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Chiedo asilo

Gustavo De Santis

Le domande di asilo sono in forte crescita in Italia, al punto che alcuni si cominciano a interrogare se “non ci sia sotto qualcosa” (coloro che avanzano le richieste potrebbero non avere titolo per farlo, e semplicemente pensare di aggirare così alcuni ostacoli, e riuscire a immigrare più facilmente), e comunque dubitano che l’Italia possa reggere l’urto di tutte queste domande, da sola, senza che l’Europa “faccia la sua parte”. Vediamo un po’ più da vicino come stanno le cose.

2014 – l’anno del contatto
Sì, sì, lo so: il vero titolo del film di Peter Hyams è “2010 – L’anno del contatto”, ma concedetemi una piccola licenza poetica. Nel 2014 siamo giunti a toccare con mano, o almeno a toccare più da vicino, le conseguenze delle crisi economiche e soprattutto politiche dell’Africa e del Medio Oriente. Lo si vede dall’aumento degli sbarchi sulle nostre coste (circa 140 mila quest’anno, contro circa 43 mila nell’intero 2013), e anche dall’impennata delle domande di asilo (fig. 1). I dati, per il vero, cambiano quasi in tempo reale, ma il sito di Eurostat , alla fine di ottobre, indicava che nei primi 7 mesi del 2014 le oltre 30 mila domande d’asilo registrate per l’Italia erano già più numerose di quelle dell’intero 2013 (quasi 27 mila), a sua volta in crescita sostenuta rispetto al 2012 (circa 17 mila). In termini relativi, +43% nel 2012 e +143% nel 2013, che, incidentalmente, è la crescita relativa più forte registrata in Europa. (Mamma mia! Chiudiamo subito le porte, e fermiamo l’invasione prima che sia troppo tardi!) Sì, però …

Allarghiamo un po’ la prospettiva
Consideriamo la fig. 2: è la stessa di prima, ma ora ci vediamo anche l’anno 2011, che l’UNHCR (l’agenzia per i rifugiati dell’ONU) giudicava “da record”, a causa dei conflitti in Libia, Siria e Costa d’Avorio.
Come si vede, i numeri di oggi, del 2014, sono molto simili a quelli di 3 anni fa – e senza un’operazione Mare Nostrum su cui gettare la croce e a cui dare la colpa dell’aumento degli sbarchi (Gianpiero Dalla Zuanna, “Mare … Monstrum (quando prevale la demagogia)”, Neodemos, 29-10-2014): nei primi sette mesi, 26 mila domande allora e 30 mila oggi. Ma mentre nel 2011 l’impennata era stata quasi solo italiana, nel 2014 – in prosecuzione di un trend storico – la crescita delle domande di asilo ha caratterizzato l’intera Europa: +36%  nel 2013 (sul 2012) e +27% nel 2014 (sul 2013 – soli i primi 7 mesi; fig. 3).

Il peso dell’Italia
L’Italia è un paese di circa 60 milioni di abitanti, su un complessivo di 500 milioni (in cifra tonda) dell’Europa a 28: pesa cioè per poco meno del 12% del totale. Ma riceve proporzionalmente meno domande d’asilo: nel biennio 2012-13 le domande presentate in Italia sono state circa il 5% del totale Europeo, e questa percentuale nei primi sette mesi del 2014, pur se in aumento, è arrivata solo al 10%. Insomma, è vero che nel 2014 c’è stata una crescita molto forte, ma è anche vero che partivamo da livelli relativamente bassi, e che non siamo ancora arrivati alla quota che, in linea teorica, ci toccherebbe.
Se guardiamo al totale delle domande di asilo presentate negli ultimi 4 anni nei paesi europei (beh, 3 anni e 7 mesi, via), otteniamo i dati della fig.4, dove l’Italia sembra fare la sua parte: è quarta della graduatoria. Ma se relativizziamo al numero degli abitanti (Fig.5), si vede invece che siamo tra i paesi meno spesso prescelti.

Perché? Non è facile rispondere a questa domanda. Non sembra che il fenomeno sia da attribuire a una maggior severità delle commissioni italiane rispetto a quelle degli altri paesi europei. La quota di domande d’asilo respinta è altina in Francia (79% nel 2° trimestre del 2014, ad esempio), nel Regno Unito (61%), e in Germania (60%) – mentre invece è relativamente bassa in Italia (39%): insomma, a prima vista almeno, appare più facile ottenere un qualche riconoscimento (status di rifugiato, protezione sussidiaria, o protezione umanitaria) che consenta poi di rimanere legalmente nel paese di accoglienza.

Quello che probabilmente conta di più è il vincolo posto dal regolamento di Dublino, arrivato adesso alla sua terza revisione, in base al quale si è tenuti a presentare la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato nel paese di primo arrivo in Europa. E questo spiega anche la diversa provenienza dei richiedenti: mentre in Europa, nel suo complesso, le domande provengono principalmente da Siriani, Eritrei, Afgani, Pakistani e Serbi, in Italia abbiamo domande soprattutto da persone originarie da Mali, Nigeria, Gambia, Pakistan e Senegal.

Guerra Continua
Come ricorda Dalla Zuanna, fino a che non si riuscirà a stabilizzare un poco la situazione politica nei paesi del mondo e, per quel che ci riguarda, soprattutto dei paesi vicini a noi, non è ragionevole sperare che il flusso dei rifugiati si arresti. Purtroppo, il quadro non è roseo. Il sito Guerre nel mondo, ad esempio, pur se anch’esso in continuo aggiornamento, indica, alla fine di ottobre uno stato di guerra apertamente dichiarata, o latente (es. parti del territorio al di fuori del controllo governativo a causa di una guerra civile strisciante, o non dichiarata), in una cinquantina di stati, tra Africa, Asia e Medio Oriente, con quasi 500 milizie armate coinvolte (chiamate magari con nomi diversi: gruppi, separatisti, guerriglieri, …).

Gli inermi fuggono – che altro possono fare? – e cercano rifugio altrove. Un rifugio che le convenzioni internazionali in teoria garantiscono, ma che in pratica, di fronte all’imponenza dei numeri, trova (e per il vero anche crea) crescenti difficoltà nei paesi di accoglienza. Ma chiudere gli occhi e le porte non pare la strada migliore da percorrere.

per saperne di più
fonte fig-1,2,3,4,5:  Eurostat

 

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