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Italia sì, Italia no…..chi vuole essere italiano?

Cinzia Conti, Fabio Massimo Rottino

Spesso si commette l’errore eurocentrico di ritenere che, se fosse possibile ottenere la cittadinanza di un Paese europeo in maniera semplice e immediata, aumenterebbero a dismisura il numero di acquisizioni da parte di immigrati extra-europei, come se tutti necessariamente dovessero desiderare la cittadinanza di un Paese europeo. È davvero così? O forse, una volta ancora, l’immigrazione e la presenza straniera si presentano come un fenomeno complesso e articolato che le semplificazioni mediatiche colgono solo in parte?

Chi prende effettivamente la cittadinanza?

Schermata 2016-01-25 a 17.27.30Su Neodemos sono già apparsi diversi articoli (I numeri dell’immigrazione in Italia: tra emergenza e cittadinanza e Da stranieri a cittadini: ieri, oggi, domani.) sulle acquisizioni di cittadinanza e sulle nuove norme in discussione alle Camere. Il rapido aumento dei nuovi cittadini ha portato il numero di acquisizioni di cittadinanza ad attestarsi nel 2014 a quasi 130 mila; nel corso degli ultimi 4 anni si è registrato un aumento percentuale pari a 131,3 % (Figura 1). Partendo dal dato di censimento del 2011 che individuava 285.782 cittadini italiani per acquisizione e ipotizzando che dall’ottobre 2011 al gennaio 2015 non ci siano state morti o emigrazioni di persone che avevano acquisito la cittadinanza avremmo oggi circa 592 mila cittadini italiani per acquisizione.Può essere però utile capire meglio chi acquisisce la cittadinanza. Soffermiamoci sui primi dieci paesi per numero di residenti in Italia¹.
Schermata 2016-01-25 a 17.28.23Dalla figura 2 appare chiaro che alcune collettività hanno una minore propensione ad acquisire la cittadinanza. In alcuni casi è facile ricondurre la relativamente bassa quota di acquisizioni a una presenza relativamente recente sul territorio italiano; per i cittadini non comunitari sono infatti necessari 10 anni di residenza continuativa per avanzare la domanda di naturalizzazione. Questo è il caso ad esempio degli ucraini e dei moldavi. Ma il recente insediamento sul territorio non può giustificare il basso numero relativo di acquisizioni di cittadinanza da parte di cinesi e filippini che certo non sono comunità di recente presenza.

I romeni, come si vede chiaramente, non sono molto interessati a diventare cittadini italiani. Questo vale per tutti gli immigrati originari di un paese UE e dovrebbe far riflettere sul concetto di cittadinanza europea e anche sull’utilizzo generalizzato della quota di acquisizioni di cittadinanza sul totale dei residenti come indicatore di integrazione. I romeni non acquisiscono la cittadinanza italiana, ma non vuol dire che non siano integrati.

Se non acquisisco la cittadinanza non sono integrato?

L’indicatore relativo alla quota di acquisizioni di cittadinanza pur essendo tra gli indicatori di integrazione fondamentali selezionati a Saragozza nel 2010 dai Paesi Europei, presenta notevoli limiti, non solo nel caso dei cittadini della Ue. Si tratta infatti di un indicatore complesso fortemente influenzato dalle diverse normative vigenti nei Paesi Europei e che, quindi, è utilizzabile solo con cautela per effettuare confronti. Allo stesso tempo è notevolmente influenzato dalle legislazioni dei paesi di provenienza.

Cina e Filippine sono infatti due dei paesi che non ammettono la doppia cittadinanza e, quindi, gli immigrati provenienti da questi paesi potrebbero essere meno inclini ad acquisire la cittadinanza italiana perché perderebbero una serie di altri diritti nel Paese di origine. Si pensi alla difficoltà burocratiche per rientrare in Cina come stranieri anche solo per le occasionali visite a parenti.

tab1Tuttavia si deve mettere in luce che per queste due collettività non si registra solo una scarsa propensione a prendere la cittadinanza italiana, ma anche uno scarso interesse a richiedere il permesso di soggiorno di lungo periodo² (Tabella 1). La quota di permessi di lungo periodo sul totale dei permessi è un altro degli indicatori di integrazione di Saragozza e per i cinesi la quota risulta anche in questo caso molto bassa. L’indicatore assume valori più elevati per le Filippine, ma sempre al di sotto della media.

Appare quindi evidente che, anche al di là delle normative, ci siano delle collettività meno interessate di altre ad acquisire la cittadinanza. Come prova a contrario si può portare il fatto che anche l’India non riconosce la doppia cittadinanza, ma nonostante questo, la collettività mostra un interesse elevato a prendere la cittadinanza italiana.

Questo significa che i cinesi e i filippini non si integrano? Forse piuttosto questo dovrebbe porci di nuovo di fronte al problema del significato da dare al termine “integrazione” e alla difficoltà di declinarlo in tutte le numerose lingue che si parlano ormai nel nostro Paese e negli altri paesi europei. Facendo un passo ulteriore rispetto alla dichiarazione di Saragozza, si potrebbe riflettere sul fatto che le diverse collettività continuano a mettere in luce, anche dopo anni dall’arrivo dei primi flussi, differenti progetti migratori che danno luogo a diversi percorsi e con tappe che non necessariamente arrivano all’acquisizione della cittadinanza per scelta del migrante. Alcuni degli indicatori utilizzati a livello internazionale sono più adatti a misurare l’integrazione intesa come assimilazione che a dare conto dell’effettivo successo dei differenti progetti migratori che fin dall’inizio possono non considerare l’immigrazione come un passo definitivo e non contemplare la cittadinanza come una meta ambita. Anche queste differenze contribuiscono a dar vita al ben noto “puzzle” migratorio.

Le scelte dei padri saranno quelle dei figli?

Sicuramente ancora più complesso è il discorso riguardante le seconde generazioni, sulle quali, nel nostro Paese, le informazioni sono ancora scarse. La legge in discussione alle Camere prende in considerazione come elemento che tempera lo ius soli il possesso da parte di uno dei genitori del permesso di soggiorno di lungo periodo. In questa maniera sarebbero penalizzati i ragazzi che appartengono a quelle collettività che hanno una minore propensione non solo ad acquisire la cittadinanza italiana, ma anche a richiedere il permesso di soggiorno di lungo periodo. In questi casi dovrebbe essere lo ius culturae a garantire un più facile accesso alla cittadinanza ai giovani le cui famiglie non hanno interesse al permesso di lungo periodo o alla cittadinanza. L’interrogativo interessante è però, attualmente, se gli atteggiamenti e i comportamenti dei padri saranno quelli dei figli. Ci riproponiamo di fornire presto su Neodemos qualche risposta in merito.

NOTE

¹ I dati ai quali si fa riferimento sono quelli elaborati dall’Istat che tengono conto non solo delle acquisizioni per residenza o matrimonio, ma anche delle acquisizioni che si registrano per trasmissione dai genitori ai figli minori o per elezione al compimento del diciottesimo anno di età da parte dei ragazzi nati in Italia da genitori stranieri.

² Il permesso di soggiorno Dall’8 gennaio 2007 (a seguito dell’adeguamento della normativa alla direttiva europea 2003/109), la carta di soggiorno per cittadini stranieri è stata sostituita dal permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Questo tipo permesso di soggiorno è a tempo indeterminato e può essere richiesto solo da chi possiede un permesso di soggiorno da almeno 5 anni. Alla domanda è necessario allegare tra l’altro copia della dichiarazione dei redditi (il reddito deve essere superiore all’importo annuo dell’assegno sociale). richiedenti devono inoltre dimostrare attraverso documentazione o apposito test la conoscenza della lingua italiana.

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