le condizioni degli irregolari a Malta sono insostenibili. Ma è anche vero che la Convenzione di Dublino riversa sull’isola – tappa del tutto accidentale – un carico del tutto sproporzionato: dopo Cipro, Malta è il paese Europeo con il maggior numero di domande d’asilo per mille abitanti.

Un piccolo protagonista per un grande problema

Il caso di Malta rende evidente l’enorme bisogno di politiche internazionali condivise per la gestione dei flussi migratori. Quale avvenire possono avere le migliaia di migranti finiti a Malta? Come riformare le politiche dell’asilo per assicurare che tutti i paesi dell’Europa condividano – proporzionalmente alle loro capacità e risorse –  gli oneri derivanti dalle catastrofi internazionali e dal dovere civile (e morale) di provvedere alle loro vittime? Come coordinare le politiche di controllo dei confini e delle rotte marittime ed evitare che le azioni di un paese si ripercuotano negativamente sul vicino? Come dotare Frontex – l’agenzia europea per il controllo delle frontiere – non solo delle risorse adeguate, ma di uniformi protocolli di azione e intervento e di precise direttive politiche? Come riportare a dimensioni compatibili con le scarse risorse, la “SAR” – ovvero la “Search and Rescue Area” di Malta – cioè quella enorme superficie marina della quale Malta dovrebbe assicurare il pattugliamento e nella quale dovrebbe operare il soccorso di natanti in pericolo? Come evitare che decine di disgraziati restino aggrappati per tre giorni ad una rete per tonni perché i maltesi rifiutano di soccorrerli, o che i seminaufraghi soccorsi dalla nave Turca Pinar rimangano vittime del rimpallo di responsabilità tra Italia e Malta? Malta è minuscola, ma rivela la complessità di un gigantesco problema.

 

Bibliografia

Dereck Lutterbeck, Small Frontier Island: Malta and the Challenge of Irregular Immigration, in “Mediterranean Quarterly”, 20, n. 1, 2009-08-16

Médecins sans Frontières, Not Criminals. Médicins sans Frontières Exposes Conditions for Undocumented Migrants and Asylum Seekers in Maltese Detention Centers, Brussels, April 2009

Fiona Texeire, Irregular Immigration and Malta, Fondazzjoni Ceratonia, Malta, 2006

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