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	<title>Steve S. Morgan &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>Steve S. Morgan &#8226; Neodemos</title>
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		<title>Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 06:02:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In campagna elettorale Trump aveva promesso espulsioni di massa dei migranti irregolari: sta mantenendo la promessa, calpestando diritti umani e danneggiando il paese, come commenta ... <a title="Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/09/29/espulsioni-e-deportazioni-trump-mantiene-le-promesse/" aria-label="Per saperne di più su Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse">Leggi</a></p>
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<p><em>In campagna elettorale Trump aveva promesso espulsioni di massa dei migranti irregolari: sta mantenendo la promessa, calpestando diritti umani e danneggiando il paese, come commenta Steve Morgan.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Delle millanterie, fandonie, minacce e promesse mirabolanti di Donald Trump esiste un elenco sterminato cui attingere. Nessuno oramai presta credito o attenzione al flusso inesauribile delle sue dichiarazioni. Ma è un errore: in campagna elettorale, aveva promesso di compiere la “più grande operazione di deportazione nella storia del paese”. E così, nell’anno e mezzo trascorso dalla sua elezione, sta tenendo fede alla sua parola, per sventura del suo paese. Nella logica MAGA – purtroppo diffusa in gran parte del mondo &#8211;&nbsp; l‘immigrazione compromette l’identità del paese, corrode le fondamenta della società, insidia la coesione. Niente di più antistorico e falso per un paese che si è formato con un flusso secolare di immigrati, fattori di crescita, dinamismo e innovazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Regolari e irregolari</strong></h3>



<p>Le statistiche USA definiscono “immigrati” tutti coloro che sono nati all’estero (foreign born) che rappresentano una quota molto alta, il 15% circa, dell’intera popolazione. Nella Figura 1, i 52 milioni di immigrati sono suddivisi a seconda del loro status giuridico: quasi tre quarti (73%) sono “lawful”, cioè, diremmo noi, “regolari”, anche perché in gran maggioranza (il 46% dei foreign born) sono cittadini americani. Il residuo dei regolari (il 27%) sono residenti, tra temporanei e permanenti, con le carte in regola. Oltre un quarto (il 27%) degli immigrati sono irregolari (unauthorized), per un totale di 14 milioni; di questi, 6 milioni godono di una qualche forma di protezione (richiedenti asilo, minori, rifugiati da Haiti, dall’Afghanistan e da altre provenienze): tuttavia la protezione non è assoluta e questi immigrati non sono esenti dal rischio di espulsione, come subito si dirà. Residuano 8 milioni che non hanno alcuna forma di protezione, e sono la collettività sulla quale si concentra l’azione di rastrellamento e espulsione di massa architettata e posta in opera con abbondanza di mezzi e pari determinazione, dall’amministrazione Trump. Si noterà che in questa collettività una quota maggioritaria ha un lavoro regolare, paga le tasse, manda i figli a scuola, ha una patente di guida, una fedina penale pulita e conduce – o, meglio, conduceva &#8211; una vita normale. E, fatto non secondario, è forza lavoro indispensabile per molti settori di attività.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--1024x735.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="735" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--1024x735.jpg" alt="" class="wp-image-24594" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--1024x735.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--300x215.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--768x551.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Crescono enormemente i rischi di espulsione</strong></h3>



<p>Abbiamo ricordato che circa 6 milioni di irregolari godevano di qualche forma di protezione, che ne impediva l’espulsione. Per esempio, lo<br>Status di Protezione Temporanea (TPS) consente di lavorare e risiedere legalmente per un certo periodo di tempo a cittadini di determinate nazionalità rimasti bloccati negli Stati Uniti a causa di disastri naturali o politici nei loro paesi d’origine. L’amministrazione Trump ha sistematicamente smantellato tali protezioni, così come altre che erano in vigore da decenni. A giugno, la Corte Suprema ha stabilito che l’amministrazione possa porre fine alle protezioni per i titolari di TPS provenienti dalla Siria e da Haiti. “Oltre un milione di persone provenienti da 13 paesi hanno ormai perso il TPS. Molti di loro non possono più lavorare, sono soggetti a espulsione per ordine del tribunale e, a differenza di alcune persone prive di documenti, sono particolarmente esposti perché il governo sa esattamente dove si trovano. «TUTTE le revoche del TPS sono ora IN VIGORE», ha pubblicato il&nbsp; (Department of Home Security) su X, un social media. «Chi ha subito la revoca del TPS dovrebbe andarsene SUBITO. Se non lo farà, lo ESPELLEREMO». Altri 170.000 salvadoregni con il TPS perderanno il loro status a settembre; alcuni di loro vivono in America da 25 anni”<sup>1</sup>.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il braccio armato di Trump</strong></h3>



<p>L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti è un’agenzia federale di polizia che fa capo al Department of Home Security. La sua missione dichiarata è quella di condurre indagini penali, far rispettare le leggi sull’immigrazione, salvaguardare la sicurezza nazionale e proteggere la sicurezza pubblica. L’ICE è stato istituito nell’ambito dell’Homeland Security Act del 2002, a seguito degli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Ha assorbito le precedenti funzioni dell’Immigration and Naturalization Service e dello United States Customs Service. E’ divisa in due rami, HSI (Homeland Security Investigation) e ERO (Enforcement and Removal Operations). Il bilancio, con i finanziamenti recenti, sfiora i 90 miliardi di dollari, 8-9 volte i livelli del decennio precedente. Il governo federale spende di più per l’ICE che per il Dipartimento di Giustizia, FBI inclusa. I dipendenti dell’ICE sono cresciuti da 10 a 22mila, e il reclutamento di nuovi agenti procede a pieno ritmo. Si progetta un forte ampliamento dei centri di detenzione, programmando una capacità di 100mila detenuti (per confronto, il sistema carcerario federale ha una capacità di 150mila). L’obbiettivo è l’espulsione di un milione di irregolari all’anno. I giudici dell’immigrazione, che lavorano per il Dipartimento di Giustizia, stanno emettendo provvedimenti di espulsione nei confronti dei migranti a un ritmo di gran lunga senza precedenti (Figura 2). Oltre 1,6 milioni di migranti sono ora soggetti a provvedimenti di espulsione (removal) che li espongono al rischio di essere deportati al primo contatto con l’ICE.</p>



<p>Le cronache hanno ampiamente descritto le durissime modalità di azione degli agenti dell’ICE, fermi e arresti brutali, violenze sboccate in alcuni omicidi che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica, raid e intimidazioni. Episodi di agenti mascherati che hanno fermato e caricato persone “sospette” in veicoli non targati. Si è creato un clima di sospetto, che semina sconcerto e timore tra gli immigrati e riprovazione dei cittadini.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Accelerano le operazioni dell’ICE</strong></h3>



<p>Nonostante un’opinione pubblica sconcertata e contrariata – anche nell’elettorato trumpiano &#8211; dall’azione dell’ICE, l’Amministrazione Trump accelera la sua azione. La Figura 2 riporta l‘andamento delle ordinanze giudiziarie di espulsione durante questa prima fase del Trump 2, di gran lunga superiori a quelle delle amministrazioni precedenti, da Bush a Biden. I dati ufficiali dicono che “L&#8217;ICE ha espulso 356.389 persone nei primi 9,5 mesi circa dell&#8217;anno fiscale 2026 (iniziato il 1° ottobre 2025). Si tratta di una media di circa 1.260 espulsioni al giorno. A questo ritmo, l’anno fiscale 2026 si concluderebbe con circa 460.000 espulsioni, superando il record di 438.421 registrato dall’amministrazione Obama nell’anno fiscale 2013.<sup>2</sup>”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="629" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--1024x629.jpg" alt="" class="wp-image-24595" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--1024x629.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--300x184.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--768x472.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>La Figura 3 riporta l’andamento in rapida ascesa degli arresti compiuti dall’ICE: nel luglio scorso hanno sfiorato i 50mila, 1.600 al giorno, con l’obbiettivo di arrivare a una media giornaliera di 2mila. Si tenga conto che in Italia il numero giornaliero medio di persone arrestate supera di poco 400, ma per tutte le tipologie di reato, e non solo quelli legati all’irregolarità migratoria! Alla metà dell’anno corrente erano ben 65mila i migranti detenuti nelle “facilities” sparse in tutto il paese (una cifra identica a quella del totale dei detenuti in Italia alla fine dello scorso agosto, per tutte le forme di reato; ancora per confronto, negli Stati Uniti i detenuti sono quasi 2 milioni).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="629" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--1024x629.jpg" alt="" class="wp-image-24596" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--1024x629.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--300x184.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--768x472.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il duro giudizio di un giornale moderato</strong></h3>



<p>The Economist è una voce autorevole e moderata. Trascriviamo il duro giudizio di un suo recente editoriale<sup>3</sup>: “Respingere i nuovi arrivati è relativamente semplice. Rintracciare milioni di persone entrate clandestinamente decenni fa e che ora hanno un lavoro, una vita e una famiglia americana è difficile, costoso e causa enormi disagi alle imprese e alle comunità americane. Ciononostante, Trump ci sta provando. Per placare l’opinione pubblica, ha smorzato i toni della brutalità teatrale mostrata dagli agenti dell’ICE all’inizio di quest’anno, ma la campagna si è silenziosamente intensificata, anziché attenuarsi. Infine, e soprattutto, Trump sta rendendo l’America meno accogliente per i futuri migranti, anche per quelli più brillanti. Secondo una stima, il numero di nuovi visti per studenti rilasciati nel 2025 è sceso del 29% rispetto all’anno precedente, e l’amministrazione vuole che le aziende che necessitano di visti H-1B per personale altamente qualificato sborsino più di 100.000 dollari a persona solo per presentare la domanda.” Aggiungiamo un aspetto cui gli americani sono particolarmente sensibili: ogni espulsione costa al contribuente 17mila $, cui va aggiunto il “lucro cessante”, per un lavoratore in meno!</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup><a href="https://www.npr.org/2026/01/21/nx-s1-5674887/ice-budget-funding-congress-trump">  </a>Npr.org &#8211; <a href="https://www.npr.org/2026/01/21/nx-s1-5674887/ice-budget-funding-congress-trump" target="_blank" rel="noreferrer noopener">How ICE grew to be the highest-funded U.S. law enforcement agency</a></p>



<p><sup>2</sup> Si trattò di espulsioni di irregolari arrivati da poco tempo e di autori di reati</p>



<p><sup>3</sup> <em>The Economist</em>, 27 agosto 2026</p>
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		<title>Xi Jinping e la “nuova normalità” demografica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 06:13:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La precipitosa caduta della natalità sembra continuare anche nel 2026, stando ai dati dei primi mesi. Il governo ne è sicuramente molto preoccupato, ma le ... <a title="Xi Jinping e la “nuova normalità” demografica" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/05/29/xi-jingping-e-la-nuova-normalita-demografica/" aria-label="Per saperne di più su Xi Jinping e la “nuova normalità” demografica">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La precipitosa caduta della natalità sembra continuare anche nel 2026, stando ai dati dei primi mesi. Il governo ne è sicuramente molto preoccupato, ma le misure prese fino ad oggi per contrastare la tendenza, scrive Steve Morgan, appaiono molto blande.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Nel giro di due settimane, Xi Jinping ha ospitato due personaggi impegnativi: Donald Trump e Vladimir Putin. I modesti risultati dei due incontri sono stati vagliati dagli analisti, ma non hanno rivelato novità di rilievo: la navigazione dei tre leader procede di conserva, apparentemente sicura quella di Xi, in acque assai più turbolente quelle di Vladimir e di Donald. Neodemos s’interessa di popolazione e società, e non perde di vista un protagonista occulto e potente nelle relazioni internazionali: la demografia. Nel prossimo quarto di secolo (2025-2050), secondo le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite<sup>1</sup>, la popolazione in età attiva (20-65 anni) della Cina scenderà del 22% (quasi 200 milioni in meno) mentre negli Stati Uniti continuerà ad aumentare del 5,4% (10 milioni in più). Lasciamo da parte la Russia, che tuttavia perderà il 10% della sua popolazione attiva nello stesso spazio di tempo, ma che è un partner minore nel club delle grandi potenze. In Cina, la recessione demografica si prospetta con una gravità e rapidità inattesa, e ineguagliata in altri paesi. E’ naturale che il faro internazionale rimanga puntato sulla prima immediata causa: la caduta delle nascite. La demografia degli Stati Uniti, pur con una natalità in frenata (ma tuttora a livelli più elevati di quella europea), appare relativamente stabile, e può contare su flussi di immigrati capaci di attenuare eventuali squilibri nel mercato del lavoro. Ė invece impossibile che questo possa avvenire in Cina, sia perché “chiusa” verso l’esterno, sia per le gigantesche dimensioni che dovrebbero assumere eventuali (ma impensabili) flussi riequilibratori. Le relazioni tra dinamica demografica e cambio economico sono complesse, ma un’amputazione così rilevante del capitale demografico della Cina preoccupa fortemente i governanti e il loro indiscusso capo, che pur si trincerano dietro nuove parole d’ordine.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Nascite in picchiata anche nel 2026?</strong></h3>



<p>Il 2025 si è chiuso, dopo il modesto rimbalzo del 2024 (dovuto in parte alle prospettive favorevoli per i nuovi nati nell’anno del “Drago”)<sup>2</sup>, con un nuovo record negativo di nascite, scese a 7,92 milioni, 17% in meno dei 9,52 milioni del 2024, e 12% in meno rispetto ai 9 milioni del 2023. Le prime avvisaglie per il 2026 fanno prevedere un’ulteriore caduta: nel primo trimestre dell’anno le nascita sono scese del 3,4% (rispetto allo stesso periodo del 2025) nella “piccola” provincia meridionale di Heinan, e del 7-8% nelle “non piccole” città di Tianjin e Suzhou. Significativo è il fatto che molte città e contee abbiano smesso di pubblicare dati mensili sulle nascite, a ulteriore prova che nei regimi autocratici la demografia è un argomento politicamente molto “sensibile”. Il tasso di riproduttività è sceso a 0,9 figli per donna, e solo la Corea del Sud, tra i grandi paesi, ha una riproduttività più bassa.&nbsp;</p>



<p>Per dare un’idea di quanto inattesa sia la velocità di caduta della natalità, i sette milioni e mezzo di nascite prevedibili nel 2026, sono un milione abbondante in meno di quelle previste appena due anni fa dalle citate proiezioni delle Nazioni Unite.&nbsp;<br>La bassissima riproduttività riguarda tutte le province della Cina, anche il Tibet (1,78 nel 2023) che detiene la prima posizione (Fig. 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="956" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-TFR-per-provincia-Cina-2023--1024x956.jpg" alt="" class="wp-image-24172" style="width:706px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-TFR-per-provincia-Cina-2023--1024x956.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-TFR-per-provincia-Cina-2023--300x280.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-TFR-per-provincia-Cina-2023--768x717.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-TFR-per-provincia-Cina-2023-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Politiche di sostegno alle nascite… senza crederci troppo</strong></h3>



<p>Ė possibile che i governanti cinesi si rendano realisticamente conto che la mano dura – che ha permesso, con la politica del figlio unico, di ridurre rapidamente la natalità – non sia granché utile per convincere centinaia di milioni di coppie ad avere uno o due figli in più. Nonostante la consueta retorica a favore della natalità, le misure prese finora appaiono abbastanza blande. Nel maggio 2025 si sono presi provvedimenti per sburocratizzare il matrimonio, consentendo alle coppie di sposarsi in qualsiasi parte del paese, anziché solo nel proprio luogo di residenza. Questo ha reso più facile l’unione per le centinaia di milioni di migranti che vivono abitualmente a grande distanza dai luoghi di residenza. Il cambiamento ha funzionato, e c’è stato un sensibile aumento dei matrimoni nella seconda parte del 2025, seguito però da una caduta del 7,2% nel primo trimestre del 2026 (anno su anno), con un minimo storico di 1,99 milioni di unioni. Insomma, rimbalzo e caduta di natura congiunturale, senza duraturi effetti strutturali. Non diversamente da quanto accaduto nel 2021, quando la Cina ha introdotto un periodo di “riflessione” obbligatorio per le coppie in fase di divorzio, generando una forte riduzione iniziale, seguita da un consistente rimbalzo.&nbsp;</p>



<p>Altre iniziative riguardano il parto e l’infanzia. Dal 2026 il parto ospedaliero è privo di oneri, così come gratuite sono l’assistenza durante la gravidanza e il puerperio. Inoltre, un numero crescente di governi locali, spendono somme rilevanti per favorire la fecondazione in vitro e per l’inseminazione artificiale. Un’altra misura, fortemente criticata, riguarda invece la tassazione dei contraccettivi con un&#8217;aliquota IVA del 13%, revocando la precedente esenzione in vigore da quando la Cina ha introdotto l&#8217;IVA a livello nazionale nel 1993. Non molti anni addietro, nel 2022, la&nbsp;<em>National Health Commission</em>&nbsp;ha chiesto che vengano ridotti gli aborti non “essenziali sotto il profilo medico”.&nbsp;Infine il governo ha introdotto, a partire dal 2026, un sussidio annuale per l’assistenza all’infanzia di 3.600 yuan cinesi (500 dollari) per ogni bambino di età inferiore ai tre anni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>&nbsp;Contentiamoci della “nuova normalità”!</strong></h3>



<p>Le misure sopra citate non costituiscono certamente una vigorosa politica demografica, ma tutt’al più un insieme di provvedimenti di natura sociale migliorativi per coppie, donne e infanzia (salvo l’Iva sui contraccettivi). È poi assai dubbio che le esortazioni a fare più figli possano avere effetti, nonostante i (modesti) sostegni messi in campo, e per varie ragioni. La prima è la clamorosa contraddizione di un regime che ha imposto alle coppie la regola del figlio unico, e che all’improvviso, capovolgendo un quarantennio di politica, chiede che se ne facciano di più. L’autorevolezza dei nuovi appelli, di segno contrario, ne risulta incrinata. Ma la seconda ragione è che i giovani sono altamente scolarizzati, vivono sempre più numerosi in contesti urbani, sono fortemente connessi col resto del mondo, e vivono ancor oggi in ristrettezze materiali, nonostante i grandi progressi dell’economia. È assai dubbio che la retorica governativa possa avere presa su di loro. La Figura 2, riguardante le intenzioni riproduttive di un ampio campione di studenti universitari, parla chiaro. Quattro studentesse su dieci non intendono avere figli, tre su dieci vogliono un solo figlio; tre su dieci ne vogliono due o più, o sono incerte.&nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="762" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Intenzioni-riproduttive-di-un-campione-di-giovani-universitari-cinesi-2023-24-_2-1024x762.jpg" alt="" class="wp-image-24174" style="width:706px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Intenzioni-riproduttive-di-un-campione-di-giovani-universitari-cinesi-2023-24-_2-1024x762.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Intenzioni-riproduttive-di-un-campione-di-giovani-universitari-cinesi-2023-24-_2-300x223.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Intenzioni-riproduttive-di-un-campione-di-giovani-universitari-cinesi-2023-24-_2-768x572.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Intenzioni-riproduttive-di-un-campione-di-giovani-universitari-cinesi-2023-24-_2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<p>Rimane attuale il generico indirizzo adottato nel XX Congresso: “concentrarsi nella strategia per costruire un paese forte, per ottenere un ringiovanimento (“rejuvenation”) della nazione, migliorando la strategia per lo sviluppo della popolazione nella nuova era, comprendendo, adattando e guidando la popolazione verso la <em>nuova normalità</em>. Occorre sforzarsi per migliorare la qualità della popolazione, mantenendo <em>un’adeguata natalità</em> e un’adeguata dimensione della popolazione, e accelerare lo sviluppo delle risorse umane di buona qualità, in sufficiente quantità, perseguendo una struttura ottimizzata, e una distribuzione ragionevole, cosicché la modernizzazione della Cina possa avanzare, sostenuta dallo sviluppo dell’alta qualità della popolazione”. Il fatto è che a tre anni di distanza, si è assai lontani dalla <em>adeguata natalità</em> prospettata e che la <em>nuova normalità </em>finisca per essere assai dolorosa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Variante media” della proiezione, <a href="https://population.un.org/wpp/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">population.un.org</a></p>



<p><sup>2</sup>Si veda anche Massimo Livi Bacci,&nbsp; <em>Cina: si chiude l’anno del Drago</em>, “Neodemos”, 20 Dicembre 2024</p>
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		<title>L’accordo di libero scambio UE-Mercosur</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 09:50:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[america latina]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Mercosur]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo 25 anni di difficili trattative, è andato finalmente in porto l’accordo tra UE e Mercosur, che inizia il cammino verso la creazione di uno ... <a title="L’accordo di libero scambio UE-Mercosur" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/03/27/laccordo-di-libero-scambio-ue-mercosur/" aria-label="Per saperne di più su L’accordo di libero scambio UE-Mercosur">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Dopo 25 anni di difficili trattative, è andato finalmente in porto l’accordo tra UE e Mercosur, che inizia il cammino verso la creazione di uno spazio economico comune con una riduzione dei dazi e varie agevolazioni dell’interscambio. Ce ne parla Steve Morgan, il quale auspica che il riavvicinamento economico apra la via a più stretti rapporti tra i due continenti, uniti dalle radici profonde dovute agli intensi movimenti migratori del passat</em>o.   </p>



<p class="has-drop-cap">Dopo oltre un quarto di secolo di trattative, è giunto finalmente in porto l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e paesi del Mercosur. Giunto in porto politicamente, con la firma dell’accordo ad Asunción lo scorso gennaio, che sarà suggellato formalmente nei prossimi mesi per mezzo dei tradizionali protocolli diplomatici. 27 sono i paesi europei contraenti (tutti i componenti della UE), quattro quelli americani</p>



<p>(Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), cui presto si aggiungerà la Bolivia, mentre un sesto paese – il Venezuela – è stato formalmente sospeso (Figura 1). Quasi tutti gli altri paesi dell’America meridionale hanno uno status di “membro associato”. Si può dire che l’obbiettivo del Mercosur – analogamente ai principi ispiratori della UE &#8211; consiste nel promuovere lo sviluppo economico e la modernizzazione dei Paesi membri attraverso un’integrazione graduale delle loro economie, non solo eliminando progressivamente le barriere commerciali e creando un’<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_doganale" target="_blank" rel="noreferrer noopener">unione doganale</a>, ma anche mirando a creare  un vero e proprio mercato comune che consenta la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone, armonizzando le normative nazionali in una serie di ambiti strategici (concorrenza, proprietà intellettuale, ambiente, trasporti, turismo).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="611" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg" alt="Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Figura-1--Paesi-del-Sud-America-membri-del-Mercosur-1024x611.jpg" class="wp-image-23991" style="width:861px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/image-300x179.jpeg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/image-768x458.jpeg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Legami più forti tra i due continenti</strong></h3>



<p>I paesi legati dall’accordo hanno una popolazione di 720 milioni di abitanti, il 9% di quella mondiale e producono circa un quarto del PIL del pianeta. Secondo il Ministero degli Esteri “L’intesa prevede l’azzeramento o la forte riduzione dei dazi sui prodotti e servizi, che rappresentano oltre il 90% dell’export UE, compresi settori nei quali si concentrano forti interessi commerciali italiani, quali automotive, macchinari industriali, prodotti chimici e farmaceutici.”</p>



<p>I principali punti dell’accordo riguardano:&nbsp;</p>



<p>a) &#8211; l’eliminazione degli elevati dazi del Mercosur, che consentirà agli esportatori dell’UE di risparmiare oltre 4 miliardi di € di dazi doganali all’anno;&nbsp;</p>



<p>b) &#8211; procedure doganali agevolate per le esportazioni europee;&nbsp;</p>



<p>c) &#8211; accesso preferenziale esclusivo ad alcune materie prime critiche e a determinati prodotti verdi;</p>



<p>d) &#8211; divieto di imitazione di oltre 340 prodotti alimentari tradizionali dell’UE riconosciuti come indicazioni geografiche, di cui 57 italiane. Si tratta del maggior numero di indicazioni geografiche mai protetto in un accordo dell’UE;&nbsp;</p>



<p>e) &#8211; rispetto degli standard europei per i prodotti dei Paesi Mercosur importati nella UE.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Mercosur: una demografia debole</strong></h3>



<p>I paesi dell’America meridionale hanno oramai compiuto la loro transizione demografica: nel quarto di secolo che ci separa dal 2050, la loro popolazione crescerebbe, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite (variante media) da 269 a 278 milioni di abitanti (+3,3%); quella della UE è invece prevista in diminuzione da 449 a 421 milioni (-6,2%). Non sarà perciò la demografia ad alimentare le pressioni migratorie dal Mercosur verso la UE, ma, semmai, le forti disuguaglianze economiche e le profonde radici europee, iberiche e italiane, delle popolazioni di Argentina, Brasile e Uruguay.</p>



<p>Per quanto riguarda la demografia, il numero medio di figli per donna (2025) è sceso fortemente sotto il livello di rimpiazzo (1,68), con un minimo in Uruguay (1,39) e un massimo in Paraguay (2,40), il più arretrato dei quattro paesi. Per la speranza di vita (76,5), l’Uruguay (78,5) ha quella più alta e il Paraguay (74,1) la più bassa. Mentre le differenze tra Mercosur e UE sono molto ridotte per quanto riguarda riproduttività e mortalità, sono più ampie per l’età mediana (44,4 e 34,3 anni). La più giovane struttura per età del Mercosur è dovuta, essenzialmente, alla più recente caduta della natalità: tuttavia il divario è destinato a dimezzarsi verso la metà del secolo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Radici comuni da valorizzare</strong></h3>



<p>La progettata area di libero scambio, potrà, senza dubbio produrre una spinta alla crescita dei due continenti, se sarà ben gestita e non intralciata da eventi che compromettano l’intesa politica tra gli stati contraenti – come è avvenuto per il Venezuela e per la sua sospensione in conseguenza della torsione politica autoritaria di Maduro. È sperabile che gli Usa non vogliano impedire al paese di rientrare nell’orbita europea. Inoltre è auspicabile che altri paesi del continente vogliano entrare a pieno titolo nell’accordo che va controcorrente rispetto alla frammentazione dei rapporti economici internazionali avvenuta nell’ultimo decennio. Da parte dell’Europa, fonte di possibili future tensioni potrebbero provenire dalla gestione della politica agraria, che ha dovuto risolvere le resistenze e le contrarietà dei mondi agricoli di Polonia, Francia e Italia.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ma ci sono altre ragioni, oltre a quelle economiche, per le quali l’accordo è benvenuto, perché rafforza i vincoli tra i due continenti. Vincoli storici, anzitutto: le popolazioni attuali di Argentina, Brasile e Uruguay, nei due ultimi secoli, sono state alimentate dall’immigrazione Europea. Principalmente spagnola e italiana in Argentina e Uruguay, portoghese e italiana in Brasile. In quei paesi la maggioranza della popolazione ha almeno un nonno, o una nonna di origine sud europea. Le vicende storiche hanno spesso allentata la percezione di questi vincoli di natura biologica, ma non hanno cancellato quelli di ordine culturale, che l’accordo economico sicuramente rafforzerà.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Migranti del Mercosur in Italia, e Italiani residenti nel Mercosur</strong></h3>



<p>I vincoli tra Italia e Mercosur non sono solo legati alla storia degli ultimi due secoli, ma sono attualissimi. L’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) ha subito negli ultimi tempi una “manutenzione” che ne ha reso più realistici i contenuti. Gli iscritti all’AIRE, ricordiamo, dal 2001 hanno diritto di voto alle elezioni parlamentari. All’inizio del 2025, gli iscritti all’AIRE erano 6,138 milioni, dei quali 1,803 milioni (29,4 %) dimoranti nei quattro paesi del  Mercosur (990mila in Argentina, 682mila in Brasile,116mila in Uruguay e 15mila in Paraguay). Pochi invece i migranti regolarmente residenti in Italia provenienti dal Mercosur: appena 76mila. Vedremo se il ravvicinamento economico tra Sudamerica e Europa rafforzerà questa debole presenza.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="680" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/Figura-2-–-Linterscambio-tra-UE-e-Mercosur--1024x680.jpg" alt="" class="wp-image-23988" style="width:893px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/Figura-2-–-Linterscambio-tra-UE-e-Mercosur--1024x680.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/Figura-2-–-Linterscambio-tra-UE-e-Mercosur--300x199.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/Figura-2-–-Linterscambio-tra-UE-e-Mercosur--768x510.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/03/Figura-2-–-Linterscambio-tra-UE-e-Mercosur-.jpg 1258w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div><p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/03/27/laccordo-di-libero-scambio-ue-mercosur/">L’accordo di libero scambio UE-Mercosur</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Venezuela: fuga senza ritorno?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/03/03/venezuela-fuga-senza-ritorno/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=venezuela-fuga-senza-ritorno</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 08:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Otto milioni di persone hanno lasciato il Venezuela in fuga dalla povertà e dall’autocrazia, ospitati per lo più in Colombia, e nei paesi confinanti. L’accoglienza ... <a title="Venezuela: fuga senza ritorno?" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/03/03/venezuela-fuga-senza-ritorno/" aria-label="Per saperne di più su Venezuela: fuga senza ritorno?">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Otto milioni di persone hanno lasciato il Venezuela in fuga dalla povertà e dall’autocrazia, ospitati per lo più in Colombia, e nei paesi confinanti. L’accoglienza in questi paesi – scrive Steve S. Morgan &#8211; è stata improntata a una generosa solidarietà, ma la loro debolezza economica e istituzionale ha posto dei limiti ai processi di integrazione. L’incertezza politica dopo il rapimento di Maduro si riflette nell’incertezza dei venezuelani emigrati circa un possibile ritorno in patria.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Alla metà del secolo scorso il Venezuela – allora un piccolo paese con 5-6 milioni di abitanti – conobbe un periodo di sostenuta immigrazione, prevalentemente di origine europea. L’espansione della produzione di petrolio attrasse consistenti flussi migratori per le opportunità offerte dallo sviluppo dal comparto estrattivo e da quello delle costruzioni. Tra il 1950 e il 1960, Caracas raddoppiò la popolazione, passando da 700mila a un milione e 400mila abitanti, e il Venezuela costituì una mèta attrattiva per gli italiani: furono circa 200mila gli espatri – al lordo dei rientri – negli anni ‘50<sup>1</sup>. Oggi gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) residenti in Venezuela sono 160mila: il nostro Ministero degli Esteri azzarda che i venezuelani di origine italiana superino addirittura un milione e mezzo, cifra senza dubbio grandemente esagerata. Questa premessa serve a ricordarci che quanto è avvenuto, o sta avvenendo, in Venezuela è di rilevanza e interesse anche per il nostro paese. E in Venezuela è avvenuto l’incredibile, che ha pochi riscontri nella storia degli ultimi due secoli.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un paese svuotato</strong></h3>



<p>Secondo i rilievi delle Nazioni Unite, nel 1990 lo stock migratorio venezuelano (essenzialmente: cittadini venezuelani e persone nate in Venezuela) dimorante all’estero era pari a un paio di centinaia di migliaia di unità (1,1% della popolazione), cifra gradualmente aumentata nei successivi vent’anni fino a meno di 600mila (1,9%) nel 2010. La crisi economica e sociale durante gli ultimi anni del governo Chavez (morto nel 2013) e il loro aggravarsi sotto la presidenza del successore Maduro ha sospinto all’emigrazione una massa crescente di venezuelani: lo stock migratorio è salito a 760mila nel 2015, 5,5 milioni nel 2020, 8,3 milioni nel 2024 (Tabella 1). Attualmente quasi un venezuelano su quattro si trova all’estero! Paesi come la Siria e&nbsp; l’Ucraina soffrono diaspore dello stesso ordine di grandezza, ma sono devastati dalla guerra. In Venezuela non ci sono né guerre né conflitti armati interni, c’è – è vero – un regime autoritario, semi dittatoriale, oppressivo, un modello ben conosciuto nella storia latino-americana che però solo in Venezuela ha prodotto fughe di massa.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/tabella-1-diaspora-venezielana-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="431" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/tabella-1-diaspora-venezielana--1024x431.jpg" alt="" class="wp-image-23756" style="width:908px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/tabella-1-diaspora-venezielana--1024x431.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/tabella-1-diaspora-venezielana--300x126.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/tabella-1-diaspora-venezielana--768x323.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/tabella-1-diaspora-venezielana-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>Dalla Figura 1 si può desumere la geografia della diaspora, in gran maggioranza interna al continente, ad esclusione degli Stati Uniti (le ultimissime valutazione parlano di 1 milione) e della Spagna (700mila; appena 17mila in Italia). La confinante Colombia ospita la quota più alta dell’intera diaspora, con 2,8 milioni, seguita dal Perù con 1,7, Stati Uniti, Spagna e Cile (circa 0,7 milioni ciascuno), Ecuador (0,45 milioni).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/figura-1-diaspora-venezuelani.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="698" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/figura-1-diaspora-venezuelani-1024x698.jpg" alt="" class="wp-image-23751" style="width:877px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/figura-1-diaspora-venezuelani-1024x698.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/figura-1-diaspora-venezuelani-300x205.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/figura-1-diaspora-venezuelani-768x524.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/figura-1-diaspora-venezuelani.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>Se si escludono gli Stati Uniti e la Spagna, si tratta di una grande area, contigua territorialmente, stessa lingua, stessa cultura, stessa religione. Paesi che nel regime coloniale (terminato per il Venezuela nel 1811) facevano parte del Vicereame della Nueva Granada e che per un corto periodo di tempo (1819-31), sotto la spinta di Simon Bolívar, furono uniti nell’effimero stato della Grande Colombia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Migrazione e solidarietà</strong></h3>



<p>L’esodo venezuelano è stato possibile per vari fattori. In primo luogo, come già accennato, per le affinità con i paesi di destinazione, che hanno attenuato quei sentimenti di ostilità verso il “diverso” che accompagnano i movimenti migratori ovunque e che gli europei ben conoscono. Forte solidarietà politica, almeno nelle prime fasi dell’esodo, è stata mostrata da gran parte dei governi dei paesi del continente (e anche fuori di esso). Questi paesi, d’altra parte, sono scarsamente attrezzati per poter controllare movimenti migratori di massa, hanno estese frontiere porose, deboli strutture per l’accoglienza, insufficienti opportunità di lavoro fuori dell’economia informale.</p>



<p>Le migrazioni attuali non seguono più i modelli e gli itinerari consolidati dalla metà del secolo scorso; sono divenute più intense e instabili. Dopo il 2010, la mobilità è enormemente accresciuta e “la migrazione è diventata imprevedibile, multidirezionale e sempre più difficile da gestire per i governi. I paesi hanno dovuto affrontare contemporaneamente l&#8217;integrazione dei profughi (principalmente venezuelani, haitiani, nicaraguensi e cubani), la migrazione secondaria dovuta al trasferimento di individui in cerca di nuove opportunità, la migrazione circolare e di ritorno e l&#8217;emigrazione delle classi medie frustrate”<sup>2</sup>. La spinta verso nord, e verso gli Stati Uniti, prima limitata al Messico e all’America centrale, si muove anche da sud, e si sono moltiplicati i transiti attraverso il Darien Gap, quei circa cento chilometri di tra Colombia e Panama, senza strade né comunicazioni, considerati intransitabili. I transiti di irregolari attraverso il Gap, stimati in poche migliaia all’anno fino al 2020, sono esplosi a diverse centinaia di migliaia dopo il 2022<sup>3</sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Continuità e discontinuità</strong></h3>



<p>Ciò che viene definito&nbsp; spirito di solidarietà si è tradotto in una regolarizzazione su larga scala, fornendo a milioni di venezuelani uno status giuridico temporaneo e opportunità di inclusione. Nel 2021, con quasi due milioni di venezuelani entrati nel paese, la Colombia ha varato un Estatuto Temporal de Protección, con scadenza nel 2031, che permette agli irregolari di cercare lavoro e di godere di benefici sociali (scuola, sanità). Simili provvedimenti, di minor durata, sono stati presi da altri governi; tuttavia questi risultati positivi, se non ancorati a istituzioni forti o a programmi di sviluppo a lungo termine, hanno una natura fragile. I permessi temporanei sono spesso scaduti senza offrire alle persone un percorso sicuro; i migranti hanno avuto spesso difficoltà ad accedere ai sistemi educativi e sanitari, i processi di integrazione sono risultati disomogenei. Queste debolezze stanno contribuendo ad alimentare la crescente imprevedibilità delle politiche migratorie.</p>



<p>Negli Stati Uniti la ricorrente Community Survey stima in cica 1 milione i venezuelani dimoranti nel paese nel 2025, arrivati per lo più nell’ultimo decennio. Gran parte di questi godevano di un Temporary Protected Status (TPS), che viene riconosciuto dal governo a profughi da conflitti, disastri naturali e altri eventi eccezionali, che pertanto non possono essere espulsi o deportati.&nbsp; La durata della protezione varia dai 6 ai 18 mesi, e può essere rinnovata, o tolta, dal governo con discrezionalità. Nell’ottobre 2025 lo status TPS è stato revocato da Kristi Noem, Secretary for Homeland Security, a mezzo milione di venezuelani, la cui situazione è quindi del tutto incerta, come incerta è la situazione del Venezuela dopo il rapimento di Maduro. Nel Settembre scorso è scaduto il TPS per i nicaraguensi, e il 3 febbraio scorso quello degli Haitiani. Nel complesso 1,3 milioni di immigrati negli Stati Uniti beneficiano del TPS, ma soffrono per la volatilità del loro status.&nbsp;</p>



<p>Il 2026 è iniziato sotto il segno dell’incertezza per milioni di migranti latinoamericani, e della regione caraibica, aggravata dalla volatilità, dalla discrezionalità – e arbitrio – delle politiche dell’amministrazione americana.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Antonio Cortese, <em>Brevi note sull’emigrazione italiana verso il Venezuela</em>, Neodemos, 9 Aprile 2019</p>



<p><sup>&nbsp;2</sup>Diego Chaves-González, Valerie Lacarte, Andrew Selee, and Ariel G. Ruiz Soto, <em><a href="https://www.migrationpolicy.org/article/latin-america-caribbean-new-migration-era" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rising Migration in Latin America and the Caribbean Has Ushered in a Volatile New Era</a></em>, Migration Policy Institute, October 2, 2025,</p>



<p><sup>3</sup>Caitlyn Yates and Juan Pappier,<a href="https://www.migrationpolicy.org/article/darien-gap-migration-crossroads"> <em>How the Treacherous Darien Gap Became a Migration Crossroads of the Americas</em></a>, MPI, 20 Settembre 2023. </p>
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		<title>Una regione magmatica: i Paesi MENA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 08:23:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[mena]]></category>
		<category><![CDATA[Nord africa]]></category>
		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Quasi mezzo miliardo di persone vivono nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Steve Morgan richiama alcune particolarità di una regione, che pur se eterogenea per reddito, sviluppo, e circostanze politiche, ha molte radici comuni, religiose e culturali, e le cui vicende hanno profondi riflessi sulle società europee.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Gli acronimi, dei quali si fa ampio uso e abuso, sostituiscono i nomi radicati nella storia e spersonalizzano la realtà cui si riferiscono. Così è per l’acronimo MENA nella letteratura geopolitica, che sta per <em>Middle East and North Africa</em> (o Medio Oriente e Africa Settentrionale), e si riferisce a un’area geografica che include, oltre al Marocco, i paesi della sponda sud e est del Mediterraneo, quelli della penisola arabica, Iraq e Iran. L’area MENA comprende una ventina di paesi, ma a seconda dei temi trattati in ambito internazionale, si può allargare a fisarmonica per includere altri paesi a sud e a nord dell’area. Nella Figura 1 sono riportati i 20 paesi che per convenzione fanno parte del consesso MENA come definito in rapporti, ricerche e documenti: si tratta di un insieme assai eterogeneo, di quasi mezzo miliardo di persone, di dimensioni analoghe a quelle del continente europeo. Vi si trovano paesi con reddito pro-capite altissimo (quelli della penisola arabica, produttori di petrolio), insieme a altri con amplissime fasce di povertà; paesi con crescita demografica esuberante (Yemen) e con riproduttività molto bassa (Iran); paesi con lunghe storie di emigrazione (Marocco) e altri nei quali gli immigrati sono una maggioranza. Massima eterogeneità, dunque, ma anche una pluralità di fattori comuni, culturali, religiosi, linguistici e storici, che costituiscono la cornice entro la quale si muovono i singoli stati. Inoltre le intricate vicende politiche che agitano questa regione si ripercuotono sul continente europeo: una ragione in più perché Neodemos si interessi ad alcuni aspetti di natura socio-demografica.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="404" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-1-–-I-paesi-della-regione-Mena--1024x404.jpg" alt="" class="wp-image-23160" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-1-–-I-paesi-della-regione-Mena--1024x404.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-1-–-I-paesi-della-regione-Mena--300x119.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-1-–-I-paesi-della-regione-Mena--768x303.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-1-–-I-paesi-della-regione-Mena-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Popolazioni in un mare in tempesta</strong></h3>



<p>Quasi tutti i paesi della regione sono, o sono stati recentemente, coinvolti in guerre sanguinose, conflitti e rivoluzioni interne, violente turbolenze politiche e militari. O ne hanno subito l’onda d’urto, sotto forma di migrazioni forzate, deportazioni, flussi di rifugiati. Questi episodi poi sono andati crescendo fortemente dall’inizio di questo secolo. Secondo un centro di ricerca specializzato, “fin dall’inizio del secolo, sia la frequenza che la  gravità dei conflitti armati sono state molto più alte che non negli anni ’90. Più precisamente, il numero medio degli episodi conflittuali nei paesi MENA è più che raddoppiato, da 20 nella prima decade del secolo a 52 dal 2010 al 2022 oggi (2023). Gli effetti sulla sopravvivenza sono stati tremendi. Negli anni tra il 2010 e il 2022 le perdite di vite dovute ai conflitti hanno rappresentato il 38% delle perdite per conflitti nel mondo, sei volte in più rispetto agli anni ’90”<sup>1</sup>. E la situazione è ancora peggiorata negli ultimi tre anni, basti pensare alle decine di migliaia di morti della guerra di Gaza, ancora in corso.</p>



<p>Si è accennato alla eterogeneità, anche demografica, della regione, la cui popolazione, tra il 2000 e il 2025, è aumentata di circa due terzi (2,03% all’anno); un incremento che dovrebbe dimezzarsi a un terzo tra il 2025 e il 2050 (1,13% annuo), per una riproduttività prevista in diminuzione, ma non tanto da contrastare l’effetto dinamico di una struttura per età ancora oggi assai giovane. Tra oggi e la metà del secolo, la popolazione tra i 15 e i 40 anni – la fascia di età che costituisce il ”motore” di una società, nella riproduzione, nel lavoro, nell’innovazione e nella mobilità – crescerà ancora di 100 milioni di persone. Più urbanizzate e istruite delle generazioni precedenti e cruciali per la velocità dello sviluppo e gli equilibri sociali della regione.</p>



<p>Le Figure 2 e 3, riportano l’andamento secolare della fecondità e della mortalità infantile (strettamente correlata alla speranza di vita, ma più significativo indicatore dello sviluppo), in Nord Africa e Medio Oriente (area che include il Sudan, generalmente non incluso tra i MENA). La fecondità, pur prevista in lenta discesa, rimarrebbe superiore alla media mondiale; la mortalità infantile, storicamente assai più elevata di tale media, ne è scesa nettamente sotto a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso. Nell’insieme, nel processo di transizione demografica in corso nei paesi del sud del mondo, la regione appare in “anticipo” per quanto riguarda la mortalità, ma in ”ritardo” per quel che attiene alla riproduttività.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="522" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--1024x522.jpg" alt="" class="wp-image-23161" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--1024x522.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--300x153.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--768x392.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="544" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-3-–-Mortalita-giovanile-tra-0-a-5-anni-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--1024x544.jpg" alt="" class="wp-image-23162" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-3-–-Mortalita-giovanile-tra-0-a-5-anni-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--1024x544.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-3-–-Mortalita-giovanile-tra-0-a-5-anni-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--300x160.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-3-–-Mortalita-giovanile-tra-0-a-5-anni-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100--768x408.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-3-–-Mortalita-giovanile-tra-0-a-5-anni-in-Nord-Africa-e-Medio-Oriente-1950-2100-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il peso delle migrazioni forzate</strong></h3>



<p>Le migrazioni hanno una lunga storia nella regione; Marocco, Tunisia e Egitto oggi, come in passato, sono all’origine di consistenti flussi verso l’Europa. I conflitti dell’ultimo ventennio hanno determinato crescenti flussi di rifugiati, di richiedenti asilo e di IDP (persone forzosamente dislocate all’interno del proprio paese) che hanno sconvolto i lineamenti del tradizionale sistema migratorio della regione. Questa ospita (2025) l’11% dei rifugiati e ben il 54% degli IDP del mondo. La guerra civile in Siria ha provocato l’esodo di oltre 6 milioni di persone, il 24% della popolazione, che solo negli ultimi mesi hanno iniziato a rifluire nel proprio paese. Dalla caduta del governo di Assad allo scorso mese di maggio, l’UNHCR stima in mezzo milione i rifugiati rientrati in Siria.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="575" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-4-–-Rifugiati-profughi-dislocati-nella-regione-MENA-2025--1024x575.jpg" alt="" class="wp-image-23164" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-4-–-Rifugiati-profughi-dislocati-nella-regione-MENA-2025--1024x575.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-4-–-Rifugiati-profughi-dislocati-nella-regione-MENA-2025--300x169.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-4-–-Rifugiati-profughi-dislocati-nella-regione-MENA-2025--768x431.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-4-–-Rifugiati-profughi-dislocati-nella-regione-MENA-2025-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il desiderio di emigrazione</strong></h3>



<p>Nei paesi MENA, non produttori di petrolio, la propensione a emigrare è molto elevata, soprattutto tra i giovani. Fatto che non sorprende, sia per il debole sviluppo, incapace di creare lavoro per le masse di giovani, sia per la situazione di instabilità e conflittualità creatrice di nuove povertà e soprattutto di insicurezza. Significativi sono i dati dell’ottavo Barometro Arabo, un’indagine di opinione (2023-24) in sette paesi della regione (Giordania, Kuwait, Libano, Mauritania, Marocco, Palestina e Tunisia). I risultati dell’indagine, confermano le aspettative, ma con alcune sorprese. Anzitutto nella media dei paesi, la propensione a migrare è notevolmente cresciuta nel tempo: nelle quattro indagini tra il 2006 e il 2016 riguardava tra il 22 e il 34%, nelle ultime due indagini è salita a 42-47%. Come dalle attese, è significativamente più alta tra i giovani con meno di 30 anni (Figura 5), nonché tra i giovani più istruiti rispetto a quelli con minor grado di istruzione. Tra i paesi considerati, i tunisini hanno la maggior propensione a emigrare, i kuwaitiani la minore. Sorprende la moderata inclinazione a migrare dei palestinesi, nonostante le drammatiche condizioni di vita. Per quanto riguarda la destinazione di una eventuale migrazione, l’America del nord prevale sull’Europa. </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="625" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-5-–-Intenzione-di-emigrare-in-sette-Paesi-Mena-secondo-lottavo-Arab-Barometer--1024x625.jpg" alt="" class="wp-image-23163" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-5-–-Intenzione-di-emigrare-in-sette-Paesi-Mena-secondo-lottavo-Arab-Barometer--1024x625.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-5-–-Intenzione-di-emigrare-in-sette-Paesi-Mena-secondo-lottavo-Arab-Barometer--300x183.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-5-–-Intenzione-di-emigrare-in-sette-Paesi-Mena-secondo-lottavo-Arab-Barometer--768x468.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/09/Figura-5-–-Intenzione-di-emigrare-in-sette-Paesi-Mena-secondo-lottavo-Arab-Barometer-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<p>Nella realtà, la regione MENA è caratterizzata da due sistemi migratori. Quello imperniato sui paesi produttori di petrolio, che attrae migranti dall’Asia (subcontinente indiano, Filippine), e quello sud-nord dell’area mediterranea. Quest’ultimo è composto da migranti con relativamente alto grado d’istruzione, in prevalenza provenienti da aree urbane, sospinti dalla disoccupazione e mancanza di prospettive.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Roberta Gatti et alii, <em>Growth in the Middle East and North Africa</em>. MENA Economic Update, Ottobre 2024, World Bank, Washington</p>
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		<title>La malaria di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2025 08:10:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Oms]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[USAID]]></category>
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<p><em>La decisione dell’amministrazione Trump di uscire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e lo smantellamento dell’Agenzia per l’Aiuto allo Sviluppo (USAID), avranno, secondo Steve Morgan, dure conseguenze sulla salute e la sopravvivenza delle popolazioni più povere.&nbsp;</em></p>



<p class="has-drop-cap">Non si fraintenda il titolo di questo breve scritto: Trump non ha la malaria, ma rischia di frenare i progressi faticosamente fatti negli ultimi decenni nella lotta ad una patologia invalidante e letale, responsabile nel 2023 – secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità &#8211; di 263 milioni di casi e di 600mila decessi, nella stragrande maggioranza (oltre il 90%) nei paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Nelle zone nelle quali la patologia è più intensa si forma anche una sorta di immunità “adattativa” moderatrice delle conseguenze dell’infezione. Questa immunità, però, è assente nei bambini &#8211; otto decessi su dieci riguardano bambini con meno di 5 anni &#8211; ed è fortemente attenuata nelle donne in gravidanza. È stato scritto che “gli effetti più disastrosi della malaria si hanno negli eventi epidemici. I grandi movimenti migratori interni a un continente favoriscono l’esposizione di popolazioni vulnerabili al parassita. Inondazioni, instabilità politica, cambiamenti ambientali legati anche all’attività dell’uomo, mancanza di misure di controllo del vettore, infrastrutture inadeguate per affrontare la malattia e costi di intervento troppo elevati, difficili da sopportare per Paesi a risorse economiche limitate, sono tutti fattori che possono determinare lo sviluppo di eventi epidemici. In ultimo, altra categoria su cui la malaria può avere un impatto molto importante è rappresentata dai viaggiatori non immuni che si recano in zone endemiche.”<sup>1</sup></p>



<p>La zanzara, vettore del plasmodio che genera la malaria, è presente ovunque nel mondo in molteplici varietà, dovute all’evoluzione e all’adattamento all’ambiente, da quelli silvestri a quelli urbani<sup>2</sup>. È un vettore di virus e parassiti multiformi, dannosi per gli umani e per molte specie animali. Tra le patologie trasmesse dalla zanzara, la malaria è quella di gran lunga più pericolosa; un piccolo insetto, con il quale è stata ingaggiata una battaglia da secoli, che ancora non è stata vinta.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’isolazionismo trumpiano e la globalizzazione dei microbi</strong></h3>



<p>L’uscita degli Stati Uniti dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS/WHO) è stata annunciata con uno dei primissimi <em>executive orders,</em> il cui diluvio ha reso palese l’indirizzo isolazionista dell’amministrazione trumpiana. Già predisposta cinque anni fa, ma bloccata da Biden, adesso è effettiva. Alla OMS è stato imputato la cattiva gestione (<em>mismanagement</em>) della pandemia di Covid (una colpa della quale si è sicuramente macchiato Trump durante il suo primo mandato, 2017-2021), e soprattutto di non avere investigato le circostanze del suo insorgere in Cina, la sua scarsa indipendenza dalle pressioni dei governi, il suo eccessivo costo. Gli Stati Uniti sono il maggiore finanziatore dell’OMS, e con 1,3 miliardi di dollari coprono il 19% del suo bilancio di 6,8 miliardi (2022-23).&nbsp; Sicuramente l’OMS necessita riforme, ma è anche l’unico guardiano della salute globale, capace di prevedere, prevenire, coordinare gli interventi in sua difesa. Nella storia i microbi sono stati i protagonisti indiscussi dei processi di globalizzazione, e solo le azioni concertate internazionalmente possono difenderci dai loro effetti negativi. Colpire l’OMS significa indebolire la salute dei paesi più deboli e delle popolazioni più povere.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il definanziamento dello USAID</strong></h3>



<p>La storia non finisce qui. In un altro dei suoi sciagurati provvedimenti esecutivi, Trump ha praticamente paralizzato l’azione dell’agenzia per lo sviluppo USAID (United States Agency for International Development) cancellando migliaia di contratti già in essere per il finanziamento di interventi e progetti per la lotta alla povertà, il sostegno alla salute, e altre azioni di natura umanitaria. Conviene ricordare, preliminarmente, che le operazioni umanitarie di USAID, fondata da Kennedy nel 1961, avevano anche lo scopo di esporre al mondo il lato etico e umanitario dell’azione americana nel mondo, spesso assai offuscata nell’opinione pubblica internazionale. Ma queste considerazioni non hanno avuto effetto sull’amministrazione Trump, che ha cancellato contratti che riguardano la malaria, la tubercolosi, HIV/AIDS, Ebola, la polio, il sostegno all’alimentazione, e altro ancora. Si tratta di ben 5.800 finanziamenti pluriennali, su 6.220, oltre ad altri finanziamenti approvati dal Dipartimento di Stato. Alti funzionari di USAID, eletti sotto l’amministrazione Biden, hanno pubblicamente condannato questi provvedimenti. Per quanto riguarda la lotta alla malaria, gli Stati Uniti hanno erogato finanziamenti per circa 1 miliardo di dollari nel 2024, dei quali 795 erogati da USAID: “Tutti i presidi sanitari che proteggono 53 milioni di persone, per lo più bambini, incluse le zanzariere, gli strumenti diagnostici, i farmaci preventivi e quelli curativi sono stati cancellati”, secondo il Dr. Gawande, già vicedirettore di Usaid. Un altro alto ex-funzionario ha dichiarato che la cancellazione dei programmi può produrre 18 milioni di casi malarici in più all’anno, corrispondenti a 166mila decessi”<sup>3</sup>. Nella Figura 1 è riportata la distribuzione degli investimenti nella lotta alla malaria secondo l’origine: gli Stati Uniti erogano il 36% del totale; i governi dei paesi poveri malarici il 34%; Regno Unito, Francia, Germania e Giappone il 18%; il residuo 12% proviene dagli altri paesi sviluppati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-1-–-Valore-degli-investimenti-nella-lotta-alla-malaria-quota-dei-Paesi-donatori-e-delle-istituzioni.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="540" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-1-–-Valore-degli-investimenti-nella-lotta-alla-malaria-quota-dei-Paesi-donatori-e-delle-istituzioni-1024x540.jpg" alt="" class="wp-image-22706" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-1-–-Valore-degli-investimenti-nella-lotta-alla-malaria-quota-dei-Paesi-donatori-e-delle-istituzioni-1024x540.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-1-–-Valore-degli-investimenti-nella-lotta-alla-malaria-quota-dei-Paesi-donatori-e-delle-istituzioni-300x158.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-1-–-Valore-degli-investimenti-nella-lotta-alla-malaria-quota-dei-Paesi-donatori-e-delle-istituzioni-768x405.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-1-–-Valore-degli-investimenti-nella-lotta-alla-malaria-quota-dei-Paesi-donatori-e-delle-istituzioni.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Rallentano i progressi</strong></h3>



<p>Negli ultimi anni, i progressi conseguiti negli ultimi decenni dalle azioni antimalariche sono andati rallentando il passo e in alcuni casi hanno invertito la rotta. La Figura 2, riporta le stime sul numero dei casi d’infezione malarica (che, come si sa, sono ricorrenti nel tempo in un medesimo soggetto), e sul numero di decessi che, come già detto, sono prevalentemente infantili. I primi, in continua diminuzione fino al 2013, risultano in seguito stazionari e poi in risalita sospinti dall’epidemia di Covid. I secondi, cioè i decessi, sono stazionari dal 2000 in poi (si tenga però che nel frattempo le popolazioni a rischio sono andate aumentando a un tasso vicino al 2% all’anno). Più della metà dei decessi per malaria nel mondo avvengono (nell’ordine) in Nigeria Repubblica Democratica del Congo, Niger e Tanzania (Figura 3). La povertà delle popolazioni subsahariane, la debolezza delle amministrazioni, le particolari condizioni climatiche, la mobilità, la resistenza ai farmaci e agli insetticidi, sono tutti fattori che rendono dura la battaglia contro la malaria. Che ha particolare necessità del sostegno internazionale. L’improvviso sottrarsi dell’amministrazione trumpiana all’impegno finanziario, ma anche etico, che l’aveva vista per decenni in prima linea, è una sorta di sconsiderato “delitto contro l’umanità”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-2-–-Casi-dinfezione-malarica-milioni-e-decessi-per-malaria-migliaia-nel-mondo-2000-2023.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="540" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-2-–-Casi-dinfezione-malarica-milioni-e-decessi-per-malaria-migliaia-nel-mondo-2000-2023-1024x540.jpg" alt="" class="wp-image-22707" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-2-–-Casi-dinfezione-malarica-milioni-e-decessi-per-malaria-migliaia-nel-mondo-2000-2023-1024x540.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-2-–-Casi-dinfezione-malarica-milioni-e-decessi-per-malaria-migliaia-nel-mondo-2000-2023-300x158.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-2-–-Casi-dinfezione-malarica-milioni-e-decessi-per-malaria-migliaia-nel-mondo-2000-2023-768x405.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-2-–-Casi-dinfezione-malarica-milioni-e-decessi-per-malaria-migliaia-nel-mondo-2000-2023.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-3-–-Distribuzione-per-paese-dei-decessi-per-malaria-2023.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="540" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-3-–-Distribuzione-per-paese-dei-decessi-per-malaria-2023-1024x540.jpg" alt="" class="wp-image-22708" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-3-–-Distribuzione-per-paese-dei-decessi-per-malaria-2023-1024x540.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-3-–-Distribuzione-per-paese-dei-decessi-per-malaria-2023-300x158.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-3-–-Distribuzione-per-paese-dei-decessi-per-malaria-2023-768x405.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/05/Figura-3-–-Distribuzione-per-paese-dei-decessi-per-malaria-2023.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p>&nbsp;<sup>1</sup>Istituto Superiore di Sanità &#8211; EpiCentro</p>



<p><sup>2</sup>Steve S. Morgan, <em>Due protagoniste della globalizzazione: la Zanzara e la Dengue</em>, “Neodemos”, 24 settembre 2024<br><br><sup>3</sup><a href="https://www.usnews.com/topics/author/cecelia-smith-schoenwalder" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cecelia Smith-Schoenwalder</a>&nbsp;and&nbsp;<a href="https://www.usnews.com/topics/author/steven-ross-johnson" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Steven Ross Johnson</a>, <em>The Life-Saving Programs Disappearing as a Result of the USAID Funding Cuts,</em> “Us News &amp; World Report”, March 4, 2025<br></p>
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		<title>Nigeria: timido inizio della transizione riproduttiva</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2025/03/21/nigeria-timido-inizio-della-transizione-riproduttiva/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=nigeria-timido-inizio-della-transizione-riproduttiva</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2025 07:56:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
		<category><![CDATA[Nigeria]]></category>
		<category><![CDATA[riproduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una recentissima indagine colma il vuoto conoscitivo sulla popolazione della Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa, il cui ultimo censimento risale a quasi vent’anni fa. ... <a title="Nigeria: timido inizio della transizione riproduttiva" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2025/03/21/nigeria-timido-inizio-della-transizione-riproduttiva/" aria-label="Per saperne di più su Nigeria: timido inizio della transizione riproduttiva">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Una recentissima indagine colma il vuoto conoscitivo sulla popolazione della Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa, il cui ultimo censimento risale a quasi vent’anni fa. Ce ne parla Steve Morgan, che pone in rilievo la lentezza del declino della fecondità e il grave ritardo nel processo della transizione demografica, imprescindibile compagna dello sviluppo.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In attesa di un censimento, che manca da quasi vent’anni, si stima che la popolazione nigeriana ammonti (2025) a 237 milioni, al sesto posto nella classifica dei paesi più popolosi, dopo India, Cina, USA, Indonesia e Pakistan. Secondo ragionevoli ipotesi, tra 40 anni i nigeriani si troveranno raddoppiati di numero, con una popolazione vicina a quella dell’Unione Europea. Stando alle valutazioni delle Nazioni Unite, nel 2025 le nascite saranno quasi 8 milioni, un numero di poco inferiore a quelle della Cina, che ha una popolazione sei volte più grande.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Nord e Sud, e un caleidoscopio di etnie e di lingue</strong></h3>



<p>Sullo sviluppo della Nigeria – non diversamente da quanto accade nell’Africa sub-Sahariana &#8211; pesa come un macigno la velocità della crescita demografica, conseguenza di una natalità non controllata di gran parte della popolazione, che aggrava il solco che divide il Nord dal Sud del paese<sup>1</sup>. Nei distretti del Nord, il numero medio di figli per donna è vicino a 6, in quelli del Sud è inferiore a 4. Questo divario si traduce in livelli di crescita fortemente differenziati.</p>



<p>Il divario tra le regioni del Nord e quelle del Sud, riguarda anzitutto la religione, prevalentemente musulmana nelle prime e prevalentemente cristiana nelle seconde. “Il Nord è molto più povero del Sud, con un Pil pro-capite di $ 292, che è meno della metà di quello del Sud, nonostante che il Nord abbia espresso un gran numero di Presidenti. Ma il Nord sta assai peggio del Sud secondo vari indicatori, che riguardano la nutrizione dei bambini, l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica.  Il Governo spende poco in sanità e istruzione, e assai meno della media nel Nord.”<sup>2</sup> I movimenti Jihadisti, quello insurrezionale di Boko Haram e altri conflitti interni colpiscono soprattutto le popolazioni del Nord. </p>



<p>Il divario Nord-Sud è un indice che semplifica la complessità del paese, nel quale convivono centinaia di etnie e di lingue diverse, unificate dall’inglese come lingua ufficiale.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un’indagine fondamentale</strong></h3>



<p>In un paese così grande e così complesso, i censimenti sono uno strumento fondamentale di conoscenza. L’ultimo, come già detto, rimonta al 2006, quando la Nigeria aveva cento milioni di abitanti meno di oggi. La storia dei censimenti nigeriani è costellata di fallimenti; negli anni recenti il censimento è stato rinviato più volte, e ancora oggi il sistema è fermo alle operazioni preliminari. Dai suoi risultati dipende la ripartizione delle rendite petrolifere e della rappresentanza politica tra i 36 stati e i 300 gruppi etnici che compongono il paese più popoloso dell’Africa.&nbsp;</p>



<p>Fortunatamente, per quanto riguarda la demografia, soccorre la vasta indagine campionaria svolta nel 2023-24, di cui sono stati appena pubblicati i risultati sommari<sup>3</sup>. Si tratta della Nigeria Demographic and Health Survey (NDHS 2023-24), costruita con un campione di 41mila unità familiari, nelle quali sono state intervistate 39mila donne tra i 15 e i 50 anni, e 12mila uomini tra i 15 e i 60 anni. Sono state raccolte notizie sulla fecondità, la contraccezione, la mortalità infantile, lo stato di salute e nutritivo dei bambini, le vaccinazioni e molto altro ancora: un insieme di dati atto a ricostruire con dettaglio il profilo demografico del paese. Va aggiunto che l’indagine si avvale di esperienze oramai quarantennali, con solido impianto campionario, accurata preparazione, metodologie aggiornate.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>C’è una breccia nell’alta riproduttività del Paese.</strong></h3>



<p>Fino all’inizio di questo secolo, il controllo delle nascite veniva praticato solo in gruppi molto ristretti, relativamente benestanti e istruiti, residenti in contesti urbani, non diversamente da quanto avveniva negli altri paesi della regione sub-Sahariana. La classica misura della riproduttività, il numero medio di figli per donna (TFR o <em>total fertility rate</em>) era costantemente superiore a 6, con bassa proporzione di donne praticanti qualche forma di contraccezione, bassa età alle unioni matrimoniali o di fatto. La Figura 1 sintetizza l’andamento del TFR, nell’insieme del paese, nelle aree urbane e in quelle rurali, dal 1990 al 2023-24, secondo le sei indagini NDHS. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-in-Nigeria-secondo-le-indagini-NDHS-dal-1990-al-2023-24.-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-in-Nigeria-secondo-le-indagini-NDHS-dal-1990-al-2023-24.--1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-22518" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-in-Nigeria-secondo-le-indagini-NDHS-dal-1990-al-2023-24.--1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-in-Nigeria-secondo-le-indagini-NDHS-dal-1990-al-2023-24.--300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-in-Nigeria-secondo-le-indagini-NDHS-dal-1990-al-2023-24.--768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-1-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-in-Nigeria-secondo-le-indagini-NDHS-dal-1990-al-2023-24.-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>A partire dalla seconda decade del secolo, il TFR mostra una flessione, soprattutto nelle aree urbane: per l’intero paese scende da 5,7 nel 2008 a 4,8 nel 2023. Per la verità si tratta di un declino modesto (nemmeno “un figlio in meno”) in un quindicennio abbondante, di forte cambiamento economico e sociale. Si tenga conto, per confronto, che un declino analogo era iniziato &#8211; nell’intera Asia meridionale (il subcontinente indiano) – circa mezzo secolo prima che in Nigeria. Il divario nei livelli di riproduttività è fortissimo: due dei tre distretti del nord del paese hanno un numero medio di figli per donna pari a 6, all’incirca doppio dei 3,3 di due dei tre distretti del sud (Figura 2), una forbice che è conseguenza e causa, allo stesso tempo, dei diversi livelli di sviluppo.&nbsp; Tra i 36 stati, il livello più alto di fecondità appartiene a Yobe, nel Nord Est, con 7,5, e il più basso allo stato di Rivers, nel Sud-Sud, con 2,9.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-nei-36-Stati-del-Paese-2021-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="594" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-nei-36-Stati-del-Paese-2021--1024x594.jpg" alt="" class="wp-image-22519" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-nei-36-Stati-del-Paese-2021--1024x594.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-nei-36-Stati-del-Paese-2021--300x174.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-nei-36-Stati-del-Paese-2021--768x445.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-2-–-Numero-medio-di-figli-per-donna-Tfr-nei-36-Stati-del-Paese-2021-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>La diffusione della contraccezione avanza molto lentamente, come si desume dalla Figura 3; tra le donne sposate in età fertile la “domanda” di contraccezione (cioè le donne che desiderano limitare la propria fecondità) era pari al 28% nel 1990, cresciuta al 41% nel 2023-24; ma queste proporzioni inglobavano, a queste due date, un 21-22% di donne che desideravano limitare la propria riproduttività, ma non erano in grado di farlo per mancanza di contraccettivi o altro (in arancione nel grafico). Di conseguenza, nel 2023-24, solo il 20% delle donne fertili era in grado di controllare la propria fecondità con metodi tradizionali (in blu) o moderni (in verde). Insomma, qualcosa è cambiato ma la breccia nel sistema tradizionale di altissima riproduttività è per ora assai limitata.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-3-Domanda-di-figli-e-domanda-di-controllo-delle-nascite-soddisfatta-dal-1990-al-2023-24-donne-sposate-di-15-49-anni-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="477" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-3-Domanda-di-figli-e-domanda-di-controllo-delle-nascite-soddisfatta-dal-1990-al-2023-24-donne-sposate-di-15-49-anni--1024x477.jpg" alt="" class="wp-image-22520" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-3-Domanda-di-figli-e-domanda-di-controllo-delle-nascite-soddisfatta-dal-1990-al-2023-24-donne-sposate-di-15-49-anni--1024x477.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-3-Domanda-di-figli-e-domanda-di-controllo-delle-nascite-soddisfatta-dal-1990-al-2023-24-donne-sposate-di-15-49-anni--300x140.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-3-Domanda-di-figli-e-domanda-di-controllo-delle-nascite-soddisfatta-dal-1990-al-2023-24-donne-sposate-di-15-49-anni--768x358.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-3-Domanda-di-figli-e-domanda-di-controllo-delle-nascite-soddisfatta-dal-1990-al-2023-24-donne-sposate-di-15-49-anni-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Modernizzazione demografica e sviluppo</strong></h3>



<p>L’esperienza storica mostra che la modernizzazione demografica è una imprescindibile componente, e premessa, dello sviluppo. La Nigeria è in grave ritardo; alta è la mortalità, con una speranza di vita di appena 55 anni, 10 in meno di quella dell’intero continente africano; precaria la salute materna; alta la fecondità delle adolescenti. La Figura 4 riporta l’andamento della mortalità infantile e dei bambini secondo le indagini NDHS; la prima si situa oggi a 110 per mille, come in Italia un secolo fa, e è nettamente superiore alla media africana. La Nigeria è un paese ricco di risorse naturali, il primo produttore di petrolio dell’Africa, ma il processo di industrializzazione è lento, l’agricoltura molto arretrata, e la demografia agisce più come freno che come motore della crescita.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-4-–-Mortalita-neonatale-e-infantile-dal-1990-al-2023-24-tassi-per-1000-nati-vivi-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="477" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-4-–-Mortalita-neonatale-e-infantile-dal-1990-al-2023-24-tassi-per-1000-nati-vivi--1024x477.jpg" alt="" class="wp-image-22521" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-4-–-Mortalita-neonatale-e-infantile-dal-1990-al-2023-24-tassi-per-1000-nati-vivi--1024x477.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-4-–-Mortalita-neonatale-e-infantile-dal-1990-al-2023-24-tassi-per-1000-nati-vivi--300x140.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-4-–-Mortalita-neonatale-e-infantile-dal-1990-al-2023-24-tassi-per-1000-nati-vivi--768x358.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/03/Figura-4-–-Mortalita-neonatale-e-infantile-dal-1990-al-2023-24-tassi-per-1000-nati-vivi-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Dagli anni ’90, la Nigeria, che è una Federazione di 36 stati, è suddivisa in 6 regioni politico-amministrative: Centro-Nord, Nord Est, Nord Ovest, Sud Est, Sud-Sud, Sud Ovest</p>



<p><sup><strong>&nbsp;</strong>2</sup>The Economist, <em>Why the fertility gap between north and south Nigeria matters</em>, 7 November 2024</p>



<p><sup>3</sup>Nigeria &#8211; Demographic and Health Survey 2023-24, <em>Key Indicators Report</em>, September 2024<br></p>
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		<title>Cinesi e indiani nel Mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Nov 2024 09:15:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei rapporti tra stati, le “diaspore” hanno un’influenza non secondaria. Steve Morgan riferisce su alcune caratteristiche dei cinesi e degli indiani nel mondo, di come ... <a title="Cinesi e indiani nel Mondo" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2024/11/12/cinesi-e-indiani-nel-mondo/" aria-label="Per saperne di più su Cinesi e indiani nel Mondo">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Nei rapporti tra stati, le “diaspore” hanno un’influenza non secondaria. Steve Morgan riferisce su alcune caratteristiche dei cinesi e degli indiani nel mondo, di come i primi siano fortemente controllati dallo stato, e della vivacità e apertura dei secondi</em></p>



<p class="has-drop-cap">Cina e India, i due paesi più popolosi del mondo, sono al centro dell’attenzione di politici, media e opinione pubblica. Il “sorpasso” demografico dell’India sulla Cina, nel 2022, è stato un avvenimento commentato alla stregua di un evento sportivo; il rallentamento dell’economia cinese e la brillantezza di quella indiana sono oggetto di commenti quotidiani di politici e accademici, così come il grado d’influenza geopolitica dei due grandi paesi e il loro possibile futuro. Ci sembra utile affrontare brevemente un altro aspetto del confronto Cina-India, non sempre sotto la luce dei riflettori.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Diaspora, migrazione e geopolitica</strong></h3>



<p>I grandi paesi hanno una forte influenza sull’assetto geopolitico del mondo: non solo per la potenza economica, militare o culturale, ma anche per l’esistenza, la numerosità e le caratteristiche delle loro “diaspore”, un termine greco entrato nell’uso corrente per definire – genericamente &#8211;&nbsp; le collettività che identificano la loro provenienza con un dato paese<sup>1</sup>. Per quanto riguarda la Cina, si parla di una diaspora di 50 o 60 milioni di persone; per l’India di 30 o 40, ma sono valutazioni molto approssimate. Meno ambiguamente, dovrebbe parlarsi di “popolazione di origine cinese, o indiana”, anziché di diaspora, comprendendo così sia i migranti di prima generazione, sia i loro discendenti, qualsiasi sia la generazione di appartenenza o il luogo della loro nascita. In questa nota si farà riferimento per lo più allo “stock di migranti” – cioè le stime, fatte dalle Nazioni Unite, delle persone nate in Cina, o in India, ma che risiedono in un altro paese e che quindi – almeno una volta nella loro vita – hanno “traversato” un confine di stato. La “popolazione di origine” cinese, o indiana, è ovviamente assai più numerosa del corrispondente “stock”.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo stock di migranti, cinesi e indiani, e le rimesse</strong></h3>



<p>Nonostante le loro dimensioni, nel 2000 Cina e India erano rispettivamente, al terzo e al quarto posto per numerosità dello stock migratorio (8 e 6 milioni rispettivamente), superati da Russia e Messico (11 e 10 milioni), stati demograficamente 10 o 15 volte più piccoli. Il caso della Russia è poco significativo, perché la frammentazione dell’Unione Sovietica ha fatto sì che milioni di russi residenti nelle repubbliche divenute indipendenti si trovassero da un giorno all’altro in una “patria” diversa. Nel 2020, lo stock migratorio dell’India passa al primo posto, e quello della Cina rimane al quarto, con incrementi del 127% e del 78%, molto maggiori di quello dell’intero stock mondiale (+48%), del Messico (+17%) e della Russia (+1%). La progressione degli stock di Cina e India, dal 1990 al 2020, può leggersi nella Figura 1: nonostante la straordinaria crescita economica e l’apertura al mondo, la Cina non ha tenuto il ritmo della sua “vicina”. La maggior parte dei migranti cinesi si trova in Indonesia, Tailandia, Malesia, Singapore e in altri paesi dell’Asia sud-orientale, ma c’è anche una forte presenza negli Stati Uniti e in Canada. Lo stock di migranti indiani è concentrato prevalentemente in nord America, e nei paesi arabi del Golfo; presenze consistenti si trovano, oltreché in Asia Meridionale, anche in Europa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-1-Stock-di-emigrati-di-Cina-e-India-1990-2020_2.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="570" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-1-Stock-di-emigrati-di-Cina-e-India-1990-2020_2-1024x570.jpg" alt="" class="wp-image-21970" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-1-Stock-di-emigrati-di-Cina-e-India-1990-2020_2-1024x570.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-1-Stock-di-emigrati-di-Cina-e-India-1990-2020_2-300x167.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-1-Stock-di-emigrati-di-Cina-e-India-1990-2020_2-768x428.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-1-Stock-di-emigrati-di-Cina-e-India-1990-2020_2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Le rimesse degli emigrati costituiscono un altro interessante aspetto dei vincoli intercorrenti tra le diaspore e le madri-patrie. Nelle Figure 2 e 3 è riportato il valore delle rimesse e l’incidenza sul PIL dei due paesi. Gli ultimi dati (2023) valutano in 120 miliardi di dollari le rimesse della diaspora indiana, e in meno di un terzo (38 miliardi) quelle della diaspora cinese. Il divario tra le due diaspore è esploso a partire dalla fine degli anni ’90. Oggi le rimesse della diaspora indiana valgono oltre il 3% del PIL della madre patria, e sono un fattore di sviluppo del paese non trascurabile. Per l’economia cinese, invece, le rimesse, che valgono una frazione di punto percentuale, hanno scarsa rilevanza.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-2-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1975-2023-1.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="567" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-2-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1975-2023-1-1024x567.jpg" alt="" class="wp-image-21965" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-2-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1975-2023-1-1024x567.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-2-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1975-2023-1-300x166.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-2-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1975-2023-1-768x425.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-2-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1975-2023-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="549" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-3-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1-1024x549.jpg" alt="" class="wp-image-21966" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-3-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1-1024x549.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-3-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1-300x161.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-3-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1-768x412.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/11/Figura-3-Rimesse-degli-espatriati-verso-Cina-e-India-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Numerosità dello stock di migranti e i livelli delle rimesse sottintendono una vivacità della diaspora indiana che quella cinese sembra non avere.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La rilevanza politica dell’emigrazione</strong></h3>



<p>“<em>We are converting the brain drain to brain gain</em>” ha dichiarato Narendra Modi durante la celebrazione di una festa in onore degli indiani fuori dall’India. Gli fa eco Xi Jinping, affermando che “gli emigrati possono giocare un ruolo insostituibile nel realizzare il Sogno Cinese di Ringiovanimento Nazionale, perché sono dei patrioti e ricchi di capitale, talenti, risorse e contatti economici (<em>business connections</em>).” Nonostante queste somiglianze, i due paesi agiscono nei confronti delle diaspore in modi diversi. “Per la Cina si tratta di riportare capitali e persone in patria per promuovere lo sviluppo economico. Per l’India, l’interesse si concentra sul ruolo della diaspora come fonte di <em>soft power</em> e capacità, anche se le persone rimangono all’estero”<sup>2</sup>.</p>



<p>Per la Cina è vitale mantenere e rinforzare il controllo politico sugli emigrati, siano capitalisti, ricercatori e scienziati, studenti o lavoratori. Buona parte dei 300mila studenti cinesi negli Stati Uniti che godono di borse governative, sottoscrivono patti di lealtà col governo e si impegnano a rientrare in patria finiti gli studi: su tutti vi sono altre forme di controllo e di pressioni indirette che in varie forme si estendono agli accademici, intellettuali, associazioni, imprenditori o capitalisti. Questo non avviene per i membri della diaspora indiana, anche se il governo Modi cerca di rafforzare i legami tra il mondo di origine indiana e la madre patria. Scrive The Economist, che “imprenditori cinesi hanno fondato Zoom, NetScreen and WebEx, ma che c’è un numero molto maggiore di imprenditori di origine indiana che sono alla testa di conglomerati giganteschi, come Adobe, Alphabet (che controlla Google) e Microsoft, tra gli altri.”</p>



<p>Le caratteristiche molto sommariamente descritte fanno ritenere che il geloso controllo della Cina sui suoi espatriati – che hanno mietuto molti successi, esportato capitali, assunto ruoli rilevanti nel mondo degli affari – precluda una maggiore integrazione nelle società che li ospitano, e quindi attenui la loro possibile influenza internazionale. Considerazioni inverse possono farsi per la diaspora indiana, autonoma, indipendente, culturalmente assai più vivace e più influente nel mondo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>La Treccani definisce la diaspora “dispersione in varie parti del mondo di un popolo costretto ad abbandonare la sua sede di origine”. Storicamente il termine descrive la dispersione degli Ebrei, dopo le deportazioni in Assiria e in Babilonia, e dopo la distruzione del Tempio. Il termine “costretto” differenzia la diaspora dal generico termine “migrazione”; si aggiunga anche che ai membri di una diaspora si attribuisce un’identità (generalmente etnico-religiosa) e in molti casi l’obiettivo del ritorno al paese di origine. Oggi il termine diaspora è divenuto una sorte di sinonimo di migrazione, e come tale è termine comune anche nelle pubblicazioni accademiche e di organismi internazionali.&nbsp;</p>



<p><sup>2</sup>Rachel Brown, <em>What can China and India learn from each other about diaspora policy?</em>, “The Diplomat”, 2-02-2017&nbsp;</p>
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		<title>Due protagoniste della globalizzazione: la Zanzara e la Dengue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2024 08:18:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[dengue]]></category>
		<category><![CDATA[malaria]]></category>
		<category><![CDATA[Oms]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Si potrebbe definire la zanzara come il pericolo pubblico numero uno della salute nei paesi poveri. Ne scrive Steve S. Morgan, riferendosi alla malaria e al quarto di miliardo di casi annuali che genera, ma anche alla dengue, una patologia trasmessa dalla zanzara come la malaria, e che risulta in fortissima crescita nelle fasce tropicali del mondo. Conseguenza della rapida e disordinata urbanizzazione, dell’accresciuta mobilità umana e del cambio climatico.&nbsp;</em></p>



<p class="has-drop-cap">La zanzara è presente ovunque nel mondo in molteplici varietà dovute all’evoluzione e all’adattamento all’ambiente, da quelli silvestri a quelli urbani. È un vettore di virus e parassiti multiformi, dannosi per gli umani e per molte specie animali. Tra le patologie trasmesse dalla zanzara, la malaria è quella di gran lunga più pericolosa per la specie umana; un piccolo insetto&nbsp; con il quale è stata ingaggiata una battaglia da secoli, che ancora non è stata vinta. L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms/Who) stima che nel 2022 vi siano stati 249 milioni casi di malaria, e 608mila decessi, in 85 paesi; oltre il 90 per cento dei casi, e dei decessi, si sono verificati in Africa (Figura 1); otto decessi su dieci riguardano bambini con meno di 5 anni. In Italia, la malaria era diffusa in gran parte del paese; negli anni ’80 dell’Ottocento provocava oltre 20mila decessi l’anno, e i malarici, colpiti dalla patologia e fortemente debilitati, erano parecchie centinaia di migliaia. Ma ci sono molte altre patologie trasmesse dalle punture delle zanzare, che oggi possono essere curate, ma che continueranno a costituire una minaccia alla salute, fin quando il grazioso insetto non sarà eliminato dall’ambiente.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="598" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Casi-di-malaria-per-1000-persone-a-rischio-2019--1024x598.jpg" alt="" class="wp-image-21739" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Casi-di-malaria-per-1000-persone-a-rischio-2019--1024x598.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Casi-di-malaria-per-1000-persone-a-rischio-2019--300x175.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Casi-di-malaria-per-1000-persone-a-rischio-2019--768x449.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Casi-di-malaria-per-1000-persone-a-rischio-2019-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La Dengue, una nuova protagonista</strong></h3>



<p>Nello schema che segue, dovuto all’Oms, (viene sintetizzata la corrispondenza tra le maggiori specie e le patologie loro connesse. Tra queste la malaria domina, ma nel nostro secolo un’altra patologia, la Dengue<sup>1</sup> è andata diffondendosi. Questa provoca un forte stato febbrile, dolori articolari e alle ossa, nausee, irritazione della pelle; nei casi più gravi, fortunatamente poco frequenti, il virus provoca febbri emorragiche gravi e il decesso. L’autorevole sito Epicentro, dell’Istituto Superiore di Sanità, sintetizza così: “Di origine virale, la dengue è causata da quattro virus molto simili (Den-1, Den-2, Den-3 e Den-4) ed è trasmessa agli esseri umani dalle punture di zanzare che hanno, a loro volta, punto una persona infetta. Non si ha quindi contagio diretto tra esseri umani, anche se l’uomo è il principale ospite del virus. Il virus circola nel sangue della persona infetta per 2-7 giorni, e in questo periodo la zanzara può prelevarlo e trasmetterlo ad altri”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="441" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/DENGUE-1024x441.jpg" alt="" class="wp-image-21741" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/DENGUE-1024x441.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/DENGUE-300x129.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/DENGUE-768x331.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/DENGUE.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>L’aggravarsi della diffusione della dengue ha indotto l’Oms alla creazione di un osservatorio dedicato alla sua <em>sorveglianza</em>, i cui dati per ora sono provvisori e incompleti. I decessi dovuti alla dengue sono un numero modesto, relativamente alle stragi provocate dalla malaria e da altre patologie trasmissibili, ma la dengue allarma le organizzazioni internazionali per la rapidità dell’aumento dei casi e della loro diffusione (Figura 2), e per il rischio sempre presente di mutazioni del virus e della sua gravità. Nel 2000 si registrarono mezzo milione di casi; nel 2023, 6 milioni e mezzo, con 7.300 decessi, e la corsa continua, visto che nel primo semestre del 2024 i casi sono lievitati a 10 milioni e i decessi a 5mila. Questi sono dati “amministrativi”, ma l’Oms dà credito a un modello epidemiologico che stima un numero reale di casi in 390 milioni all’anno, e secondo il quale quasi la metà della popolazione del mondo vive in zone a rischio o potenzialmente a rischio. Nelle zone temperate dove lo habitat della zanzara è più circoscritto o del tutto inadatto, i casi di dengue sono rari, e per lo più riguardanti persone reduci da viaggi in luoghi nei quali hanno contratto il virus per le punture delle zanzare (in Italia: viaggiatori rientrati dalle Maldive o dal Brasile). Qui il rischio è di sottovalutare o ignorare sintomatologie lievi, che possono portare a esiti gravi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="569" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-2-–-Casi-di-dengue-notificati-per-100.000-abitanti-nel-trimestre-Marzo-Maggio-2024--1024x569.jpg" alt="" class="wp-image-21740" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-2-–-Casi-di-dengue-notificati-per-100.000-abitanti-nel-trimestre-Marzo-Maggio-2024--1024x569.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-2-–-Casi-di-dengue-notificati-per-100.000-abitanti-nel-trimestre-Marzo-Maggio-2024--300x167.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-2-–-Casi-di-dengue-notificati-per-100.000-abitanti-nel-trimestre-Marzo-Maggio-2024--768x427.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-2-–-Casi-di-dengue-notificati-per-100.000-abitanti-nel-trimestre-Marzo-Maggio-2024-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Urbanesimo, cambio climatico, globalizzazione&nbsp;</strong></h3>



<p>La crescente diffusione della dengue – e la resistenza della sua sorella maggiore, la malaria &#8211;&nbsp; è la conseguenza di molteplici fattori, molti dei quali connessi con l’alterazione delle condizioni ambientali generata dalla disordinata urbanizzazione, dalla crescente mobilità umana, dal cambio climatico e il riscaldamento globale. La dengue – radicata nelle fasce tropicali di America, Africa e Asia &#8211; è una patologia frequente soprattutto negli aggregati urbani e nelle aree più degradate, spesso adiacenti a corsi d’acqua o ad acque stagnanti, o in zone umide. La lotta alla dengue consiste essenzialmente, nel controllo del vettore zanzara, e nell’interruzione del contatto con le persone. Povertà, assenza di pianificazione urbana, accresciuta mobilità sono i fattori che sostengono la circolazione del virus e l’accelerazione della sua diffusione. Combatterli e controllarli è assai costoso e non alla portata dei paesi più poveri, dove la dengue sta diventando un problema di salute pubblica, un gravoso onere per la collettività, una perdita di capacità di lavoro e di reddito.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Note</h3>



<p><sup>1</sup>Parola di origine caraibica, dal swahili <em>dinga</em>, convertito in <em>dengue,</em> che in spagnolo significa smorfia, e si riferisce al fastidio provocato dalla malattia.&nbsp;</p>
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		<title>Un Requiem per Gaza?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2024/09/13/un-requiem-per-gaza/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=un-requiem-per-gaza</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2024 08:08:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra di Gaza, che infuria dal 7 ottobre scorso, data del barbaro attacco di Hamas, ha già fatto decine di migliaia di vittime. Quante, ... <a title="Un Requiem per Gaza?" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2024/09/13/un-requiem-per-gaza/" aria-label="Per saperne di più su Un Requiem per Gaza?">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La guerra di Gaza, che infuria dal 7 ottobre scorso, data del barbaro attacco di Hamas, ha già fatto decine di migliaia di vittime. Quante, non si saprà mai con esattezza, ma Steve Morgan discute la fondatezza delle statistiche fornite dal Ministero della Salute, dipendente dall’amministrazione di Hamas, considerandone i limiti, che però non ne inficiano la significatività.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La striscia di Gaza è un territorio arido e pianeggiante, di 365 kmq, abitato da 2,1 milioni di persone, con una densità umana (oltre 6.000 abitanti per kmq) elevatissima, un patrimonio abitativo, infrastrutturale, industriale e commerciale danneggiato o distrutto per oltre due terzi (Banca Mondiale). A partire da ottobre, la stragrande maggioranza della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie dimore una o più volte, ma non ci sono “rifugiati” in altri paesi, perché dalla Striscia è impossibile fuggire<sup>1</sup>. Ci sono, però, 1,9 milioni IDP, o “Internally Displaced Persons”, per usare il linguaggio ufficiale. Dei 36 ospedali della Striscia, 16 sono funzionanti, almeno parzialmente, e 20 non sono operativi<sup>2</sup>.&nbsp;</p>



<p>Secondo i dati resi pubblici dal MoH (Ministry of Health), controllato da Hamas (o da ciò che resta della sua amministrazione) che governa la Striscia da quasi un ventennio<sup>3</sup> le vittime palestinesi del conflitto, dallo scorso 7 ottobre al 14 agosto, sono state 39.965. Secondo le fonti israeliane, le vittime israeliane sono state 1.500 (1.200 in conseguenza dell’attacco del 7 ottobre, e circa 300 militari impegnati nel conflitto).</p>



<p>Non è obbiettivo di queste righe esprimere valutazioni e giudizi politici sul tremendo conflitto, ma dar conto delle dimensioni della catastrofe, e del dibattito circa la validità delle stime delle perdite umane.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ci si può fidare delle statistiche ufficiali?</strong></h3>



<p>Quarantamila decessi violenti in 10 mesi valgono il 2 per cento della popolazione della Striscia, una proporzione che non trova riscontro in altri recenti conflitti, ma che costituisce un profondo vulnus per la società, e getta un’ombra inquietante circa le capacità di ritorno alla pur precaria normalità precedente. Ma quanto affidabile è questa stima? Questa statistica si basa sulle rilevazioni del MoH, e c’è il sospetto di manipolazione dei dati per ingrandire le dimensioni della catastrofe per finalità propagandistiche, o per corroborare la necessità di sostegno politico e economico della comunità internazionale. Data la situazione, è impossibile (almeno in questa fase) pensare a verifiche indipendenti. Tuttavia le modalità di produzione dei dati, e la pubblicazione delle liste nominative delle vittime, fanno ritenere – grosso modo – che la rilevazione rappresenti comunque una tragica realtà, anche se non sono da escludersi possibili manipolazioni. &nbsp; Il sistema di rilevazione del MoH si basava, nelle prime settimane del conflitto, nella registrazione delle vittime arrivate nelle Morgue degli ospedali, con nome, genere, età e numero di identità (Id)<sup>4</sup>. In seguito, con l’estendersi dell’occupazione e la chiusura di molti ospedali, un consistente numero di vittime, non passando dalle Morgue, non poteva essere registrato. Il MoH ha integrato il sistema tramite formulari che registrano i decessi dei quali si aveva avuto contezza per altra via, essenzialmente <em>reliable media sources</em> (fonti affidabili dei media). Di questa componente della rilevazione non si conosce l’affidabilità né il modo di raccolta, né l’esistenza di eventuali verifiche. Mike Spagat, un economista esperto delle conseguenze distruttive delle guerre, osserva che l’elenco reso pubblico dal MoH il 30 aprile scorso, comprendeva 24.653 vittime (accertate nelle Morgue) fino a quella data, più altre 9.882 (28,6% del totale) provenienti dai <em>reliable media sources</em>, e quindi non verificate, per un totale di 34.535. “Considero – che la cifra di 24.653 sia un affidabile e solido <em>minimum</em> del totale delle vittime al 30 aprile, mentre le circa 10.000 vittime addizionali sono, al più, poco documentate, benché trovi la cifra plausibile”<sup>5</sup>.&nbsp;&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Fatti e congetture</strong></h3>



<p>Stare ai fatti è essenziale; le congetture, che abbondano sui media e che semplificano la realtà, sono pericolose perché spesso orientate a sostenere una determinata tesi. Recentemente, sull’autorevole Lancet, è apparsa un’affermazione, prontamente ripresa dai media, secondo la quale “non è implausibile stimare che 186mila decessi, o anche più, possano essere attribuite all’attuale conflitto di Gaza”<sup>6</sup>. Gli Autori accettano la cifra ufficiale del MoH, ma la moltiplicano per 4 per tener conto degli effetti indiretti (anche futuri) dovuti a fame, malattie, epidemie, legate al conflitto. Metodo del tutto opinabile, puramente congetturale e poco attendibile.</p>



<p>Rimandiamo alla Figura 1 per il dettaglio di dati sommariamente ricordati all’inizio, e di altre interessanti informazioni derivanti da fonti diverse. Dati tutti da verificare e in continua evoluzione. Tre aspetti vanno sottolineati. Il primo riguarda l’incidenza di donne e bambini tra le vittime, molto alta nelle prime settimane, e successivamente decrescente. Questo andamento rifletterebbe la natura del conflitto, con ampio ricorso ai bombardamenti aerei all’inizio, e una crescente azione di terra successivamente. Nella fase iniziale l’azione militare fu tendenzialmente indiscriminata, diventando in seguito più selettiva, nell’intento di eliminare le forze di Hamas. Inoltre il conflitto fu violentissimo nelle prime settimane, con una media giornaliera di 400 vittime, scese in seguito a una media (pur con forti oscillazioni) di circa 100. Resta poi aperta la questione della distinzione fra vittime civili (sovrastimate secondo le autorità israeliane) e morti militari, o comunque combattenti (“terroristi”)<sup>7</sup>. La Figura 2 riporta la struttura per età delle vittime (di cui è stata accertata l’identità): il fatto che i bambini con meno di 12 anni (non certo dei guerriglieri) costituiscano il 20% delle vittime accertate (ma sono&nbsp; il 35% circa nella popolazione reale) conferma l’alto costo del conflitto per la popolazione civile, assai più alto di quello pagato da altre popolazioni vittime di conflitti.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="769" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Sintesi-secondo-varie-fonti-della-situazione-di-Gaza--1024x769.jpg" alt="" class="wp-image-21692" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Sintesi-secondo-varie-fonti-della-situazione-di-Gaza--1024x769.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Sintesi-secondo-varie-fonti-della-situazione-di-Gaza--300x225.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Sintesi-secondo-varie-fonti-della-situazione-di-Gaza--768x577.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-1-–-Sintesi-secondo-varie-fonti-della-situazione-di-Gaza-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/09/Figura-2-–-Numero-delle-persone-uccise-a-Gaza-secondo-leta-accertata-ottobre-2023-luglio-2024--1024x616.jpg" alt="" class="wp-image-21693" width="788" height="482"/></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un Requiem per Gaza?</strong></h3>



<p>A conflitto terminato, si potrà tentare di comporre un bilancio del disastro di Gaza. Un territorio piccolo, esteso come la provincia di Prato, densamente popolato come Singapore o Hong Kong, dove la commistione tra i combattenti attivi, la cerchia dei loro sostenitori, i familiari, i simpatizzanti e il resto della popolazione è strettissima, e la “neutralizzazione” chirurgica dei primi è impossibile senza disastrosi “collateral damages”, per usare il linguaggio militare.</p>



<p>E dopo? La storia insegna che le capacità di recupero delle società profondamente ferite da una guerra è straordinaria. Ma nel caso di Gaza, le ferite sono profonde, inferte a una società da sempre debole, insediata in un territorio ristretto, con poverissime risorse naturali, con un indice di sviluppo umano simile a quello dell’India, economicamente dipendente dall’esterno. Anche qualora si trovasse una soluzione politica, conveniente e duratura, rimarrà il grande problema di infondere capacità di crescita autonoma alla società Gazawi stretta fra povertà economica e fondamentalismo. Un’impresa più difficile di quella di ricostruire materialmente un paese distrutto. Una naturale conseguenza sarà quella di una consistente e continua domanda di emigrazione, che i vicini arabi vedono con grande timore.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>&nbsp;Ci sono innumeri passaggi sotterranei che la collegano all’Egitto, ma non certo percorribili dalla gente comune se non al prezzo di pesanti tangenti. L’Egitto da parte sua si oppone ufficialmente a tali passaggi.</p>



<p><sup>2</sup> Questi dati, di varia fonte, sono desunti da UN-OCHA, <em>Reported Impact Snapshot. Gaza Strip</em>, del 14 agosto 2024. Alcuni dati sono stime da verificare, altri derivano da fonti ufficiali, ma anche questi necessitano di accurate verifiche. Si tratta di dati in continua evoluzione, che rivelano tuttavia la gravità del disastro in corso.</p>



<p><sup>3</sup> Dal 2007, quando Hamas, a seguito del conflitto con Fatah, ne prende il controllo</p>



<p><sup>4</sup> Anche queste registrazioni hanno difetti e lacune, quali, ad esempio, la mancanza del numero ID, un numero erroneo, la mancanza dell’età della vittima. Ma questi difetti non inficerebbero la sostanziale fondatezza delle statistiche.</p>



<p><sup>5</sup> Si tratta di un’intervista: <em>Professor Mike Spagat, Chair of Every Casualty Counts, explains how and why the casualty recording system in Gaza has deteriorated, and what we can still learn from the information available</em>, <a href="https://everycasualty.org/the-breakdown-of-casualty-recording-in-gaza-since-october-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The breakdown of casualty recording in Gaza since October 2023 &#8211; Every Casualty Counts</a>. Il MoH aveva reso pubbliche le liste nominative il 7 gennaio, il 31 marzo, il 30 aprile e il 24 luglio. Si veda anche:&nbsp; Nir Hasson, <em>The Numbers Show: Gaza War Is One of the Bloodiest in the 21st Centuury, </em>Haaretz, Agosto 2024. Abraham Wyner della University of Pennsylvania ha rilevato gravi carenze logiche nella documentazione giornaliera dei decessi secondo il sesso e l’età nei dati nominativi riferiti al breve periodo di 16 giorni (26 ottobre-10 novembre): <em>How the Gaza Ministry of Health Fakes Casualty Numbers</em>, Tablet, March 7, 2024. Opinioni assai diverse sono espresse sulla base di uno studio più recente, sui dati relativi agli stessi giorni: <em>Gaza’s Death Toll Was Largely Accurate in Early Days of War, Study Finds</em>, New York Times, 25 luglio 2024. Ci sarà tempo e modo, in futuro, di condurre ulteriori verifiche<strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><sup>6</sup> Rasha Khatib, Martin McKee, Salim Yusuf<em>, Counting the dead in Gaza: difficult but essential</em>, The Lancet, Vol 404, July 20, 2024</p>



<p><sup>7</sup> Rimane irrisolta la questione della possibile dichiarazione multipla del medesimo decesso da parte di fonti diverse, e di chi sia incaricato di verificare la corrispondenza fra la persona fisica e i suoi documenti di identificazione.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p><strong>Fonte Figura 1:</strong> UN – OCHA,  <a href="https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/reported-impact-snapshot-gaza-strip-14-august-2024-1500" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gaza_Reported_Impact_Snapshot_14_August_2024.pdf</a></p>



<p><strong>Fonte Figura 2:</strong> Haaretz, <a href="https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/2024-08-14/ty-article-magazine/.premium/the-death-toll-in-gaza-is-bad-even-compared-to-the-wars-in-ukraine-iraq-and-myanmar/00000191-50c6-d6a2-a7dd-d1decf340000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Numbers Show: Gaza War Is One of the Bloodiest in the 21st Century &#8211; Palestinians &#8211; Haaretz.com</a></p>
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		<title>Un legame con gli altri paesi: le rimesse degli stranieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 08:14:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[rimesse familiari]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il valore delle rimesse degli emigrati sorpassa da molti anni quello degli aiuti allo sviluppo ai paesi poveri. Le rimesse rappresentano un’importante componente della globalizzazione ed un vincolo forte tra le diaspore e i paesi di origine. Steve Morgan illustra alcuni aspetti della loro ripresa dopo la crisi Covid, nel mondo e nel nostro paese.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un legame con gli altri paesi: le rimesse degli stranieri</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Passate le dolorose turbolenze legate alla pandemia di Covid, le migrazioni internazionali hanno ripreso il loro corso. Le cosiddette migrazioni permanenti, dopo il collasso del 2020 e il forte rimbalzo nel 2021, sono cresciute nel 2022 e nel 2023 (stima), riportando gli ingressi nei paesi sviluppati dell’OCSE (nel 2022) a un livello superiore del 14% a quello dell’anno 2019 (Tabella 1). Un simile andamento si è registrato anche per l’immigrazione temporanea. Lo stock di stranieri, in quasi tutti i paesi, continua a crescere. Queste tendenze sostengono le rimesse degli emigrati verso i paesi di origine, e rafforzano i vincoli che legano i paesi poveri di partenza con i paesi ricchi di arrivo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="394" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/05/Tabella-1-Stime-delle-rimesse-verso-le-regioni-a-basso-e-medio-reddito-1024x394.jpg" alt="" class="wp-image-21335" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/05/Tabella-1-Stime-delle-rimesse-verso-le-regioni-a-basso-e-medio-reddito-1024x394.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/05/Tabella-1-Stime-delle-rimesse-verso-le-regioni-a-basso-e-medio-reddito-300x116.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/05/Tabella-1-Stime-delle-rimesse-verso-le-regioni-a-basso-e-medio-reddito-768x296.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/05/Tabella-1-Stime-delle-rimesse-verso-le-regioni-a-basso-e-medio-reddito.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Stabile la quota degli stranieri in Italia</strong></h3>



<p>Due rapporti significativi sono stati resi pubblici a poca distanza l’uno dall’altro sul tema caldo delle migrazioni e della politica migratoria del nostro paese<sup>1</sup>. Essi contengono una ricca massa di informazioni statistiche, di analisi, e di valutazioni del fenomeno, sotto i profili giuridico, sociale, economico e demografico. Nell’ultimo quadriennio, il numero di stranieri residenti in Italia è rimasto relativamente stabile, superando di poco i 5 milioni, nonostante che gli arrivi di immigrati regolari siano stati notevolmente superiori alle partenze.</p>



<p>Secondo i rilievi dell’Istat, il saldo migratorio con l’estero degli iscritti in anagrafe è stato pari a 248mila nel biennio Covid 2020-21, e di 535mila nel 2022-23, in forte ripresa<strong>. </strong>Se l’eccesso di immigrati sugli emigrati ha provocato un aumento assai minore dello stock di cittadini stranieri lo si deve a due fenomeni, l’uno positivo e l’altro negativo. Quello positivo consiste nell’alto numero di stranieri (213mila nel 2022, 200mila nel 2023) che ogni anno acquisiscono la cittadinanza del nostro paese. Quello negativo, invece, riguarda la rilevante quota di stranieri che vive nel nostro paese in situazione irregolare e che non è iscritta in anagrafe (circa mezzo milione secondo le valutazioni dell’Ismu<sup>2</sup>. Alcuni esperti sostengono che il vero problema non è tanto quello generato dal disordinato arrivo di profughi e di irregolari, quanto quello legato all’incapacità dell’Italia di attrarre e di accogliere un sufficiente numero di immigrati per i quali c’è una forte domanda, sia di professionisti e tecnici, sia di mano d’opera specializzata e generica. Nonostante l’evidente diffidenza, se non ostilità, delle forze politiche attualmente al governo verso l’immigrazione, è stato valutato ufficialmente in 452 mila il numero di ingressi da autorizzare nel triennio 2023-2025. Una cifra importante, anche se insufficiente, rispetto alla domanda effettiva di imprese e famiglie.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il forte legame delle rimesse</strong></h3>



<p>Neodemos ha più volte trattato il tema delle rimesse degli emigrati, sottolineando il fatto che né le alterne vicende economiche né la pandemia ne hanno interrotto la crescita nel mondo (Tabella 2). L’invio di denaro implica l’esistenza di un legame tra persone che risiedono in paesi diversi, e che è di natura non solo economica, ma anche di affetto, di parentela, di amicizia, di solidarietà. Risorse monetarie impiegate da chi le riceve per migliorare l’alimentazione, adeguare l’abitazione, proteggere la salute, mandare i figli a scuola, comprare attrezzi da lavoro, fare piccoli investimenti. Nella graduatoria delle rimesse, l’India è al primo posto, il Messico al secondo, seguito da Cina, Filippine e Egitto. L’India ha la diaspora più numerosa nel mondo, ma beneficia anche di un alto numero di emigrati molto ricchi che vivono negli Stati Uniti: “Molti indiani all’estero hanno avuto storie di successo. In America, l’80 per cento dei cittadini di origine indiana ha un diploma di laurea, il reddito mediano è di $ 150.000, il doppio della media. Persone di origine indiana sono alla teste di Google, della Banca Mondiale&#8230;e del governo in Gran Bretagna”.<sup>3</sup></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="483" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/Tabella-2-Rimesse-dallItalia-verso-i-20-paesi-maggiori-percettori-totali-e-pro-capite-2022-1024x483.jpg" alt="" class="wp-image-21322" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/Tabella-2-Rimesse-dallItalia-verso-i-20-paesi-maggiori-percettori-totali-e-pro-capite-2022-1024x483.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/Tabella-2-Rimesse-dallItalia-verso-i-20-paesi-maggiori-percettori-totali-e-pro-capite-2022-300x142.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/Tabella-2-Rimesse-dallItalia-verso-i-20-paesi-maggiori-percettori-totali-e-pro-capite-2022-768x362.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/Tabella-2-Rimesse-dallItalia-verso-i-20-paesi-maggiori-percettori-totali-e-pro-capite-2022.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Le rimesse ricevute dai paesi di basso o medio reddito costituiscono una somma cospicua, vicina al due per cento del prodotto lordo dei paesi che la percepiscono. Ma vi sono canali informali &#8211; sia legali che illegali &#8211; di trasmissione delle rimesse che le statistiche e le stime ufficiali non colgono (quelle reali, secondo l’IMF, potrebbero essere maggiori della metà), cosicché è plausibile che l’apporto dei migranti alle economie dei paesi di origine sia sensibilmente superiore al due per cento. L’evoluzione delle rimesse nel mondo non ha conosciuto interruzioni nell’ultimo ventennio; dal 2017 le rimesse hanno superato (e la forbice si sta allargando) gli Investimenti Diretti Esteri (IDE, o FDI, Foreign Direct Investment) e negli ultimi anni sono all’incirca uguali al valore della somma degli IDE con quanto erogato dall’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS, o ODA, Official Development Assistance). In alcuni paesi – nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, in Nepal, in Libano, in centro America e nei Caraibi –, le rimesse valgono più di un quinto del PIL, e sono ossigeno vitale per l’equilibrio economico e sociale. Può essere che sia iniziato un ciclo di “deglobalizzazione”, come molti esperti ritengono, ma non si allentano i legami tra paesi dovuti ai vincoli, anche economici, tra le persone.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le rimesse dal nostro paese</strong></h3>



<p>Secondo i rilievi della Banca d’Italia, le rimesse verso l’estero hanno avuto un andamento profondamente segnato dalla recessione e economica. Da un massimo di invii superiore agli 8,7 miliardi di euro nel 2011, le rimesse sono crollate a un minimo di 5,7 nel 2017, per risalire gradualmente a oltre 8 miliardi nel 2021-23, nonostante il Covid (Figura 1). Anzi si ritiene che la pandemia abbia rafforzato i vincoli di solidarietà che legano i migranti ai paesi di origine, che pur impoveriti dall’alta disoccupazione nel 2020 e nel 2021, hanno rafforzato gli invii di denaro. La Tabella 2 presenta alcuni dati interessanti sulle rimesse dall’Italia nel 2022, secondo i paesi che le hanno percepite; l’ammontare medio degli invii secondo la nazionalità dei migranti; la quota delle rimesse ricevute dall’Italia da ciascun paese sul totale delle rimesse percepite da tutto il mondo. I dati sono assai “sporchi”: in primo luogo le rimesse riguardano il denaro inviato per i canali legali, escludendo altri canali informali, e non considerano il valore di beni inviati (o portati direttamente) nel paese di origine del migrante. In secondo luogo, il numero dei migranti è tratto dalle anagrafi e non include quindi i migranti irregolari. Infine, altri fattori influiscono sull’ammontare delle rimesse, per citarne alcuni: l’anzianità migratoria dei vari gruppi; la prossimità o lontananza geografica; la struttura occupazionale. Con estrema prudenza si possono fare alcune considerazioni. Premesso che l’invio medio annuo per migrante è di circa di €1.600 euro, c’è una fortissima variabilità tra gruppi, da un massimo di quasi 8mila euro per i bangladesi a un minimo di 47 per gli albanesi. Per la verità, la media più alta è quella dei georgiani (€ 18.221), ma sorge il dubbio che la vicinanza con la Russia permetta “triangolazioni” che inficiano il dato. I paesi più lontani e più difficilmente raggiungibili (Bangladesh, Repubblica Dominicana, Pakistan, Senegal, Filippine) sono in testa alla graduatoria (con più di 4mila euro annui inviati); i paesi geograficamente meno lontani (Albania, Egitto, Tunisia, est Europa) sono in coda. Infine, sempre escludendo la Georgia, le rimesse dall’Italia costituiscono il 18,4% di tutte le rimesse ricevute dal Senegal, l’11,2% per l’Albania, il 7-9 % per le Filippine, la Moldavia, il Perù, il Mali.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="483" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/fig_1_rimesse-dallitalia-verso-estero-1024x483.jpg" alt="" class="wp-image-21323" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/fig_1_rimesse-dallitalia-verso-estero-1024x483.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/fig_1_rimesse-dallitalia-verso-estero-300x142.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/fig_1_rimesse-dallitalia-verso-estero-768x362.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/04/fig_1_rimesse-dallitalia-verso-estero.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Come già detto, le statistiche delle rimesse hanno gravi limiti, man mano che canali informali consentono di scavalcare norme e regole, si intensificano i rapporti tra diaspore e paese di origine, diventa possibile sostenere una famiglia lontana senza ricorrere ai canali ufficiali. Forse indagini ad hoc permetterebbero di costruire un quadro più attendibile; è anche opportuno ricordare che le rimesse non depauperano un paese – come qualche sprovveduto sostiene – ma creano vincoli con ricadute politiche e sociali positive.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Centro Studi e ricerche Idos, <em>Dossier Statistico Immigrazione 2023</em>, Roma 2023; Fondazione Leone Moressa, <em>Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. Edizione 2023</em>, il Mulino, Bologna, 2023,</p>



<p><sup>2</sup>Si veda il Rapporto dell’Ismu, <a href="https://www.ismu.org/xxviii-rapporto-sulle-migrazioni-2022-comunicato-stampa-1-3-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">XXVIII Rapporto sulle migrazioni 2022 &#8211; Comunicato stampa 1.3.2023 &#8211; Fondazione ISMU</a></p>



<p><sup>3</sup>The Economist, 30 Marzo 2024</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2024/04/30/un-legame-con-gli-altri-paesi-le-rimesse-degli-stranieri/">Un legame con gli altri paesi: le rimesse degli stranieri</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Piccole isole, grandi problemi</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2023/12/12/piccole-isole-grandi-problemi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=piccole-isole-grandi-problemi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:22:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Essere uno stato e una piccola isola significa essere vulnerabile a un complesso di sfide &#8211; da quelle ambientali a quelle geopolitiche e sociali &#8211; ... <a title="Piccole isole, grandi problemi" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2023/12/12/piccole-isole-grandi-problemi/" aria-label="Per saperne di più su Piccole isole, grandi problemi">Leggi</a></p>
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<p><em>Essere uno stato e una piccola isola significa essere vulnerabile a un complesso di sfide &#8211; da quelle ambientali a quelle geopolitiche e sociali &#8211; che sono andate crescendo nel tempo. Steve Morgan ricorda come il riscaldamento globale, l’aumento per ora inarrestabile dei livelli dei mari e l’intensificarsi della frequenza e dell’intensità dei cicloni tropicali mettano a rischio le società e le economie delle piccole isole, minacciandone, in alcuni casi, la sparizione.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Delle piccole remote isole, negli oceani, abbiamo immagini da favola, echi dei dipinti di Gauguin a Tahiti, dei racconti di Stevenson nelle Samoa, o le platinate foto e pellicole di documentari, film, e propaganda turistica. Ma la sorte di quelle isole, remote, povere e fragile non è invidiabile. In occasione della Cop28, può essere istruttivo dare uno sguardo disincantato a questi luoghi esotici e difficili.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Isole-stato, piccole e fragili&nbsp;</strong></h3>



<p>“Essere uno stato e una piccola isola, o un (piccolo) stato dalle basse coste, significa essere vulnerabile a un complesso di sfide – da quelle ambientali a quelle geopolitiche e sociali – che sono andate crescendo nel tempo. Molti dei membri della nostra associazione procedono su una corda tesa, cercando di sviluppare nuove energie e di conservare quelle che posseggono per riuscire a raggiungere l’obbiettivo, apparentemente fuori portata, dello sviluppo sostenibile”. Così, quasi con un’invocazione di aiuto, si annuncia l’AOSIS (Alliance of Small Islands States), una organizzazione internazionale di 39 piccoli stati (16 nei Caraibi, 14 nel Pacifico e 9 nell’Oceano Indiano e nei mari della Cina), associata alle Nazioni Unite, e con un peso non trascurabile nel consesso dei 193 stati membri delle Nazioni Unite<sup>1</sup>. Anche le Nazioni Unite hanno un Alto Rappresentante dei SIDS (Small Island Development States), formato da 39 stati (gli stessi membri dell’AOSIS) più 19 territori associati, un aggregato di oltre 70 milioni di abitanti<sup>2</sup>. Il problema più acuto, per questi paesi e territori, molti dei quali localizzati in regioni remote del globo, è senza dubbio quello climatico e ambientale, che li rende particolarmente vulnerabili sia ad eventi eccezionali improvvisi, sia alla lenta azione del riscaldamento globale e della crescita di livello degli oceani. “Gli uragani Harvey, Irma, Maria e Nate trasformarono la stagione dei cicloni del 2017 nella più letale e devastante di tutti i tempi, distruggendo le comunicazioni, le infrastrutture di energia e trasporto, le abitazioni, le strutture sanitarie e quelle scolastiche”<sup>3</sup>. Nel medio-lungo periodo è comunque la crescita del livello marino, associata all’intensificarsi di fenomeni climatici eccezionali, che costituisce la maggiore minaccia all’integrità e perfino alla sopravvivenza delle piccole isole.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="556" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-1-Crescita-del-livello-medio-del-mare-millimetri-dal-1993-al-2023-1024x556.jpg" alt="" class="wp-image-20642" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-1-Crescita-del-livello-medio-del-mare-millimetri-dal-1993-al-2023-1024x556.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-1-Crescita-del-livello-medio-del-mare-millimetri-dal-1993-al-2023-300x163.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-1-Crescita-del-livello-medio-del-mare-millimetri-dal-1993-al-2023-768x417.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-1-Crescita-del-livello-medio-del-mare-millimetri-dal-1993-al-2023.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’evidenza scientifica</strong></h3>



<p>L’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) non lascia dubbi circa il peggioramento della situazione ambientale dei SIDS durante gli ultimi decenni e circa il loro ulteriore degrado nei prossimi 30-40 anni.<sup>4</sup> “La temperatura globale continuerà ad aumentare, anche qualora le emissioni di gas serra vengano radicalmente ridotte, aggravando la loro vulnerabilità, e la gravità dell’impatto dei multipli e interconnessi rischi propri delle piccole isole” (innalzamento dei livelli marini, erosione delle coste e riduzione della superficie emersa, impoverimento delle acque interne, distruzione delle barriere coralline, danni alla biodiversità). Second l’IPCC, il livello del mare è cresciuto al ritmo di 1,5mm all’anno durante il periodo 1900-1990, di 3,2mm tra il 1990 e il 2015, e di 3,6 negli ultimi anni. Verso la fine del secolo il livello potrebbe essere tra 40 e 80 centimetri più alto rispetto all’inizio. Si verificherà un’ulteriore intensificazione dei cicloni tropicali, già in aumento negli ultimi quarant’anni. Naturalmente, queste tendenze negative si aggraverebbero se il riscaldamento superasse quel limite di 1,5° gradi in più, rispetto all’epoca preindustriale, inserito nell’accordo raggiunto alla Cop21 di Parigi nel 2015 e che molti pensano che verrà sorpassato. Negli atolli e in altre piccole isole verrebbe compromessa l’abitabilità condannandole allo spopolamento.&nbsp;</p>



<p>Gli esempi concreti delle minacce imposte dal cambiamento climatico sulle piccole isole sono innumerevoli. Tuvalu è lo stato più piccolo tra quelli che compongono le Nazioni Unite (13mila abitanti e 30 kmq). L’isola è in gran parte sott’acqua nelle ore dell’alta marea; molte migliaia di isolani sono già emigrati in Nuova Zelanda; il Ministro degli Esteri Simon Kofe ha registrato un videomessaggio per la Cop26 immerso nell’acqua (Fig. 2); è stata lanciata l’idea di trasformare Tuvalu in una sorta di nazione “digitale” di cittadini dispersi qualora l’isola sparisse. Un destino simile è quello di Kiribati e dei suoi numerosi atolli e isolotti (112mila abitanti e 810kmq), o delle Isole Marshall (53mila abitanti e 200kmq), di Samoa (54mila abitanti e 200 kmq), di molte delle 333 isole che formano la Repubblica Fiji (900mila abitanti). Delle 33 isole Solomon (650mila abitanti) censite nel 1947, ne rimangono 28. I giuristi si chiedono se possano costituire “stato” società che hanno perduto la loro base territoriale anche se un curioso esempio esiste, quello del Sovrano Ordine di Malta, riconosciuto da numerosi stati del mondo. Nei Caraibi è soprattutto la combinazione tra aumento del livello marino e maggiore intensità e frequenza degli uragani che minaccia gravemente l’incolumità e la vita delle popolazioni, le infrastrutture, le abitazioni, l’agricoltura &#8212; anche nelle isole più grandi. L’erosione delle spiagge, gli uragani e le tempeste tropicali incombono minacciosi sul futuro dei paradisi turistici come le Seychelles (114mila abitanti) e le Maldive (360mila).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="497" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/ministro_esteri_tuvalu-1024x497.jpg" alt="" class="wp-image-20636" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/ministro_esteri_tuvalu-1024x497.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/ministro_esteri_tuvalu-300x146.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/ministro_esteri_tuvalu-768x373.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/ministro_esteri_tuvalu.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Vulnerabilità</strong><strong><em> </em></strong><strong>economica e sociale</strong></h3>



<p>I SIDS sono molto densamente popolati (361 abitanti per kmq), hanno un reddito medio molto basso, altissimi costi dell’energia, dipendono fortemente dalle importazioni, traggono un’alta quota del loro reddito dal turismo. Tranne alcuni, appartengono al “mondo meno sviluppato” (Figura 3). Il 26% della loro popolazione complessiva vive in aree la cui elevazione sul livello del mare è inferiore ai 5 metri; in alcuni casi (Maldive, Tuvalu, Marshall Islands, Kiribati) tutta la popolazione vive in simili aree. In balia degli effetti distruttivi di eventi metereologici eccezionali. La quota di prodotto nazionale derivante dal turismo supera la metà nelle Bahamas e nelle Maldive, il 60% nelle Seychelles, il 70% nelle Cook Islands, in Antigua e Barbuda. È stato stimato che ogni anno le tempeste tropicali distruggono tra l’1 e il 10% del prodotto lordo dei Sids.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="601" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-3-Human-Development-Index-Caribbean-Caraibi-green-Pacific-Oceano-Pacifico-giallo-1024x601.jpg" alt="" class="wp-image-20637" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-3-Human-Development-Index-Caribbean-Caraibi-green-Pacific-Oceano-Pacifico-giallo-1024x601.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-3-Human-Development-Index-Caribbean-Caraibi-green-Pacific-Oceano-Pacifico-giallo-300x176.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-3-Human-Development-Index-Caribbean-Caraibi-green-Pacific-Oceano-Pacifico-giallo-768x451.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/12/Figura-3-Human-Development-Index-Caribbean-Caraibi-green-Pacific-Oceano-Pacifico-giallo.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La vulnerabilità economica va di pari passo con la vulnerabilità sociale, con la povertà delle popolazioni più esposte, con il deterioramento del patrimonio abitativo, con l’emigrazione e, alla lunga, con la perdita netta di popolazione nei contesti più piccoli. Il costo delle indispensabili politiche di adattamento è estremamente elevato e al di sopra della portata delle economie dei piccoli stati. Per quanto piccole e economicamente e politicamente poco rilevanti siano tante isole-stato, il loro abbandono è un segnale del pericolo che corrono ben più estese società con i piedi ben piantati nella terraferma&#8230;che ferma non sta!</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup> &#8211;&nbsp;<a href="https://www.aosis.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">AOSIS – Alliance of Small Island States</a>. Non tutti questi stati, per la verità sono “small”, visto che si annoverano tra questi Cuba, Repubblica Dominicana, Haiti, Singapore e Jamaica, con una popolazione pari alla metà del totale di quella dell’insieme dei&nbsp; SIDS, ma con alcuni comuni problemi ambientali.</p>



<p><sup>2</sup> &#8211; <a href="https://www.un.org/ohrlls/content/about-small-island-developing-states" target="_blank" rel="noreferrer noopener">About Small Island Developing States | Office of the High Representative for the Least Developed Countries, Landlocked</a></p>



<p><sup>3 </sup>&#8211; &nbsp;Ibidem</p>



<p><sup>4</sup> &#8211; Si veda ICCP, Sixth Assessment Report, IMpacts, Adaptation and Vulnerability, Chapter15, Small Islands. <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/chapter/chapter-15/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Chapter 15: Small Islands | Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability (ipcc.ch)</a></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Fonti figur</strong>e</h3>



<p>Fonte figura 1  &#8211; <a href="https://sealevel.nasa.gov/understanding-sea-level/global-sea-level/overview" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sealevel.nasa.org </a></p>



<p>Fonte figura 3: UNDP, <a href="https://sids.data.undp.org/development-indicators/hdr-hdi/recentValue/bars">Development Indicators &#8211; UNDP SIDS Data Platform</a></p>
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